Delirio Bizzarro, per un teatro dei “confini”

ESTER FORMATO | Delirio Bizzarro di  Carullo Minasi è frutto di un percorso articolato, promosso dal Teatro Stabile di Messina, che ha portato la compagnia a condividerne un tratto con pazienti ed operatori di un Istituto di igiene mentale. Un’esperienza questa, che si tramuta in drammaturgia e ne viene fuori una scrittura armonica in tutte le sue parti che consiste nella rielaborazione delle conversazioni con ospiti ed impiegati della struttura e dove il disturbo mentale viene introiettato attraverso l’alterazione del linguaggio, segno primario della scissione con la realtà.

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Mimmo e Sofia sono rispettivamente un giovane affetto da esaurimento nervoso e un’operatrice volontaria (o presunta tale)  le cui condizioni diventano via via sempre più affini sino a delinearsi  una tragicomica equiparazione fra i due ruoli. Tutto ciò si concretizza in assito come un vero e proprio limbo pirandelliano in cui il confine fra realtà e follia è rappresentato da una parete dalle parti fra loro incongrue. Diversamente dai lavori precedenti, Delirio Bizzarro si dota di un apparato scenico decisamente più complesso che trasla visivamente l’estraniamento presente nella drammaturgia, costituendo insieme ad essa un’unica compagine; al di qua della parete una scrivania e delle sedie abbozzano quel che potrebbe essere lo studio del dottor Allone che, invece di fare il suo mestiere, è al colloquio con l’assessore del bilancio, e questo spazio delimita il raggio d’azione dei due personaggi. L’impressione è che la parete separi loro dal mondo esterno, presumibilmente immaginato oltre il fondo della scena, e che come una membrana costituisca un’ulteriore quarta parete dal verso opposto. Non è un caso che i due attori preferiscano chiamarla installazione e non scenografia, perché più a rappresentare una contestualizzazione spaziale, suggerisce una condizione esistenziale che emergerà drammaticamente  alla fine, ed inoltre allude ad una geografia urbana e sociale insieme che sospinge sempre di più il singolo o gruppi di individui ai margini. Fra la stessa installazione e la reale quarta parete Carullo e Minasi danno luogo a quel limbo pirandelliano abitato dalla simultanea compresenza della vita, della follia e della finzione teatrale; le reiterate allusioni di Mimmo alla recita, riferimenti del laboratorio teatrale che si tiene come attività ricreativa, le battute “Non sono al centro della scena?” oppure “è il teatro che ti mette agitazione, gli origami devi fare” attraverso le quali i due attori smascherano patinati e sdoganati valori di cui il teatro stesso si fregia, non sono semplici orpelli metateatrali,  ma fanno della finzione l’unico possibile codice con il quale riuscire a setacciare il delicato confine fra lucidità e alienazione che si fa sempre più labile in virtù dei meccanismi di spersonalizzazione che subisce chi è invece ritenuto sano.

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Sofia – il cui personaggio è frutto di osservazioni non sui pazienti ma sugli operatori –  ritiene che il suo lavoro si basi sull’identificarsi nell’altro, e allora quanto calzante ci appare la finzione scenica con la sua condizione! Se Mimmo riesce a prendere coscienza della propria invalidità quantificandola  attraverso la pensione della Previdenza Sociale e imparando – esattamente come i sani – ad imbrogliare per tenersi anche l’accompagnamento,  Sofia viceversa scappa dalla società vale a dire da imposizioni sociali e familiari, internandosi nel centro e allo stesso tempo in una figura professionale che da nessuno è riconosciuta   Sofia e Mimmo nei corpi di Cristiana Minasi e  Giuseppe Carullo prendono allora vita  attraverso una  recita  di un ruolo che legittimi per la prima la sua presenza in uno spazio che – esattamente come all’esterno – non le appartiene, mentre al secondo dia la garanzia di poter svolgerne uno vero e proprio nella recita di un cunto che rimpiazzi la sua disfunzionalità e giustifichi una collocazione spaziale (“sono al centro della scena?”) che non riesce a rinvenire nella realtà. Nell’uno e nell’altro caso la recita permette loro la convivenza entro quelle mura,  ma diviene soprattutto  paradossale ricerca di un’identità nel baratro del delirio – inteso come confusione e disorganizzazione del pensiero in relazione con la realtà esterna – che la scena di Deliro Bizzarro prova a materializzare.

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Questo paradosso portato agli estremi in forma bizzarra arriva allo spettatore soprattutto nel momento in cui la drammaticità irrompe attraverso la frontalità del personaggio che inficia la membrana della quarta parete; Sofia smette la sua recita spogliandosi, azzerando la sua labile identità e riconoscendosi estranea al di là di quel muro ed anche al di qua che altri non è che un centro per disabili mentali smantellato dall’incuria politica e dal peso della burocrazia.

C’è naturalmente Pirandello sotteso al lavoro di Carullo Minasi, la complessa equivalenza della verità alla finzione teatrale che, tuttavia, non è mai proposto come dogma o come ideologia.  Del grande drammaturgo siciliano, la coppia di attori sembra più che altro attingere una metodologia che consente loro di rapportare la problematicità del disturbo mentale all’alienazione che vi si subisce anche nel tessuto sociale, lasciando che lo spettatore impari a dubitare di quel confine fra chi è dentro e chi è fuori. Accogliendo così il disagio come condizione che appartiene a tutti, diviene immediato grazie all’intelligenza della coppia siciliana, scorgerne persino la dolce ed ironica poeticità che abbraccia le nostre esistenze.

DELIRIO BIZZARRO  vincitore Forever Young

di e con Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi
scene e costumi Cinzia Muscolino
scenotecnica Pierino Botto
disegno luci Roberto Bonaventura
aiuto regia Veronica Zito, Eleonora Bovo
collaborazione artistica Ivana Parisi, Simone Carullo, Giovanna La Maestra
e con la collaborazione del Centro Diurno di Salute Mentale “Il Camelot”, del Teatro Vittorio Emanuele e della “Casa del Con”

produzione Carullo-Minasi, La Corte Ospitale – Teatro Herberia

Comments

  1. nicola mucci says:

    lieto che tu sia venuta a casa nostra al tan….peccato non esserci incontrati di nuovo , Niko Mucci

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