Roberto Latini e la macchina amletica di Heiner Müller

ELENA SCOLARI | Amleto ci sopravvivrà. Ogni suo ingranaggio, ogni suo dubbio aleggerà sopra i nostri successori, anche quando sembrerà schiacciato tra gli ingranaggi prosaici e scricchiolanti dell’età moderna e futura.
L’AMLETO + DIE FORTINBRASMACHINE di Roberto Latini segue la teoria di Jan Kott (saggista e critico teatrale polacco) secondo la quale Fortebraccio, ultimo a comparire in scena e che arriva a disastro compiuto, è da considerarsi un personaggio chiave perché porrà fine alla catena di assassinî, farà portar via i cadaveri e ristabilirà l’ordine in Danimarca. Latini gioca a smontare e rimontare i mattoncini che il drammaturgo tedesco Heiner Müller ha assemblato nella sua Hamletmachine degli anni ’70,

fortebraccio-teatro-amleto-die-fortinbrasmaschine-4rfabio-lovinouna brevissima e liberissima riscrittura di Amleto, composta di 5 quadri che richiamano gli atti della tragedia ma ponendo l’accento su metariflessioni che l’interprete monologante compie sul suo essere attore, sull’essere (o non essere) personaggio. Un’operazione fortemente intellettuale, sicuramente elitaria, che Latini non intende rendere più trasversale, nonostante l’inserimento di alcune strizzate d’occhio popular come la comparsata in uno schermo tv di Rutger Hauer nel monologo finale di Blade runner (ormai vogliamo paragonarlo all’Essere o non essere?) o il ventilatore che solleva l’abito di Ofelia/Marilyn in piedi sopra a una grata sospesa.

Il lavoro di Roberto Latini e Barbara Weigel è intelligente, pieno di rimandi colti, scenicamente bello, debitore di Carmelo Bene per l’uso della voce e dei microfoni ed esplicitamente citato per Homelette for Hamlet (suo allestimento del testo di Laforgue) ma anche per un indubbio autocompiacimento nello stare in scena. Dovendo scegliere, Bene è un ottimo dispensatore di crediti teatrali, parliamoci chiaro. E le sue quotazioni non accennano a diminuire, parrebbe.
Ci sono, in Amleto + Fortinbrasmachine, alcuni momenti che hanno un senso teatrale acuto e quasi doloroso. Idee registiche forti. L’inizio: l’attore in kimono bianco è avvolto nel buio, solo una luce a pioggia sopra di lui, il nero totale che lo circonda è simbolo del Teatro ma è anche presagio della solitudine di Amleto, che accompagnerà tutta la sua lotta. Il monologo Essere o non essere, recitato senza alcun orpello, nudo, in modo quasi colloquiale, come se lì stesse tutto l’essere attore, tutto l’essere uomo. fortebraccio-teatro-amleto-die-fortinbrasmaschine-5rfabio-lovinoE questa sensazione è tanto più forte perché il resto dello spettacolo è veramente una macchina, tecnicamente complessa, con oggetti che vanno e vengono, piani che salgono e scendono, musiche non sempre opportune, tutto ciò fa risaltare splendidamente il fulgore pulito del monologo. Il pezzo del becchino su Yorick – centrale per capire la componente affettuosa di Amleto – è realizzato alternando due microfoni che ricordano la tecnica dei ventriloqui, forse il padre parla anche attraverso lo spirito del buffone di corte.

Vedendo questa versione della tragedia abbiamo pensato anche ad ExAmleto del grande Roberto Herlitzka, anche lui solo sul palco a interpretare tutti personaggi, con il suo stile minimale e discreto, personificazione di un’eccellente modestia. Latini incarna un modo decisamente meno understated e più cerebrale che regala comunque una prova di alta comprensione del testo, sebbene a tratti non completamente intelligibile.
La nostra comprensione del foglio di sala non è invece altrettanto alta: “Ci siamo permessi il lusso del confine e abbiamo prodotto da quel centro una deriva. Una derivazione forse, alla quale riferirci nel tempo, o che probabilmente è il frutto maturo di un tempo che già da tempo è il nostro spazio”.
Mumble mumble…

Il grande cerchio di neon che cala dall’alto – oggetto centrale della scenografia – cambia colore come cambia il calore della scena, diventa recinto di reclusione o porta per una dimensione simbolica e assoluta. La macchina di Amleto oscilla tra quadri più riusciti e altri dove l’eccesso di metaforizzazione può risultare un esercizio non sempre retto da un motivo evidente.
Spezzettare l’opera originale, crediamo anche nell’intento di Müller, è spiegare come il testo di Shakespeare contenga l’archetipo di tutte le passioni e le nefandezze che compongono l’animo umano, tanto completo da reggere una destrutturazione che ne annulla la linearità. Questa drammaturgia è una declinazione un po’ narcisa del ruolo dell’attore, che può fare e disfare, dilatare e contrarre, tradire e riprendere.

Müller dedica il suo finale a Ofelia, portata in scena su una sedia a rotelle, più vittima degli altri, incattivita da una sorte che annuncia di voler vendicare. Qui sulla sedia a rotelle c’è un’armatura, con una coperta sulle ginocchia, ascolta Latini che indossa una sovrapposizione di costumi dei vari personaggi e che bla bla blatera una storia che non ci stanchiamo di ascoltare.

 

di e con Roberto Latini
drammaturgia Roberto Latini e Barbara Weigel
regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
movimenti di scena Marco Mendaci, Federico Lepri, Lorenzo Martinelli
Organizzazione Nicole Arbelli
foto Fabio Lovino
in collaborazione con L’Arboreto Teatro Dimora di Mondaino, Ater Circuito Regionale multidisciplinare, Teatro Comunale Laura Betti, Fondazione Orizzonti d’Arte
con il contributo di Mibact e Regione Emilia Romagna

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