Un anno di Netflix: da the Bridge a Luther, fra novità e cambiamenti della serialità televisiva

IVANA SALVEMINI | E’ un anno che abbiamo Netflix a casa e come tutte le novità ha portato cambiamenti, non solo oggettivamente, poiché abbiamo tante cose in più da vedere, ma ha altresì contaminato il preesistente, si è insinuato in un terreno certamente fertile e ha cambiato il nostro modo di percepire e di usufruire della tv.

1731-the-bridge-la-serie-originale-streaming.jpgCosa è cambiato: si passa da una piattaforma dominata dalla Fox, cui va certamente tutto il nostro rispetto, ad una piattaforma che comprende produzioni non solo americane, ma anche asiatiche (segnalo Midnight Diner: Tokio Stories, una serie “davvero” giapponese, sui clienti di un piccolissimo diner, le cui vite si intrecciano casualmente), australiane (tra le altre, cito Please like me, 2013, scritta e prodotta dall’interprete principale, Josh Thomas, nel ruolo di un ventenne gay, alle prese con una mamma depressa ed un padre in piena crisi di mezza età) ma soprattutto europee. Mi riferisco non solo a Hinterland e River, di cui ho già detto, ma aggiungo The Bridge – Original stagioni 1 e 2 (Saga Noren, detective della Polizia di Malmo, stakanovista, inflessibile, anafettiva… e quel cappotto poi!) Luther stagioni 1 e 2 (Idris Elba è la risposta. A tutto.) e Broadchurch stagioni 1 e 2, con un Kilgrave, (un bravissimo David Tennant) che ha abbandonato finalmente il lato oscuro, nei panni dell’ispettore detective Alec Hardy.

Cosa cominci a notare e non ti va più giù: di buono gli americani ci hanno portato attori, ma soprattutto sceneggiatori, autori, scenografi, direttori della fotografia che hanno trasformato un prodotto di serie b, le serie televisive, in “altro”. Si è passati da Sanford & Son, o da L’albero delle mele, che tutti abbiamo adorato, d’accordo, la mia preferita era l’androgina Jo, of course, ma avevamo 11 anni, girate in uno studio di 90 metri quadrati, con le risate finte di sottofondo, niente esterni, tutto nei toni del beige/marroncino, a detective che corrono in tacco 12 senza alcuna difficoltà, e pur essendo dei semplici detective del NYPD, vivono nel centro di Manhattan, vestono MaxMara, e hanno i denti più bianchi dell’universo, mangiano hot dog e portano la taglia 40, in filtro blu freddo!

Nulla è verosimile, è tutto molto bello, ma è tutto molto falso.

E che c’è di brutto in questo, potrebbe obiettare qualcuno? Il cinema è sogno, le serie tv pure! Assolutamente nulla, rispondo io. Fino al 2015 mi sembrava del tutto plausibile, o forse ignara lasciavo correre (tutti in tacco 12, ca va sans dire!). Ma la verità è che in polizia non si guadagna molto, si fa un lavoro di merda, che ti fa anche ammalare, sei mal pagato e non ti ci compri i vestiti firmati. Tutt’altro! Come il detective sergente Ellie Miller di 810OJ7N1v+L._SL1500_.jpgBroadchurch (la bravissima Olivia Colman, premiata agli ultimi Golden Globes come Miglior attrice non protagonista per The Night Manager), hai sempre gli stessi vestiti addosso, per ben 2 stagioni, brutti, di un taglio sbagliato, scegli giacche a vento arancioni (che ti sbattono un po’, diciamocelo), i capelli non curati che solo una mamma lavoratrice con due figli (di cui uno che ancora non cammina) può portare, e quando finalmente torni a casa, sei stanca, hai le occhiaie e ti si vede pure un po’ di pancetta! Ma è la vita vera ed è quella che crea l’empatia (non ho ammesso di avere la pancetta, sia messo a verbale!). Saga Noren, dopo una giornata di oltre dodici ore di lavoro, si cambia la maglia in ufficio davanti a tutti, perchè puzza! Pensateci un po’ ed accostate il detective Kate Beckett a Saga Noren, il distacco non è solo geografico, allo “smokey eye” di Kate Beckett, Saga oppone un viso (apparentemente) privo di make up! Alle meches perfette di Kate, Saga risponde con i capelli lavati a casa e pure un po’ arruffati, ma è bellissima e vera proprio per questo!

Dove voglio arrivare? Sempre lì, ma è la direzione che ho scelto, è la mia, mi ci ritrovo.

Al di là delle storie, dei personaggi, degli scenari (ma quanto è bello il Mare del Nord!) il discrimen è la musica. Tutte le serie che vi ho citato hanno delle colonne sonore meravigliose, su tutti voglio citare “Hollow Talk” dei Choir of Young Believers (https://www.youtube.com/watch?v=cIiQW0ipHjU) sigla di ambedue le stagioni di The Bridge – Original, che ha due tempi, il primo minuto e poco più, è solo voce, piano e pochi archi ed introduce l’episodio, interrompendosi ad episodio iniziato, per poi riprendere come sigla finale e lasciare il posto alla parte più movimentata del pezzo, con la batteria, i cori e le chitarre. Anche questo è un colpo da maestro: dividere un pezzo in due tempi per creare due sigle, testa e coda!

dfb9f05a-ca12-450a-a687-ff7606effb79.jpgSerie come queste, vanno oltre la puntata, oltre i cinquanta minuti per passare il tempo. L’Otium è cosa importante, va coltivato e deve arricchirti. Dopo aver visto una qualsiasi di queste produzioni, cominci a cercare l’autore delle musiche, o il pezzo che chiude una stagione. Luther, per esempio, bellissima serie inglese con un magnifico Idris Elba, come sempre tormentato (anche) da una folle Ruth Wilson, (ritrovata poi in The Affair), conta pezzi dei Cure, come Pictures of you e una riedizione fatta appositamente per la serie di A few hours after this, una cover di Don’t let me be misunderstood, cantata addirittura da Nina Simone e la meravigliosa cover di Never gonna give you up dei Black Keys! E nessuno di questi pezzi è casuale, sono sempre legati al momento, testi e immagini si fondono e si completano.

Dopo una serie come The Bridge – Original, ti viene voglia di passeggiare tra i boschi svedesi, o di immergerti nella lettura di un libro di Indridason, per ritrovarne le atmosfere, gli interni delle case, i silenzi e i paesaggi. Non è la Svezia o la Norvegia, ma va bene lo stesso, fa freddo anche in Islanda! E ti ritrovi ad aggiungere alla tua libreria musicale album di Olafur Arnalds (autore delle musiche originali della colonna sonora di Broadchurch), e altri autori che difficilmente ti sarebbero venuti in mente.

Potrei continuare ancora per molto, ma vi consiglio di cominciare a vedere una di queste o altre serie (sostantivo) serie (aggettivo)! Cominciate anche voi a dedicarvi ad un otium degno di questo nome!
Aggiornamento: da pochissimi giorni è disponibile anche in Italia Amazon Prime Video.

To be continued…ah… che dolci parole!

 

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