Parigi e festival Italien: Servillo e Ronconi al théatre Athénée

FRANCESCA DI FAZIO | Al Théatre Athénée Louis-Jouvet si arriva scendendo alla fermata del metro Opéra. Si salgono le scale per uscire dai cunicoli sotterranei e ci si trova davanti questo teatro immenso. Ma bisogna andare oltre le sue statue dorate e procedere lungo la fiancata, fino a che ce la si lascia alle spalle, maestosa e solida. Il théatre Athenée è poco più oltre, più umile, nascosto in una via laterale, ma non per questo meno affascinante. È un piccolo teatro all’italiana, con i suoi palchetti in velluto rosso e le sue decorazioni d’oro baroccheggiante. Ogni anno questo teatro, che fu diretto tra il 1934 e il 1951da Louis Jouvet, ospita il Festival Italien, vetrina d’oltralpe per il nostro teatro contemporaneo.

Toni Servillo si presenta al festival con uno spettacolo che conosce le regole della maison française, portando in scena le riflessioni sul teatro dell’attore e regista francese Louis Jouvet. Il testo si compone infatti della rielaborazione delle stenografie originali dei corsi che, dal 1939, Jouvet teneva nella sua scuola di teatro, rielaborazione effettuata nel 1986 dalla regista Brigitte Jaques-Wajeman. Si assiste qui a delle prove teatrali. Il risultato è una perfetta applicazione del meccanismo metateatrale: non uno spettacolo di teatro, ma uno spettacolo sul teatro, in cui esso è l’assoluto protagonista. Non c’è spazio per nient’altro nelle esattissime parole di Jouvet. I discorsi si animano di vita mentre escono dalla sua mente e dal suo petto, grazie soprattutto alla magistrale interpretazione di Servillo, sul quale si regge indiscutibilmente tutto lo spettacolo. L’arte attoriale trova qui una sua duplice rappresentazione: nelle parole in cui viene descritta e nell’applicazione vibratile, emozionante di Servillo.

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Ogni trucco teatrale è tolto, ogni orpello non trova qui dimora; vi è uno spazio vuoto che soltanto una pratica teatrale essenziale può riempire. “Degli interpreti e un pubblico. Una tensione, un contatto”.
Nel corso degli anni ’40 il maestro Jouvet decide di mettere in scena il Don Giovanni di Molière, al quale lavora insieme all’attrice Paula Dehelly (interpretata da Petra Valentini). È a lei che queste lezioni sono rivolte.
C’è una parola che risuona spessissimo nei discorsi di Jouvet, la parola “sentimento”. Un termine su insiste in maniera martellante con spiegazioni sempre variate, un termine da cui non si può prescindere per poter essere Attori. Da questa insistenza, da questa sicura intenzione, da questa risolutezza da cui non si allontana un istante la fede che sembra animare Jouvet, deriva tuttavia la percezione di una sottile crepa che guasta la linearità dei suoi pensieri, di un’increspatura sulla superficie limpida dell’acqua: è la percezione della storia, del tempo reale là fuori dalle mura del teatro, allora come ora, si potrebbe dire.
Allora, la guerra avanzò con la sua presenza ingombrante a sospendere il lavoro del teatro di Jouvet, e la formazione di Paula a causa delle sue origini ebree. Ora, viene da chiedersi se questo tempo presente permetta ancora di lavorare sul sentimento, se conceda ancora un poco di spazio a questo compito.

 
Elvira
(Elvire Jouvet 40)
di Brigitte Jaques © Gallimard
da Molière e la commedia classica di Louis Jouvet
traduzione Giuseppe Montesano
regia Toni Servillo
costumi Ortensia De Francesco, luci Pasquale Mari
suono Daghi Rondanini, aiuto regia Costanza Boccardi
con Toni Servillo, Petra Valentini, Francesco Marino, Davide Cirri
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatri Uniti

 

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Danza macabra
di August Strindberg
regia Luca Ronconi
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa
traduzione e adattamento Roberto Alonge
scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper

 
A quasi due anni dalla morte di Luca Ronconi, il Theatre Athénée invita sul suo palcoscenico Danza macabra di A.Strindberg, uno degli ultimi testi su cui Ronconi ha lavorato.
La meschina quotidianità di due coniugi, che non si nascondono una reciproca mancanza di stima dopo venticinque anni di noioso matrimonio, è scelta da August Strindberg per analizzare la crisi di valori della borghesia a cavallo fra Ottocento e Novecento. Danza macabra, un testo del 1900, racconta la grottesca vicenda di una coppia, Edgar e Alice (Giorgio Ferrara e Adriana Asti), da venticinque anni su una sperduta isola del Nord, dove lui è Capitano di guarnigione; un uomo rigido ma istupidito dall’alcool, avaro e affetto da una malattia che gli procura transitorie perdite di coscienza. Attrice mancata lei, che il matrimonio ha allontanato da una forse promettente carriera teatrale. È una coppia in crisi da venticinque anni, ma che non ha mai trovato il coraggio di arrivare al punto di rottura.
A turbare una noiosa routine di nostalgie e piccoli litigi, arriva Kurt (Giovanni Crippa), cugino di Alice e che a suo tempo organizzò l’incontro di lei con Edgar, sfociato poi nel matrimonio. La presenza dell’uomo porta alla superficie tutte le frustrazioni di questi anni, e con forza quasi diabolica le personalità di Edgar e Alice assumono tinte particolarmente fosche.

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Convincente l’interpretazione di Adriana Asti che da vita a un personaggio sinistro e allo stesso tempo buffo, a una donna che sembra inizialmente debole vittima di un pessimo marito ma che si rivela poi altrettanto crudele.
Più faticosa l’interpretazione di Ferrara, che esaspera la mimica e la solennità del personaggio, con un chiaro intento grottesco che tuttavia sfocia a tratti nel forzato.
L’entrata di Kurt (una buona prova di interpretazione per Giovanni Crippa) genera una sorta spettacolo nello spettacolo che i due coniugi mettono in scena per lui, per tirarlo ognuno dalla sua parte.
La scenografia – un tipico salotto borghese di fine ‘800, con muri, divani e mobili rigorosamente neri – dona allo spettacolo un’atmosfera gotica, enfatizzata dalla scelta registica, discutibile, dei morsi vampireschi con cui talvolta i personaggi si aggrediscono a vicenda.

Di certo non una delle regie meglio riuscite di Ronconi: essa non conferisce dinamicità a una vicenda che si sviluppa sempre con lo stesso ritmo, allontanando il pubblico da una viva partecipazione. L’atmosfera grottesca è esasperata al punto da non rendere più credibili le pure così universali dinamiche di una coppia in crisi.
Un testo moderno, che raffigura motivi di crisi presenti ancor oggi nella società contemporanea, si trasfigura invece in qualcosa di inattuale, a cui i tratti surrealistici aggiunti non conferiscono altro che una maggiore lontananza.

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