Visite da Vargas Llosa: come da un buco della serratura

ESTER FORMATO |  Lo spettacolo Visite tratto da “Appuntamento a Londra” di Vargas Llosa, drammaturgo, intellettuale e politico peruviano, è parte di una quadrilogia di testi ancora da compiersi del tutto, che Niko Mucci mette in scena per indagare con sguardo intimista le varie forme dell’amore e della solitudine.

Lo vediamo dopo quasi cento repliche, un arco temporale della pratica scenica già abbastanza estesa durante la quale l’equilibrio della partitura drammaturgica dei due personaggi continua ad essere sottoposto al labor limae.

Il testo di Vargas Llosa, scritto nel 2009, è ambientato in una camera d’albergo ed ha come protagonisti un uomo d’affari Chipas Bellatin (Chiqo) ed una misteriosa donna Raquel Suavedra, sedicente sorella dell’amico d’infanzia Paulo.  Un funambolico dialogo che si snoda in svelamenti d’identità, grovigli di ricordi, nonché di vite immaginate e parallele che confondono realtà e finzione. Il regista riprende quasi nella sua interezza la versione originale nella traduzione di Ernesto Franco, apportando minime modifiche in virtù di un maggiore bilanciamento fra i due personaggi, per poi divergere totalmente nel finale. Comunque sia, nell’uno o nell’altro epilogo, la pièce rende emblematica la visione che lo scrittore peruviano ha del teatro e della letteratura, intesi come luogo di fuga, ma anche di resistenza, transito dalla realtà alla finzione depositaria di storie che diventano molteplici possibilità di esistere. A tale visione pare attenersi il finale che Mucci ci propone ed alla quale si rifà il globale assetto scenico.

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Quest’ultimo è costruito con pochi e semplici elementi che rappresentano la camera d’albergo il cui perimetro è scarsamente definito da due paraventi sul fondo del nudo assito del teatro Elicantropo; una sedia e una poltrona con un tavolino centrale costituiscono per la maggior parte del tempo, il raggio d’azione di Chiqo e di Raquel, un attaccapanni, una lampada e un carrello porta liquori addossato alla parete sono i restanti elementi di scena, funzionali a microazioni che accompagnano la conversazione. L’inizio della recita coincide con l’accensione da parte di Chiqo (Roberto Cardone) della luce che sarà da lui stesso spenta alla fine e con l’ingresso in impermeabile della donna. Si accende così la scena teatrale, vale a dire il materializzarsi di un paesaggio interiore dove l’immaginario del protagonista può vivificarsi. L’impressione di fondo è che i due paraventi, l’entrata ed uscita di Raquel (Marcella Vitiello), l’impermeabile che si toglie e che riprende alla fine, la postura e l’impostazione recitativa dei due attori, le piccole azioni che convenzionalmente conferiscono dinamicità al lavoro, altrimenti squisitamente incentrato sulla parola,  la frontalità rispetto allo spettatore nelle parentesi monologate dei ricordi, l’acqua nel bicchiere versata solo con qualche goccia,  palesano insomma il gioco teatrale che collima, infine, con quello tutto soggettivo, d’alterità che il protagonista – così si conclude la versione di Niko Mucci – fa con se stesso. E  allora, persino la  rivelazione dell’identità di Raquel che giunge a metà della storia e che ci sembra vero motore drammaturgico, perde di consistenza per allinearsi con le reinvenzioni che della loro esistenza entrambi intessono trasognanti. Raquel, Paulo e Chiqo aleggiano sulla scena come riflessi di un’unica coscienza, sono possibilità di vita diverse che il teatro rende al contempo legittime e, quindi, esistenti; i tre personaggi non esistono per Mucci se non in un processo psicoanalitico all’interno dell’immaginazione di uno solo di essi, così come la vita, la morte, il tempo, l’amore e l’amicizia assumono forme cangianti; così è possibile che Raquel sia Paulo, che Paulo e Bellatin siano stati amanti, sposi, uno l’omicida dell’altro, una parte di se stessi che si cerca per tutto il tempo della vita. Nel finale originale  Paulo bussa alla porta di Bellatin, ponendo fine ad uno strano delirio della sua mente. Ma ciò  implicava una seconda presenza maschile che interpretasse verosimilmente Raquel  (e che quindi  ne rendesse consistente l’ambiguità sessuale); restava, però, poco comprensibile il motivo per il quale il protagonista potesse attribuire all’amico, in verità ora socio in affari, oltre ad un’identità sessualmente ambigua, una separazione durata trentacinque anni.

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In Visite  la presenza di una vera e propria donna e la rivelazione conclusiva circa l’identità del protagonista rendono possibile una differente lettura dai contorni più intimisti e dichiaratamente psicoanalitici. Questo epilogo difatti ci restituisce la sensazione di aver guardato da un buco di una serratura di una camera d’albergo la cui fugace consistenza che corrisponde al mondo di “cartapesta” del teatro qui simboleggiato dai due paraventi, ci conduce in un percorso teatrale intimista attento alle vicissitudini della nostra interiorità della quale la labile finzione scenica diventa delicata ed evanescente rappresentazione.

 

VISITE on Roberto Cardone, Marcella Vitiello
musiche originali Luca Toller
costumi Alessandra Gaudioso
foto di scena Giuliano Longone
assist. regia Livia Bertè
regia NIKO MUCCI

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