Il Gabbiano di Sciaccaluga, il ritorno alle suggestioni originarie

MARIA DOLORES PESCE | Classico tra i classici del teatro “nuovo”, tuttora portatore di una sensibilità straordinariamente contemporanea che fluisce nei meandri di una società sospesa tra disfacimento e ansia di rinnovamento, pessimisticamente quasi votata alla sconfitta ma che proprio dalla sconfitta sembra paradossalmente trarre alimento ed energia per evolversi senza soluzione di continuità dagli albori del novecento ad oggi.Marco Sciaccaluga prosegue con questo testo il suo confronto/elaborazione con le indicazioni dei cosiddetti classici, un confronto che mantiene con costanza il segno e la misura innanzitutto di un recupero pieno, talora fin filologico, della trama della narrazione quasi ad indicare che proprio in quel loro venire al mondo (del teatro) è nascosto il segreto ed il senso pieno della loro più attuale significazione.

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In effetti questa versione integrale, nella bella e rinnovata traduzione di Danilo Macrì, appare a mio avviso in grado di recuperare una sorta di spirito originario del testo talora, nel tempo, mutilato da censure, interpretazioni e aggiornamenti spesso consapevoli e produttivi ma qualche volta forzati a fini più contingenti. In questo spirito originario, quasi custodito in scena da un allestimento solo all’apparenza naturalistico ma in realtà dai suggestivi risvolti anche simbolisti assecondati dalla trama delle musiche, Sciaccaluga affonda uno sguardo critico che arricchisce i riferimenti storici e di contesto con suggestioni metaforiche che ne richiamano una persistente e mai forzata contemporaneità.

Storia di giovani e vecchi che si contrappongono, tra loro e reciprocamente, senza mai incontrarsi ma anche immagine del rapporto tra vita e teatro, oscurato da un pessimismo, esistenziale e culturale insieme, che impedisce di fecondarne la sovrapposizione nel contesto scenico, quasi che sia l’una che l’altro, come anche i personaggi del dramma, si evolvessero sempre autonomamente e separatamente quali monadi all’interno delle quali l’altro è solo una eco inconoscibile e irraggiungibile.

La messa in scena asseconda con efficacia questa sensibilità, questo atteggiamento mentale in cui affondano le radici la vita e la cultura di un Anton Cechov che ben conosceva Schopenauer, ricostruendo nel contesto unitario della rappresentazione le peripezie dei singoli personaggi e delle coppie dei personaggi come gorghi occasionali nel fiume che mai smette di correre della vita e della Storia.

Tutte corrispondenze queste che fanno parte della narrazione ma che sono anche parte del suo autore e diventano parte, attraverso la messa in scena accorta e sempre attenta, anche di ciascuno di noi.

Non mi soffermerò sulla trama, ormai universalmente nota, se non per sottolineare come il ripetersi quasi ossessivo del fallimento, fallimento di amori, di legami, di aspettative, alimenti, nascondendolo, un desiderio ed una vitalità che paradossalmente continuano ad arricchire ed innervare i singoli ed una collettività sociale che, pur persa in un orizzonte sconfinato, vuole farsi forza di questo stesso orizzonte.

Riescono così a convergere sul palcoscenico suggestioni estetiche e suggestioni storiche, corrispondenze esistenziali e corrispondenze psicologiche che ordinatamente si compongono in un quadro complessivo dalle forti connotazioni figurative e da cui paradossalmente è generata condivisione e anche, nella relazione con lo spettatore, una inattesa ma consapevole affettività.

Una prova di regia matura quella di Marco Sciaccaluga che organizza attorno alla efficace interpretazione da parte di Elisabetta Pozzi di Irina l’attrice, e ricordiamo a proposito di “corrispondenze” il matrimonio di Cechov con l’attrice Ol’ga Knipper, un cast di ottimi attori dello Stabile genovese: Francesco Sferrazza Papa, Federico Vanni, Alice Arcuri, Roberto Alinghieri, Mariangela Torres, Eva Cambiale, Tommaso Ragno, Giovanni Franzoni, Andrea Nicolini e Kabir Tavani.

Le scene ed i costumi molto apprezzati sono di Catherine Rankl, le musiche di Andrea Nicolini, che è anche in scena, e le luci di Marco D’Andrea.

Una produzione del Teatro Stabile di Genova, in cartellone al teatro della Corte dal 28 febbraio al 19 marzo. La prima ha visto una ottima affluenza segnata, dopo quasi tre ore di spettacolo, da lunghi e convinti applausi.

Regia
Marco Sciaccaluga

Interpreti

Elisabetta Pozzi Irina Nikolaevna Arkadina, vedova Treplev, attrice Francesco Sferrazza Papa Konstantin Gavrilovič Treplev, suo figlio
Federico Vanni Petr Nikolaevič Sorin, fratello di Irina
Alice Arcuri Nina Michailovna Zarečnaja, la giovane figlia di un ricco possidente
Roberto Alinghieri Il’ja Afana’sevič Ṧamraev, tenente in congedo, amministratore di Sorin
Mariangeles Torres Polina Andreevna, sua moglie
Eva Cambiale Maṧa, sua figlia
Tommaso Ragno Boris Alekseevič Trigorin, scrittore
Giovanni Franzoni Evgeneij Sergeevič Dorn, medico
Andrea Nicolini Semen Semenovič Medvedenko, maestro
Kabir Tavani Jakov, operaio

Contributi artistici

Versione italiana
Danilo Macrì

Scene
Catherine Rankl

Costumi
Catherine Rankl

Musiche
Andrea Nicolini

Luci
Marco D’Andrea

Info paneacqua culture

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