Le vacanze dei signori Lagonia: avvinghiati all’estremo lembo della vita

ESTER FORMATO | Torna a Napoli, dopo la prima replica partenopea della scorsa stagione, al Teatro Area Nord di Piscinola, lo spettacolo Le vacanze dei signori Lagonia con testo scritto da Francesco Colella e Francesco Lagi, prodotto da Teatrodilina.

Siamo alle prese con un teatro in cui drammaturgia e scrittura scenica si confrontano come in uno scontro corpo a corpo, la partitura del testo si scarnifica attraverso  gesto, silenzio, sguardo, mugolio che  vanno sostituendosi a parole, o si scontrano con esse o semplicemente le dilatano cosicché nessuna appaia superflua.

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L’importanza della pratica scenica si fa evidente dapprima nel semplice assetto scenografico. Una pellicola argentea perimetra il raggio d’azione risaltando così la naturale luminosità delle luci, esattamente come luminosa può essere qualsiasi spiaggia sotto al sole cocente; un ombrellone piazzato al centro, e ai lati posteriori rispettivamente una sagoma di una prua di una barca e un assemblaggio di ceste, borse e una tanica: sono le robe che i coniugi Lagonia hanno portato con sé al mare. Imponente e ieratica, la signora Lagonia siede sotto l’ombrellone avvolta nel suo enorme prendisole e con crocs bianche ai piedi, i tratti – ancor più accentuati se filtrati dal corpo maschile di Francesco Colella –  richiamano quelli delle matres meridionali, umili matrone di un mondo familiare che continuiamo a trascinare sulle spalle, mentre suo marito (Mariano Pirello) è assorto nel suo castello di sabbia su di un lato del proscenio. Intercorre una distanza fisica tra i due che sarà poi annullata nell’epilogo, distanza che la moglie paralizzata cerca di attutire con il suo colorito eloquio calabrese che come un fiume in piena riversa sul silente consorte. La comunicazione fra i due appare immediatamente squilibrata: all’irruenza di lei corrisponde un mutismo quasi assoluto – se non intervallato da monosillabi e sussulti – di lui. In questo scarto comunicativo accade qualcosa di buffo, l’interazione è una sequenza di numeri clowneschi (il ventaglio gigante che lui prende per farle vento, il panino con la ricotta che però a lei non piace, il disagio dei pannoloni, le pinne e la maschera di lui per tuffarsi in acqua, l’imitazione di Gianni Morandi, il cruciverba, il ricordo di un certo Pierino Catizzone)  rispettando quasi sempre la semplice frontalità che acuisce ancora di più il senso di spaesamento ed estraniamento all’interno  della coppia,  rimarcati dalla mancanza di riferimenti formali (spazio, tempo, intreccio).

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Una fluttuante leggerezza avvolge lo spettatore che si ritrova al cospetto di una coppia che della loro vita vissuta sino a quel momento non si ritrovano che brandelli e né possono più costruirla in una sequenza coerente e complessa. Perché la vita a viverla è complessa assai, ma come la si può vedere “da lontano” quando da essa si è esautorati? Resta l’ironia delle piccole cose, il ricordo fievole e comico assai di un’attrazione erotica lontanissima nel tempo, dispersa chissà dove fra i meandri di pensieri teneri e confusi: gli occhi di Natascia, la loro figlioletta, il suo sudore che sapeva di qualcos’altro: “ma tu te lo ricordi? Io no” oppure “Chiudi gli occhi e pensa a quand’ero bella”, “O amore mio, o Ferdinando mio!”,  le battute risuonano alla fine come cocci su un rivolo di mare, detriti di esistenze confinate nel limbo che precede la morte. Sicché la drammaturgia  sul (forse) ultimo quadro di vita  dei signori Lagonia appare disgregarsi attraverso i mille mugolii di Ferdinando che inermi si fondono con le irruenti parole della sua Marisa,  così il silenzio corrode la sequenza delle parole, la gestualità le mette a giusta distanza. Le piccole azioni ovvero il brindisi con i calici, il borotalco che goffamente viene spolverato sul di dietro della moglie diradano la partitura verbale, non materializzandola, ma al contrario,  conferendo ad essa una straniante leggerezza ed impalpabile tragicità. La tentazione di citare Beckett è grande, eppure a pensarci bene Le vacanze dei signori Lagonia rappresenta uno di quei casi teatrali per i quali fregiarli di riferimenti formali seppur così importanti, rischia di inquadrarli in un formalismo a posteriori che ci impedisce di intravederne il pregio e la fatica proprio nell’originalità e nella relativa messa in scena, frutto in un processo complesso in cui – immaginiamo –  idea e ragionamento in un’azione simultanea rendono possibile la costruzione di un lavoro così come lo vediamo. Inoltre, è proprio lo spettacolo a suggerirci la sua non identificabilità con un modello preciso, perché nell’epilogo, presentato come un quadro a parte, si fa evidente invece una disarmante forza vitale che lascia aperta la storia. A concluderla che sia lo spettatore, dunque, al cospetto dell’estrema sfumatura – così inedita e sorprendentemente commuovente – di un amore coniugale che si trasforma in imprescindibilità biologica dall’altro, non in quanto parabola beckettiana della condizione umana, quanto rimasuglio di vita che ce li fa vedere, sul finale, prendere il largo.

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Un testo dunque poetico e raffinato nella sua essenzialità che finisce per riverberarsi attraverso il gioco scenico. Suggestive le interpretazioni: la signora Lagonia è tratteggiata secondo una campionatura gestuale (si acconcia la veste, si sistema il ciuffo di capelli di continuo) e verbale tipica delle figure meridionali proprio grazie alla rielaborazione che Colella ne fa attraverso il suo corpo. D’altro canto Mariano Pirrello ne restituisce una perfetta complementarietà,  controbilanciando la verbosità e l’immobilità della signora Lagonia,  con il suo disperato silenzio  muovendosi all’interno e fuori la scena e riempiendola con la sua gestualità.

Poesia ed ironia si mescolano in maniera tale da lasciare gli spettatori quasi sballottati, se non ancora sognanti o calati in una intensa riflessione su quell’estremo lembo di vita al quale stremati e reietti ci si avvinghia con tutta la grandezza delle piccole cose.

 LE VACANZE DEI SIGNORI LAGONIA

scritto da Francesco Colella e Francesco Lagi
con Francesco Colella, Mariano Pirrello
disegno luci Martin Emanuel Palma
disegno suono Giuseppe D’Amato
scenografia Salvo Ingala
foto di Loris Zambelli
organizzazione Regina Piperno, Gianni Parrella
regia Francesco Lagi
produzione Teatrodilina, Progetto Goldstein

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