Attila, quando l’opera sposa il cinema: intervista ad Enrico Stinchelli

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LAURA NOVELLI | Cantanti che si muovono sul palcoscenico come se stessero dentro un film. Musica metallica amplificata dalle immagini. Tanta iconografia simbolica in odore di fantasy e medioevo. Non c’è dubbio che l’”Attila” di Giuseppe Verdi (su libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave) programmata in questi giorni al Teatro Comunale di Modena con la direzione di Aldo Sisillo, l’impianto scenografico di Pier Paolo Bisleri e la regia di Enrico Stinchelli racchiuda in sé importanti elementi di novità e di modernità. Novità e modernità che rispondono al preciso intento di voler intarsiare insieme registri espressivi diversi per sottolineare, contestualmente al vigore musicale, la forza prorompente e avvolgente delle immagini. E se la formula ha già funzionato bene in precedenti allestimenti del regista romano, noto musicologo e conduttore della trasmissione radiofonica “La Barcaccia” di cui l’anno scorso avevo visto un’originale rilettura de “L’histoire du soldat” di Igor Stravinskij (https://paneacquaculture.net/2016/07/01/stravinsky-e-il-suo-soldato-in-guerra-col-destino/), qui essa rappresenta la carta vincente di un lavoro che, complici la bravura dei musicisti dell’Orchestra dell’Opera Italiana e degli interpreti (cito almeno il basso Carlo Colombara/Attila, la soprano Svetlana Kasyan/Odabella e il tenore Sergio Escobar/Foresto), fa i conti con un’opera giovanile di Verdi rileggendola in chiave “coraggiosamente” cinematografica. Ne parlo con lo stesso Stinchelli il giorno successivo alla prima.

Come è andato questo debutto modenese?

E’ stato un bel successo; una serata incandescente e soprattutto un trionfo per tutti, nessuno escluso. Mi fa davvero piacere perché è stato un lavoro lungo, complesso, al quale abbiamo dato tutti davvero molto.

Perché portare in scena proprio quest’opera verdiana assai poco rappresentata?

Per Modena si tratta di un vero e proprio omaggio alla sua stessa Storia. Il personaggio di Attila è legato infatti al santo protettore della città, San Geminiano, che 1500 anni fa si racconta evitasse l’invasione degli Unni grazie ad una miracolosa nebbia che nascose Modena agli occhi dell’invasore. Il 31 gennaio cade proprio la festa del patrono e dunque questo spettacolo non fa che rinsaldare il legame tra i cittadini e il loro passato.

L’allestimento però nasce altrove. Ci può raccontare la sua genesi?

Sì, questa messinscena dell’Attila è nata a Trieste, al teatro Verdi, in occasione del bicentenario verdiano. Anche Trieste ha un legame stretto con il “flagello di Dio” perché non lontano da Trieste sorge la basilica patriarcale di Aquileia che è un luogo cantato nell’opera. Anzi, per essere precisi, i fatti sono ambientati proprio ad Aquileia e l’opera inizia proprio con la distruzione dell’antica città romana. Il teatro Verdi la produsse nel 2014 e fu un tale successo che, da lì a poco, venne riproposta in cartellone nella stessa città: un caso abbastanza unico. Ovviamente la ripresa attuale presenta delle varianti significative. Modena ha un teatro con una grande dotazione tecnica per cui posso dire che l’allestimento è stato ulteriormente migliorato.

Che cosa rappresenta l’”Attila”, che debuttò a Venezia nel 1846, all’interno del repertorio verdiano?

Come dicevamo prima è un’opera poco rappresentata che appartiene alla prima produzione verdiana, eppure ha delle difficoltà esecutive e vocali davvero complesse. Basti vedere, ad esempio, la partitura del soprano. Pertanto, qui già si intravede chiaramente l’autore vulcanico che ben conosciamo; lo stile è già rivoluzionario e, come per tutti i musicisti di genio, ci sono già tutti i crismi del Verdi più maturo, quello del “Don Carlos”, di “Aida”, de “La forza del destino”. Tale grandezza è avvertibile sin dal preludio e ciò facilita il lavoro del regista, perché – non dobbiamo dimenticarlo mai – la regia lirica è sempre e comunque una regia “nella” musica.

Venendo dunque proprio alla sua regia, qui assistiamo ad un ampio impiego della tecnologia. In cosa consiste precisamente quest’intervento stilistico?

L’uso della tecnologia e del video (le proiezioni dinamiche sono a cura della MadAboutVideo di Malta, ndr) per me è nevralgico. Cerco di utilizzare tutti i mezzi della tecnologia moderna per creare una continua interazione tra la regia e le immagini, come se fossimo in un set cinematografico. Lo spettacolo, di conseguenza, viaggia su un doppio registro: non è teatro d’opera classico, piuttosto un corpo unico di musica, luci e proiezioni che aggiungono enfasi all’spetto visivo, all’immaginazione. Lo spettatore si sente dentro l’opera e, nel contempo, dentro un film. In questo lavoro, ad esempio, le immagini proiettate completano idealmente le varie scene evocando luoghi, fenomeni atmosferici, momenti – l’alba, le nuvole, la luna, la caverna di Attila – come se fossero costruiti tridimensionalmente. Credo che in questo modo, senza snaturare la natura originaria del melodramma, l’opera lirica – ogni opera lirica – risulti più vicina agli spettatori di oggi, più affascinante.

A quali ambienti o atmosfere si è ispirato per la scelta delle immagini?

Per l’ambientazione ho scelto atmosfere fantasy in stile “Signore degli Anelli” e “Il Trono di Spade”, per cui l’azione della trama, che nel libretto si svolge intorno al 400 d.C., risulta posticipata di almeno seicento anni. Non mi interessava una regia archeologica, piuttosto creare un clima fantastico, gotico. Per raccontare la vicenda degli Unni e dei Romani non serve che ci siano date precise perché  è il colore ciò che più conta. Nel mio “Attila” i toni dominanti sono quelli del ferro, del metallo; il legno è grigiastro; la foresta è tagliata da raggi lunari e persino Odabella (la coraggiosa figlia del signore di Aquileia, ucciso dello stesso Attila, ndr) ha un braccio di ferro/armatura. Il tutto contribuisce a sottolineare il carattere di acciaio della musica.

Chi è Attila secondo Verdi e secondo lei?

L’Attila di Colombara, un artista gigantesco che con questo personaggio festeggia i trent’anni di carriera, è un ero positivo, un uomo profondamente innamorato di Odabella , dalla quale però alla fine verrà tradito e pugnalato. D’altronde Attila, nella realtà, non era affatto un selvaggio. Aveva studiato strategia militare presso i Romani ed era un abile diplomatico. Direi che la vera forza del dramma sta proprio nell’amore fatale che lega il re degli Unni e la figlia del signore di Aquileia: si amano a vicenda e tuttavia la donna cederà alla sua sete di vendetta e ammazzerà l’uomo che ama, ribaltando così il Bene in Male, sbiadendo i confini tra Giusto e Ingiusto. Quest’ambiguità, che scaturisce dal libretto così come dalla musica, è il grande, moderno, messaggio di Verdi. Alla fine l’eroe diventa la vittima, come spesso capita nella Storia umana, e canta: “Tu pure Odabella”, evocando quasi le parole di Cesare a Bruto.

Si avvertono tante assonanze con l’attualità. Nella sua regia è connotato in qualche modo questo aspetto politico del melodramma?

Certamente “Attila” racconta una tragedia molto attuale. Potremmo rileggere le invasioni dei barbari come un’antica jihad o come una guerra interreligiosa. Nell’opera compare anche l’intrepido papa Leone Magno che, come è noto, fermò Attila. Qui però ha le sembianze di uno spettro, una specie di Gandalf de “Il Signore degli anelli”, uno stregone, un mago; non risponde affatto all’iconografia classica del cristianesimo.

Crede che un’opera riletta in chiave così moderna possa affascinare il pubblico giovanile?

Lo spettacolo in sé sarebbe assolutamente fruibile dai giovani e, anzi, piacerebbe molto ai ragazzi di oggi perché sono convinto che vi ritroverebbero tanti riferimenti al loro immaginario. Purtroppo però i giovani non vengono a vedere la lirica. Ma non è colpa loro. Nella politica culturale italiana degli ultimi venti anni abbiamo assistito ad un lucido disegno distruttivo: annebbiare le menti dei ragazzi, rimpinzarli di televisione fatta male, ridurne le capacità critiche e non investire sulla loro educazione al bello. E intendo educazione all’opera lirica così come al teatro di prosa, all’arte visiva, ai concerti. Aggiungiamo poi che i costi dei biglietti rendono proibitivo l’accesso a certi tipi di spettacolo. I giovani dovrebbero andarci gratis a teatro o all’opera Purtroppo il disegno dei nostri politici è stato molto preciso e ormai i danni sono irrevocabili. Quando ero giovane io in televisione, in prima serata, venivano trasmessi grandi spettacoli con Paolo Stoppa e Rina Morelli. E lo ripeto: in prima serata. Sembrerà retorico ma è così. Pura e semplice verità.

La sua trasmissione radiofonica “La Barcaccia” ha  tanto seguito e successo. Forse l’educazione al bello può ripartire dalla radio?

Me lo auguro. Siamo arrivati alle 6000 puntante. Andiamo in onda (dal lunedì al venerdì alle ore 13 su Radio3, ndr) dall’ottobre dell’88: un vero record per qualsiasi trasmissione radiofonica. C’è da dire però che Radio3 rappresenta da sempre un contenitore di alta informazione culturale, un vero nutrimento per gli ascoltatori. Certamente la radio è un mezzo importante e si può fare ottima divulgazione, anche divertendo. “La Barcaccia” ad esempio è una sorta di “varietà operistico”. Il nome si riferisce ai palchi propri dei teatri all’italiana più vicini al palcoscenico, ma poi nel tempo è diventata quasi una barchetta in mezzo all’Oceano, una zattera di salvataggio. A dimostrazione del fatto che l’opera è viva (e basti vedere cosa succede all’estero), noi proponiamo un intrattenimento giocoso che spazia, fa voli pindarici, ospita personaggi molto curiosi ed interessanti. Il pubblico ci segue con affetto e per noi è una bella soddisfazione. D’altra parte, cosa c’è di più bello che poter giocare con le cose che si amano?

I suoi impegni futuri?

L’”’Attila” ci è già stata richiesta da altri teatri ma, siccome non abbiamo ancora un accordo definitivo, preferisco non anticipare nulla. Ci tengo invece a segnalare che sta per uscire un video della Paramax con la ripresa di una “Turandot” di Puccini che ho diretto a Torre del Lago e che ha le scene di Ezio Friggeri e i costumi del Premio Oscar Franca Squarciapino. Infine, sto lavorando a una “Lucia di Lammermoor” molto particolare e sarà un altro lavoro lungo e complesso di cui sono molto felice.

Attila 
Giuseppe Verdi
Dramma lirico in un prologo e tre atti.
Libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave
dalla tragedia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner

Personaggi e interpreti

Attila, re degli Unni Carlo Colombara
Ezio, generale romano Vladimir Stoyanov
Odabella, figlia del signore di Aquileja Svetlana Kasyan
Foresto, cavaliere aquilejese Sergio Escobar
Uldino, giovane bretone, schiavo d’Attila Roberto Carli
Leone, vecchio romano John Paul Huckle

Direttore Aldo Sisillo
Regia e luci Enrico Stinchelli
Scene e costumi Pier Paolo Bisleri

Maestro del coro Stefano Colò

Orchestra dell’Opera Italiana
Coro della Fondazione Teatro Comunale di Modena

Produzione Fondazione Teatro Comunale di Modena

Allestimento del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste

Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” di Modena

2,5 e 7 febbraio 2017

 

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