Il sogno della gioventù nell’indagine di Gherzi e Baldini

RENZO FRANCABANDERA | Gioventù come luogo del fragile ma anche del possibile. Il mondo adulto taccia spesso la gioventù di mancare di autorevolezza, spessore, ma con l’andare degli anni si perde il vigore del sogno, la capacità di superare la rigidità degli schemi e di trovare soluzioni non convenzionali ai problemi. In questo conflitto con l’esperienza disillusa, la gioventù vive spesso in un angolo di indescrivibile ombra, a cui gli artisti si avvicinano con fatica.

Ci prova un artista senior, Gianluigi “Gigi” Gherzi con Il sogno della gioventù, esito di un’indagine durato due anni che lo ha portato, insieme ad un’altra artista della scena, Silvia Baldini, alla raccolta di un materiale enorme, fatto di testimonianze, laboratori, scritture, note, riferimenti ad altri autori ed artisti. Su questa ricerca è intervenuta la regia di Baldini stessa, che ha costruito con il fotografo Luca Meola e la scenografa Erica Sessa una partitura-contrappunto alla parola di Gherzi, tradizionalmente molto estesa, non drammaturgica e che spesso assume un tono lirico, anche se non metrico.
Come in molti altri lavori di Gherzi, il pre-testo trova sistemazione in una serie di teche mentali, di cassetti e stanze. In altri spettacoli, il materiale si apriva del tutto all’esplorazione diretta del pubblico che girava attraverso installazioni di legno che raccoglievano stimoli artistici della ideale cassettiera mentale che aveva dato spunto allo spettacolo. In questo allestimento l’archivio, composto da quaranta fra poesie, narrazioni, pagine di diario, giochi con il pubblico, personaggi che chiedono parola, canzoni, è sistemato nel lavoro scenografico in ordinatissime scatole di cartone, su scaffalature in metallo di quelle usate in archivi e cantine.

Su ogni scatola un nome, che però rappresenta una categoria fantastica, una tassonomia surreale in cui è impossibile realmente suddividere il genere umano e il mondo delle idee. Sono le storie, le esperienze e i segni raccolti dall’artista-archivista sulla gioventù, che dialogano durante lo spettacolo sia con il pregevolissimo lavoro fotografico di Luca Meola pensato in parte con la Baldini stessa, sia con questa sorta di coro di persone – gruppi di adulti, insegnanti, ragazzi che hanno partecipato agli incontri e ai seminari attraverso cui lo spettacolo ha preso forma – che ha scelto un percorso narrativo, ipotizzando per ogni sera una sequenza di sette scatoloni dei quaranta, da schiudere alla narrazione al pubblico.

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foto Luca Meola

Abbiamo assistito alla “prima” ospitata da Campo Teatrale a Milano dove lo spettacolo ha debuttato ed è stato sostenuto con attività laboratoriali ampie.

La regia spinge Gerzi ad una contaminazione di cui il suo lavoro ha secondo noi grande necessità per modularsi di volta in volta in modo diverso. La sua parola, evocatrice della fragilità del vissuto, è spesso fiume in piena, che chiama il bisogno dell’intervallo.
La diversità degli spettacoli possibili, dovuti alle permutazioni dei 7 fra i 40 contenuti ovviamente fa variare la durata dello spettacolo e il debutto riserva la combinazione più corposa, quella in cui la parola si dispiega nel suo stimolo per quasi un’ora e 45 minuti, mentre lo spettacolo-tipo supera in genere di poco l’ora e un quarto, durata senz’altro più giusta: la sovraesposizione del segno verbale per un tempo esteso, infatti, genera inquinamento immaginifico, eccesso di stimolazioni tale per cui allo spettatore, chiamato a vedere, sentire, e persino fare, resta poco spazio libero da segni, segnali, indici.
Per un verso dunque la regia della Baldini trova gli ingredienti giusti per mediare e indirizzare la cifra di Gherzi in una partitura cui vengono aggiunte immagini potenti, come pure vivo, ricco è il coro di coloro che hanno partecipato a costruire il tutto. La loro presenza, d’altro canto, si fa controcanto in una sola e specifica occasione, mentre per il resto dello spettacolo di fatto tornano ad una funzione di pubblico.

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foto Luca Meola

Rispetto all’evocazione tragica di un presente in cui il narratore afferma il proprio sentire, il bisogno della pausa, del contrappunto si avverte ma necessita di un rigore che invece la struttura cangiante e modulare della creazione non favorisce.
Ci sono fotografie bellissime, temi diversi e non sempre facili da legare fra loro, che indagano la gioventù sotto profili anche molto distanti, c’è il protagonista di una narrazione (Gherzi non è mai solo attore, per certi versi verrebbe persino da dire che non è quasi mai attore), il possibile coro in cerca di questa funzione forse in maniera più organica, scongiurando il rischio di un’ipertrofia segnica che non porta a definire un punto di vista.
Certamente anche questa possibilità di una prospettiva sempre cangiante ha il suo fascino, ma il numero di spettatori che va a rivedere una creazione nelle sue diverse repliche è verosimilmente ridottissimo, quindi questo esercizio trova una sua necessità maggiore in chi lo spettacolo lo porge rispetto a chi lo riceve. I motivi possono risedere nella volontà di non dover scegliere all’interno del corpus documentale ampio che ha generato lo spettacolo, o nella volontà di dare proprio la sensazione di aggirarsi nell’archivio, scegliendo dei temi, dei fili rossi variabili.

Proprio per avvertire maggiormente viva la scelta, forse il coro, che ne è vero artefice, potrebbe partecipare in forma più dialogica e costante allo spettacolo, e non compatta e puntiforme come nella replica a cui abbiamo preso parte (la prima invero), dove gli interventi erano in qualche forma un po’ preparati e circoscritti. Tale ruolo servirebbe a regalare la pausa immaginifica rispetto alla parola di Gherzi. Ricordiamo qui le riflessioni di Dorfles sull’intervallo: “L’unica speranza è quando ci si presenta – inattesa e benvenuta – la tanto osteggiata pausa, quando finalmente ritroviamo un autore contemporaneo (musicista o poeta) che ci pone di fronte a qualche tentativo di ripristinare l’intervallo perduto, vincendo dunque l’horror pleni che pochi avvertono e che tutti invece dovrebbero temere.”
La Baldini nella sua regia individua una direzione intelligente, azzecca gli ingredienti di una minestra dal sapore anche nuovo, a cui Gherzi potrebbe fornire spazio utile per far arrivare qualcosa in più, facendosi magari lui un po’ meno, andando oltre il concetto personale a cui da tempo lavora di teca, archivio, memoria incasellata oltre le caselle, approdando se non ad un principio logico ordinatore almeno ad una definizione di un modus scenico altro, che vibri profondamente di intenzioni  ulteriori: sarebbe forse la cosa potenzialmente più interessante, a nostro avviso, nel percorso di ricerca di Gherzi in questo passaggio; Il sogno della gioventù, con gli aggiustamenti che le repliche possono portare, a questo può ambire, perché in alcuni momenti, anche e soprattutto di silenzio, la poesia arriva forte.

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foto Luca Meola

IL SOGNO DELLA GIOVENTU’

di e con Gianluigi Gherzi
Regia Silvia Baldini
Partitura fotografica Luca Meola
Allestimento scenico Erica Sessa
Disegno luci Beppe Sordi
Una produzione Gherzi – Baldini 
in collaborazione con: Campo Teatrale, Casa in movimento di Cologno Monzese, Teatro Periferico di Cassano Valcuvia, I.A.C. di Matera, Qui e Ora Residenza Teatrale.

 

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