Maestri e Margherite a Bisceglie: la buona pratica del prendersi cura

EMILIO NIGRO | Avere cura delle giovani compagnie. Facendosene carico. Supportando. Da una parte i maestri. Dall’altra, le “margherite”, citando Bulgakov.  

“Maestri e margherite”, rassegna a Bisceglie, prologo della stagione del Teatro Garibaldi, direttore artistico Carlo Bruni, ha raccolto attorno al Teatro, luogo fisico e sociale, una comunità di artisti meticciati alla comunità cittadina. Una specchio dell’altra. Vicendevolmente.

Una dozzina di spettacoli in tre giorni. Una scuola dello spettatore. Liceali invitati ad approcciarsi con le pratiche “misteriche” attoriali. Incontrarsi. Svelarsi. A metà strada e restando fedeli a sé. Evitando il subordinarsi a un pensiero imperioso e unico. Evitando il subordinarsi. Agendo. Prima che formalizzando. Fuori dalle pose.

Arturo Cirillo, Massimo Verdastro, Carlo Cerciello e Imma Villa, i maestri. Arianna Gambaccini e Michele Cipriani, Sara Bevilacqua e Daniele Brindisi dei Meridiani Perduti, Vittorio Continelli le margherite. Per il pubblico. Il consolidarsi di pratiche e cifre riconosciute e re-innovate in scena mediante l’esperienza e la padronanza dei linguaggi, e la freschezza, l’inciampo, l’errore, la schiettezza di dirsi, di volersi dire. Per il pubblico. Perché il teatro ritorni al pubblico. E gli artisti a guardarsi. Potersi dire. Senza trincee o fortezze vuote. Perché verso il pubblico il teatro si fa. Senza addestrarlo.

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La pluralità di linguaggi concerne agli “emergenti”. Ognuno già con una storia, in realtà, alle spalle. Palestra. Formazione. Ma lontani dai circuiti rimpinzati. Dopati. Di potere. Linguaggi allora contaminati dall’anticonvenzionale, dal proprio, dall’originale non assoggettato a richieste di consumo.  

Linguaggi innovativi ma riconoscibili nei codici conformi. Il rigore dell’empirismo, trasgredito. Perché conosciuto.

“Centro giorni” di Arianna Gambaccini, visualizza in un interno pop-piccolo borghese, oggettivato da articoli visivi funzionali all’ambientazione e al suggerire contesti: una storia di provincia, dai risvolti lasciati sospesi ma acremente tragici. E si fa traino di limiti, soffocamenti, posizioni assunte per identificarsi in un volere altrui, giudicante, imponente. Schietta la prova della Gambaccini, misuratasi con un testo di cui s’avverte la sovrapposizione personale. Delineati scenari invisibili portati dal ritmo incalzante d’una dialettica senza sconti, vorticosa eppure intima.

Vittorio Continelli rielegge il mito a dogma attitudinale, archetipo ed exemplum. Raccontandone, a metà tra narrazione e esposto diretto, sbrigliando la parola e immobilizzando il gesto. La fascinazione della fabula, le trame e la struttura del cunto, mimetizzate dall’orpello drammaturgico. Voce e figura. E la straordinaria potenza del resoconto mitologico, senza commento, con qualche rimando simbolico ad attecchire sull’oggi. L’immedesimazione scaturita dall’epos, il senso di sospensione tra leggendario e credibile, la forza esemplare senza tempo. Scena nuda e parole. Nessun accenno estetico. Un piccolo carillon a estendere senso e malia.

Qualche cambio di registro. Modulazioni a bassa frequenza. Nella struttura un’altra tradizione, la tradizione dell’oralità. Pura e incisiva.

“Revolution” dei Meridiani Perduti, rodato e popolare, riemerge il nostalgico spaccato degli anni ’60, in provincia, a Brindisi, tra rivoluzioni industriali e di tendenza. Inserti musicali a dare scenario a una parola dall’eccellente manifattura. Per cui le doti attoriali della Bevilacqua, si enfatizzano proferendo, comunque, una cifra d’uso, di approdo, prosaica. Essenziale e di forte impatto. Adatto a qualsiasi tipo di pubblico e di corrispondenza immediata.

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foto Leonardo Todisco

E i maestri a lasciarsi guardare. Come si fa verso il palco. Dove s’intravede e l’interstizio diventa uscio per sguardi fagocitanti. Come guardare dal buco della serratura. E stupirsi. S’intravede e si immagina l’altro. Ognuno come sa. Come può. Come vuole. Senza qualcuno a dettare, piuttosto suggerire.

Nel corso della rassegna, una trentina di compagnie si sono interrogate sullo stato della circuitazione di spettacoli in Puglia, estendendo il discorso al panorama nazionale. Ne è emersa la volontà di fare collettivo, in prima istanza, e instaurare un dialogo con le istituzioni che sia di dialogo e non di ascolto passivo.

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