Lenz e García Lorca: Cappuccetto rosso nella selva oscura da Dio

Barbara Voghera @ Francesco Pititto

MATTEO BRIGHENTI | Mistero e simbologie. Incanto e religione della parola. Un viaggio nella favola, nella felicità e nell’innocenza perdute, passi che non conoscono realtà fisiche, ma luoghi dell’essere, del tempo e della metafora. La poesia di Federico García Lorca si dilata sulla cadenza di una nostalgia antica che si fa eco, scrive il critico Carlo Bo, di una “foresta incantata di simboli in cui è sufficiente camminare per credere in un’altra realtà e intravedere il punto vero delle cose”.
Consegnaci, bambina, i tuoi occhi di Lenz Fondazione si apre su un bosco di relitti della modernità: Caperucita roja (Cappuccetto Rosso) si è persa e per ritrovarsi – dal bosco bisogna uscire, secondo García Lorca, sia per vivere che per continuare a sognare – dovrà offrirsi e offrire la vista alla suggestione e contaminazione dei sensi, ai profumi, colori, suoni, alle Corrispondenze già incontrate da Baudelaire nel cogliere I fiori del male.
Il nuovo lavoro di Francesco Pititto (traduzione, drammaturgia, imagoturgia) e Maria Federica Maestri (installazione scenica, regia, costumi) è un vero e proprio percorso iniziatico, dolce e violento, al teatro, e in particolare al loro modo di fare teatro: un presepe vivente del buio che crea ombre e del rimpianto della luce. L’esposizione allucinata dal contemporaneo de La ballata di Cappuccetto Rosso di García Lorca e dei temi cari al poeta e drammaturgo andaluso – l’amore, la poesia, una certa contestazione della visione cattolica della vita e della morte – percorre la via di un’esplorazione labirintica del grado di abbandono e perdizione necessario a entrare in contatto con una rappresentazione di Lenz.
Scritto nei primi mesi del 1919, ma rimasto inedito fino al 1994, il poemetto, pubblicato in Italia da Guanda, rilegge Cappuccetto Rosso dei Fratelli Grimm: uno dei personaggi delle fiabe più conosciuti e amati esce dalla cornice originaria per visitare il Paradiso guidato da San Francesco d’Assisi. Lenz aveva già affrontato la prima trasposizione teatrale di questa fiabesca Divina Commedia nel 2008, con un percorso in 17 stanze del piano nobile della Reggia di Colorno, l’edifico settecentesco che fu, nel suo abbandono novecentesco, luogo di reclusione manicomiale (qui la recensione che ne fece Massimo Marino). Oggi sono gli spazi industriali di Lenz Teatro, a Parma, a ospitare, nella Sala Majakovskij suddivisa in 9 quadri/ambienti, le rincorse e le peripezie delle due storiche protagoniste, Barbara Voghera e Valentina Barberini, volti e presenze iconiche della compagnia. Le musiche originali sono state composte da Robin Rimbaud / Scanner, musicista elettronico londinese, che ha recentemente collaborato anche al Verdi Re Lear.
“In un’interessante e non casuale coincidenza concettuale – afferma Francesco Pititto – l’opera anticipa i temi drammaturgici della nuova creazione Paradiso_Un Pezzo Sacro, site specific per il Festival Verdi 2017 dalle Laudi alla Vergine Maria dei Quattro Pezzi Sacri di Giuseppe Verdi, il cui debutto è previsto nell’ottobre prossimo”.

1. Il bosco

È seguendo la traccia dantesca che il bosco in cui si smarrisce Caperucita roja assume la sua piena valenza di selva oscura. Un labirinto, un varco onirico, un tragitto tra le pieghe di una nostalgia-infanzia che in Consegnaci, bambina, i tuoi occhi si dipana in una doppia teoria di sportelli rossi. Dai finestrini abbassati altrettanti televisori rimandano coppie di occhi mobili e sgranati: affacciati da macchine ferme guardano strade che non partono né arrivano. Il viaggio ha da subito una dimensione interiore, personale, intima, non si può prendere in prestito l’esperienza di un altro, bisogna viversela.
Barbara Voghera è una Caperucita roja con un fazzoletto rosso in testa, camice bianco e scarpe basse, una mondina-bambina sperduta su un’isola di fiori, muschi, edere, farfalle, impersonati da Valentina Barberini, testa rasata, completo e occhiali scuri, che chiedono i suoi occhi innocenti, perché ne desiderano la purezza. Per (far) vedere cosa succede, il teatro ha bisogno dello sguardo esterno ed estraneo degli spettatori. Altrimenti è e resta cieco.

Foto di Francesco Pititto

2. Il ruscello

Ci sono entrambe addosso, a pochissima distanza. Caperucita roja si sottrae a quelle richieste pressanti, ma così inizia una sfida della visione che la porta a essere e fare parte integrante della messinscena: un ruscello la condurrà nell’Aldilà, in Paradiso.
Barbarini adesso è l’acqua che non c’è in una fila longitudinale di lavabi bianchi come le tombe dei Kinder. Voghera si sveste del camice bianco e mostra il suo pieno corpo fragile, mentre su uno schermo sul fondo la sua immagine corre e corre.
La Ballata è impregnata del rimando letterario al mondo fantastico, dal quale proviene e al quale deve fare ritorno Caperucita roja se vuole continuare a vivere. Non è un caso che nel suo unico intervento diretto García Lorca supplichi la bambina di portarlo con lei “per scappare dal regno tragico degli uomini” e tornare alla sua infanzia, popolata dai personaggi delle fiabe.

3. La campagna celeste

Gli ambienti sono suddivisi con dei velatini, la “diritta via era smarrita”, di conseguenza la strada da fare è imprevedibile. Il ruscello ha spinto Caperucita roja in cielo e le stelle sono grandi pezzi del Lego e cavallucci con cui gioca per terra. Al muro un gruppo di orsetti di peluche disegna la silhouette di quella che sembra essere l’Africa.
Il suo vagare festoso in cerca della casa di Dio la porta faccia a faccia con San Pietro, interpretato da Giuseppe Barigazzi, padre delle diverse figurazioni della vecchiaia nelle grandi drammaturgie indagate da Lenz (Faust, Grimm, Calderón, Ovidio, Virgilio, Verdi). Il vecchio dubita della purezza della bambina, perché non si fida di chi l’ha perduta, cioè i poeti, “che giocano con le stelle, incendiano passioni nei cuori che erano puri e immacolati”. Perciò, non vuole farla entrare in Paradiso, anche se lei ha i fiori nel petto e sa pregare.

4. Il salone di marmo

Caperucita roja ha bisogno di una guida. Non la trova in Virgilio come Dante, ma in San Francisco (San Francesco d’Assisi), che incarna l’amore per il creato, l’ingenuità e lo spirito infantile. Valentina Barbarini compare con un saio e in bocca un uccellino morto da cui ha colto l’anima, da deporre in una gabbia ai piedi di una piccola croce di legno. Cammina nella realtà di questo spazio, incastonato in una gigantografia al muro di Barbara Voghera, e nella proiezione a perdita d’occhio di un corridoio regale. Arriva e ritorna dall’alba dei tempi, dall’inizio dei giorni.
Complice il sonno di Pietro, San Francisco conduce Caperucita roja avanti nella sua ascesa.

Foto di Francesco Pititto

5. La nicchia rosa
6. La verde sponda di un lago sereno
7. Il salone

Da questo momento le analogie con la Divina Commedia si allargano alla struttura stessa del poema: come Dante e Virgilio, anche la bambina e il santo passano da una dimora celeste all’altra e man mano Caperucita roja chiede lumi a San Francisco.
La nicchia rosa è contornata di immagini dei santi, uomini nudi dalla vita in su, in video o in foto, e al centro sta un alto banco di scuola. Scorrono Giobbe, Giuseppe, Sant’Agostino che, pur conoscendo già tutto, cercava “un Tutto più lontano, senza sapere che l’Amore è la sola verità”. Il bambolotto di una capretta che si alimenta con anime marcite è il gioco di Agnese, la ragazzina dai boccoli d’oro. La Vergine ha i capelli bianchi, perché cosi l’hanno resa i dolori umani.
Sulla verde sponda di un lago sereno gli angeli vecchi giocano con le biglie e sono le stesse attrici/performer a smuoverne una grande quantità, un lago, appunto, di sfere che rotolano, si spandono, ci colpiscono, con il rumore della pioggia sul metallo. Su di uno schermo rotea l’occhio di molti occhi di Polifemo, anche lui è in cielo perché Dio lo ha perdonato.
La giocosità di Consegnaci, bambina, i tuoi occhi sta assumendo i tratti di una violenza trattenuta solo dalla paura del castigo divino. Alle porte dell’Inferno, spiega San Francisco, San Tommaso discute con i condannati. Il cammino prosegue nel salone dove dormono senza sosta i santi antichi, brutti e sporchi, quelli che nessuno prega più. Spostandoci, ci facciamo largo tra i mucchi di biglie, che si aprono a raggiera, come sguardi lasciati liberi di vagare. Dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi e gli occhi. Sullo schermo alle spalle delle due file di santi tutti in bianco, seduti a testa bassa, un pingue e immaginario San Apapucio Pappagorgia mangia pancetta e grida che solo l’amore salva gli uomini.

8. Il museo

Il ricercare di Caperucita roja è immerso in un ritmo che rimanda alla canzone, il verso di García Lorca, già di per sé, è una battuta musicale, fatta di spazi, pause e di un intercalare che è libertà di forme metriche ed espressive, di sacro e profano. Dopo i santi, ecco che nel museo s’incontrano i busti, resti, reperti degli dei esistiti anticamente e qui incatenati. Barbara Voghera li e ci riprende con “l’occhio magico”, una videocamera che rimanda in diretta, davanti a noi, ciò che vede: siamo tutti statue nel buio sempre più siderale di Consegnaci, bambina, i tuoi occhi.
Il cappuccio rosso di Caperucita roja diventa il suo cuore trafitto quando Amore, liberato dalle catene, scaglia una freccia. L’innocenza è ferita e soltanto la Vergine può ora salvarla dal peccato, restituendole la grazia.

9. I saloni della vergine
9a. La selva

Caperucita roja vede la Vergine con la croce in spalla, è una vecchietta con i capelli bianchi impersonata dalla stessa Barbara Voghera con un fazzoletto stavolta bianco in testa. Da sola si tira fuori la freccia dal cuore, mentre San Francisco appare nelle sembianze di una giovane prostituta in lattex nero, quasi un aggiornamento sensuale e discinto dei fiori, muschi, edere e farfalle della prima stazione. Il video rimanda in loop la vestizione di Valentina Barbarini come nel salone di marmo replicava la sua camminata.
Sant’Agostino ordina che la bambina torni sulla Terra: il Signore non deve venire a sapere niente di quanto è successo. San Francisco la riporta volando nel bosco dove l’aveva trovata, non più ingombro di sportelli, ma di piume o batuffoli, come il Palazzo di Atlante in #4 Il Palazzo del progetto sull’Orlando Furioso.

Foto di Francesco Pititto

Caperucita roja è un angelo caduto insieme alle sue ali e piange consolata dal lupo e dalla lepre, nella mangiatoia di una natività che ha i santi in Paradiso. Se Cappuccetto Rosso e gli altri magici personaggi fiabeschi abbandonassero la memoria del mondo, privandolo delle loro storie, l’umanità affonderebbe nel fango delle passioni adulte, perdendo, insieme all’infanzia, anche le ultime speranze di conservare un’immaginazione pura, genuina, sempre stupita. Questo è il messaggio di García Lorca.
Il finale di Consegnaci, bambina, i tuoi occhi aggiunge però solitudine all’amore ritrovato e disperazione alla pace ristabilita. La croce è ribaltata, una bandiera a mezz’asta, e San Francisco continua a rivestirsi da prostituta. Il termine del viaggio è tetro e opprimente come l’inizio. “Sventurato chi non sogna – scrive il poeta e drammaturgo andaluso – poiché non vedrà mai la luce…”. Quel grande sogno che è la vita nella poesia per Lenz Fondazione è abbandonato al dolore da un Dio e una Chiesa distanti e insensibili. Un dolore cosmico, inequivocabile, invalicabile: non puoi farci niente, niente mai, solo osservarlo con partecipe distacco, come l’occhio meccanico aperto da Caperucita roja nel museo degli eroi decaduti.

CONSEGNACI, BAMBINA, I TUOI OCCHI
da La Ballata di Cappuccetto Rosso di Federico García Lorca
Creazione | Maria Federica Maestri e Francesco Pititto
Traduzione | drammaturgia | imagoturgia | Francesco Pititto
Installazione scenica | regia | costumi | Maria Federica Maestri
Musica originale | Robin Rimbaud / Scanner
Interpreti | Barbara Voghera, Valentina Barbarini, Giuseppe Barigazzi
Produzione | Lenz Fondazione
Si ringraziano la Comunidad de Herederos de Federico García Lorca per la concessione dei diritti d’autore e Ugo Guanda Editore

Visto venerdì 3 marzo 2017, Lenz Teatro, Parma, nell’ambito della stagione di Lenz Fondazione Industriae 017.

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