La solitudine dei numeri primi e di chi li maneggia nella vicenda di Laura Capon Fermi

RENZO FRANCABANDERA | Questa è la storia degli anni più densi della vita di Laura Capon, figlia dell’ammiraglio Augusto Capon e di Costanza Romanelli, nata a Roma il 16 giugno 1907, in una famiglia della borghesia italiana di origine israelitica. Questa è la storia degli anni più densi e al contempo vuoti della vita di Laura Capon, coniugata Fermi. Incontrò Enrico nel 1924 e alla vigilia del matrimonio, celebrato il 19 luglio 1928 dopo un breve fidanzamento, Laura, che all’epoca era iscritta al terzo anno del corso di laurea in scienze naturali, decise di interrompere gli studi per dedicarsi alla famiglia senza, tuttavia, ritirarsi a vita privata. Aiutò il marito nella stesura di un volume di fisica per le scuole superiori nel 1929. Nel 1931 nacque Nella e, quattro anni dopo, Giulio.

Racconta alcune parti di questa vicenda, in forma teatrale e a suo modo romanzata, a volte in modo volutamente distante dalla realtà, Cinzia Spanò, che la interpreta guidata dalla regia di Rosario Tedesco.

La storia che racconta la Spanò in realtà per comodità teatrali segna una distanza più marcata di quella che realmente fu fra la vocazione scientifica del marito ed una più umanistica e refrattaria alle scienza della donna. In realtà Laura Capon fu a fianco del marito in numerosi congressi internazionali come il Congresso Solvay del 1930, lo seguì all’estero in veri e propri tour scientifici e tradusse in italiano per Einaudi il libro di Albert Einstein e Leopold Infeld, The evolution of phisics, anche se la traduzione non ebbe mai le stampe.


La Spanò in questa drammaturgia invece sviluppa, con approccio autobiografico e narrativo la vicenda di una donna che vi via sempre più sola segue il marito all’estero, anche per sfuggire all’abominio delle leggi razziali. La vicenda è nota: il viaggio a Stoccolma nel dicembre del 1938 per il premio Nobel del marito fu solo la prima tappa di un viaggio ben più lungo e senza ritorno che portò Enrico, Laura e i figli a stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti.

Quello che successe in questi anni lo racconterà lei stessa nell’opera Atoms in Family. My life with Enrico Fermi, uscito per la University Chicago Press nel 1954 pochi mesi prima della morte di Enrico. Dopo questo, Laura pubblicò una serie fortunata di libri fra cui nel 1957 Atoms for the World, un rapporto dei lavori della “Conferenza internazionale per gli impieghi pacifici dell’energia atomica” tenutasi a Ginevra nell’estate del 1955, alla quale aveva partecipato come membro ufficiale della “Commissione per l’energia atomica” degli Stati Uniti e nel 1961, altri tre volumi: un libro per ragazzi sulla storia dell’atomo da Democrito all’energia atomica, intitolato The story of Atomic Energy e tradotto in italiano nel 1964; Galileo Galilei and the Scientific Revolution, sulla nascita della moderna scienza occidentale, scritto in collaborazione con Gilberto Bernardini; Mussolini, una storia del duce e della società italiana al tempo del fascismofino a Illustrious Immigrants. The Intellectual Migration from Europe 1930-41 del 1968.
La Spanò di tutto questo racconta solo i due anni che dal 1942 al 1944 portarono il maggior numero di Nobel e geni della fisica mai concentratosi nello stesso luogo, nel mezzo del deserto del New Mexico, per lavorare al progetto che avrebbe portato alla fabbricazione del primo ordigno atomico, il prodotto scientifico più importante e devastante del Novecento, quello dai cui equilibri discende ancora l’ordine mondiale che viviamo e che distingue fra nazioni che possiedono l’arma atomica e nazioni che non la possiedono.

A Los Alamos, nel pieno del deserto, Spanò immagina la solitudine di una donna segregata dal consesso civile e dalla sua vita, dalle sue ambizioni, dall’amore vissuto, al servizio di un marito di cui si accorgerà presto di conoscere solo una parte le intenzioni e il lavoro.

Gli scienziati vissero infatti quei mesi nella segretezza, oltre che nella segregazione, più assoluta, non comunicando nemmeno alle loro mogli quello che formava oggetto delle loro ricerche.

Sarà, in questo testo, la donna stessa a scoprire pian piano la verità, vivendo una dimensione stranita e straniante del suo vissuto personale e di coppia, che la porterà in una strana condizione psichica, che nella drammarurgia viene paragonata a quella della figura mitologica Psiche e al suo mito, lei rapita e costretta a vivere solo nottetempo la presenza di un amante di cui non conosce profondamente il sembiante.
Lo spettacolo ha una prima parte di narrazione del vissuto femminile, dai giorni dell’arrivo a Los Alamos al ricordo dei primi incontri con Fermi, passando per la fuga dall’Italia. Più affascinante nella scrittura e nell’interpretazione la seconda, quella della permanenza nell’isolamento forzato nel deserto, il progressivo scivolare verso il dubbio, l’angoscia, la solitudine, fino allo stato di quasi momentanea follia da isolamento in cui si chiude lo spettacolo.

In scena l’attrice, alcune sedie, un tavolino da lavoro, un servizio da caffè e progressivamente della sabbia a ricoprire, sommergere. 

Le luci di Giuliano Almerighi distinguono un’ambientazione giorno dai colori caldi, desertici, una notturna, più fredda ma magica, luogo di scoperte, e poi con una serie di puntatori laterali vengono evidenziati invece gli stati di autoindagine della donna.

Tedesco spoglia la Spanò della cifra attorale che con più frequenza abita, sia nella corporeità che finanche nel tono vocale, per regalarle una interessante e nuova profondità, scelta registica che ci trova empatici e che incorpora anche parte importante della riuscita del lavoro, che ha fatto registrare per molti giorni il tutto esaurito al Teatro dell’Elfo. 

Il testo ha ancora margini di asciugatura e rimaneggiamento nella prima parte, più canonica e narrativa, specie nell’insistito pretesto di conflitto fra una lei umanista e un lui scienziato con cui difficile comunicare. Più bello quando passa dalla narrazione al diario intimo e all’emotivo e l’incomunicabilità è reale.  

Non ha senso definire un minutaggio nell’arte, ma siamo sicuri ci sia spazio per indagare non già la dimensione temporale, ma quella emotivo-spaziale, trovando qualche buco nero in cui infilare la (poca) materia oscura in eccesso, per arrivare ad un distillato limpido di un vissuto che, proprio quando perde il connotato della vicenda storica, diventa esperienza umana assoluta, la solitudine e l’incomunicabilità di coppia, le scelte di vita, il mettersi al servizio dell’altro.

La moglie

Viaggio alla scoperta di un segreto

di e con Cinzia Spanò

regia di Rosario Tedesco

luci Giuliano Almerighi

produzione Teatro dell’Elfo in collaborazione con Associazione Culturale PIANOINBILICO

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