I suoni del Cappelletti per celebrarne l’assenza in attesa di scenari futuri

LAURA NOVELLI | Il primo ricordo che ho del Premio “Dante Cappelletti” è l’immagine di un teatro Valle gremito di gente che, nella sua bellezza antica ma sempre viva, ospitava un’iniziativa nuova e del tutto originale, trasformandosi con assoluta naturalezza in un luogo festosamente moderno. Un luogo dove dare visibilità a 

assenza_24-1tante compagnie giovani (e non solo) di teatro, danza, performance. Dove far rifulgere il nascosto e il sommerso. Dove poter ragionare “insieme” (artisti, critici, operatori,  istituzioni, spettatori sensibili) sulle traiettorie più diverse della scena contemporanea. Era l’ottobre del 2004. La manifestazione, ideata da Mariateresa Surianello (allora anche direttrice della rivista on-line Tuttoteatro.com) e patrocinata dall’ETI in collaborazione con il Comune capitolino, era appena nata e già mostrava una tempra vigorosa, degna del suo nome. La scelta di Dante Cappelletti (critico del quotidiano Il Tempo che molte delle sue energie dedicò proprio al teatro di ricerca e che venne barbaramente ucciso a Roma nel ’96) non era infatti casuale e, anzi, faceva da supporto “etico” all’intero progetto: sia al bando lanciato in sostegno dell’arte dal vivo, intesa nella sua accezione più ampia e “interdisciplinare”, sia al lavoro di analisi, confronto, scrematura e selezione richiesto alla giuria (vi facevano parte Aggeo Savioli, Renato Nicolini, Gianfranco Capitta, Roberto Canziani, Massimo Marino, Attilio Scarpellini, oltre alla stessa Surianello e alla sottoscritta).

Tuttavia, la tempra vigorosa in questo genere di iniziative non basta. E’ importante nella misura in cui le si permette di allenarsi e mostrarsi al meglio. E invece, da quel fulgido 2004 in poi, il Premio ha dovuto resistere a intemperie finanziarie e istituzionali davvero complesse che ne hanno reso la realizzazione sempre più faticosa ma a dispetto delle quali esso non ha mai perso vitalità, forza, valore.

Dopo undici edizioni, dopo tanto lavoro, dopo tanti artisti premiati e tanti spettacoli segnalati, oggi di questo Premio sono costretta a parlare al passato. Negli ultimi due anni infatti la manifestazione non ha potuto avere luogo. Mancanza di risorse. Azzerata l’edizione 2016 (e con essa anche quella del più recente Premio “Renato Nicolini”, istituito dopo la scomparsa dell’intellettuale) e fortemente compromessa quella 2017. Per ora non ci sono i presupposti economici per poter pubblicare un nuovo bando. Ma la Surianello non è una che si arrende facilmente e già da alcuni mesi la sua associazione ha lanciato la campagna di crowfounding “Non ho voglia di pentirmi” (da un verso di Alda Merini) che se desse i risultati sperati potrebbe aiutare molto la causa (tutte le modalità di partecipazione nel sito www.tuttoteatro.com). E’ infatti anche grazie ai fondi raccolti con questo invito pubblico che la giornalista romana e il suo staff hanno potuto mettere le ali ad un evento programmato il 6 marzo scorso al teatro India e intitolato emblematicamente “Assenza, presenza, trasparenza”, proprio come suonava il titolo di quel corposo convegno che chiuse la prima edizione del Valle e che inaugurò – anche allora prendendo vita in una sala ricca di presenze – la Casa dei Teatri nel Villino Corsini di Villa Pamphilj (https://www.comune.roma.it/pcr/it/biblioteca_casa_dei_teatri.page).

Raggiungo  Mariateresa al telefono per un resoconto post quem della serata. “Parlando del Premio Cappelletti – esordisce – mi è impossibile resistere alla tentazione dei ricordi: quando abbiamo iniziato sembrava un’altra era, un altro mondo, un’altra Roma. Però questa serata a India, che è stata essenzialmente un’installazione sonora, ha dato un segno forte e spero che possa muovere qualcosa o qualcuno”.

Da cosa è scaturita l’idea di questa “Assenza, presenza, trasparenza”?  

“La genesi del lavoro è molto interessante e merita una riflessione. L’installazione è nata essenzialmente come forma di protesta da parte di alcuni artisti di area romana che avevano partecipato al Premio e che hanno voluto far sentire la loro voce a difesa della mancata edizione 2016. Le date e il luogo per le fasi conclusive del Premio erano già stati fissati: si sarebbero svolte, sempre a India, tra il 15 e il 17 dicembre. Alcuni gruppi hanno iniziato a vedersi, a ragionare insieme su questo vuoto. E allora mi è venuta l’idea di fare comunque una chiamata aperta a tutti i finalisti e i semifinalisti collezionati negli anni affinché ci mandassero una breve registrazione audio tratta dall’opera avevano presentato al Premio o di un’altra loro produzione. Hanno aderito trenta realtà (tra le altre, Gigi Borruso, Carrozzeria Orfeo, Daria Deflorian, Frosini/Timpano, Rosario Mastrota, Marilù Prati, Roberto Rustioni, Federica Santoro, Elena Vanni, ndr) e abbiamo raccolto un materiale bellissimo. A quel punto abbiamo commissionato a due  compositori molto diversi tra loro quali Antonia Gozzi e Maurizio Martusciello una partitura di quaranta minuti ciascuno che potesse in un certo modo dare omogeneità ai vari contributi, accoglierli in un involucro musicale. Infine, Marcello Sambati ci è parsa la figura giusta, in ragione soprattutto della sua forte visionarietà, a firmare lo spazio scenico”.

Sei soddisfatta di come è andata la serata?  

“Sì, molto. India era affollato di spettatori anche se a non venire sono stati proprio i gruppi che erano stati i promotori, gli ispiratori direi, dell’iniziativa. Paradossalmente non erano presenti molti degli artisti che avevano dato il via alla protesta. Mi è dispiaciuto ma non posso negare che comunque l’evento in sé sia andato bene. E’ stato suggestivo, emozionante,  credo molto e significativo”.

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Come era articolata la performance?

“All’ingresso del teatro, ad ogni singolo spettatore veniva dato un fiore  e gli si chiedeva di illuminarlo. Il palcoscenico era infatti del tutto privo di quinte e circondato da grandi fari posati a terra; l’intero spazio era cosparso poi di cartoncini bianchi illuminati da splendidi tagli di luce. In un primo momento il pubblico sembrava intimorito poi, via via, tutti hanno iniziato a mettere i loro fiori sui cartoncini (come si vede nelle belle foto di Michele Tomaiuoli) e, malgrado ci si potesse muovere liberamente, si sono seduti in platea. Nel frattempo alcuni altoparlanti rimandavano l’opera sonora, in un misto di parole, suoni e musica davvero avvolgente.  Mi sarei aspettata che la gente rimanesse in piedi o passeggiasse in mezzo a quelle vibrazioni di luce e suoni, ma quando ho visto che la maggioranza degli spettatori si era seduta mi sono detta che andava bene così, l’importante era accondiscendere e accogliere la loro reazione più spontanea”.

Cosa rappresentava il fiore consegnato al pubblico?

“Il fiore, nell’idea di Sambati, simboleggiava il teatro stesso. Quel teatro che va illuminato, condiviso, curato e reso visibile a tutti. Un simbolo attraverso cui opporsi a questa morte della cultura che stiamo soffrendo in Italia e a Roma. Non è un caso che il titolo dell’installazione ricalchi esattamente quello del primo convegno che il Premio organizzò nel 2004. Ricordo che in quell’occasione non solo inaugurammo la Casa dei Teatri, luogo divenuto poi molto attivo nel panorama culturale e teatrale romano, ma richiamammo nella capitale tanti intellettuali, operatori, esponenti delle istituzioni. Cito, solo per fare due esempi, Ninni Cutaia, che all’epoca stava al Mercadante di Napoli, e Claudio Longhi”.

Dunque questa performance guarda in parte al passato e in parte al futuro?

“Ci tengo a sottolineare che l’evento del 6 marzo è nato per gli artisti, per loro. Il fatto che molti non si siano presentati – e tutti con ragionevoli motivi,  per carità – mi ha fatto molto riflettere. Forse il clima di lassismo culturale che respiriamo nel nostro Paese ormai da tempo sta svilendo il senso dell’impegno, il senso di responsabilità che chi fa un lavoro creativo dovrebbe sempre avere nei confronti del proprio lavoro e della comunità. D’altra parte, però, queste trenta voci insieme sono una testimonianza chiara e la performance ha una sua forza straordinaria. E’ molto diversa dai formati consueti, un evento davvero particolare”:

Puoi spiegarci meglio il ruolo che vi ha ricoperto la musica?

“Abbiamo iniziato con la partitura della Gozzi,  che ha deciso di lavorare a livello compositivo lasciando le frasi in audio così come ci sono arrivate, compiute. Martusciello invece ha spezzettato le frasi, le parole, ha creato una drammaturgia con un impianto completamente diverso dove sembrava che il registro fabulatorio fosse quasi scomparso. All’interno di questa scrittura sonora abbiamo poi messo alcuni frammenti di Renato Nicolini e altri, molto vecchi, di Dante Cappelletti: una grande emozione. Proprio nel 2016 ricorrevano tra l’altro i vent’anni dalla sua morte e ciò ci ha dato l’opportunità di organizzare una serie di incontri (tra cui un convegno svoltosi al Palladium in collaborazione con l’università di Roma Tre, ndr), di mettere in piedi una mostra e di pubblicare un catalogo del Premio che abbiamo intitolato Una memoria fotografica. 2004-2015 undici edizioni per immagini”.

Per concludere: come pensi possa aprirsi uno spiraglio positivo per il futuro?

“Purtroppo in Italia non c’è più l’aria di dieci anni fa. Gli artisti stessi mi sembra – ma è una mia impressione personale – che non abbiano nessuna voglia di collaborare tra loro, c’è molta competizione, anche perché non ci sono più soldi per nessuno. Insomma, è cambiato tutto. E le istituzioni sono sempre più distanti. Per quanto riguarda il domani del Premio ci vorrebbe un miracolo, un mecenate che decidesse di sovvenzionarlo. Tuttavia spero ancora nel  crowfounding, sebbene per natura non sia un’idealista. Con la cifra raccolta fino ai  primi di marzo abbiamo comunque pagato parte delle spese di Assenza, presenza, trasparenza. Certo l’incasso è stato di soli due euro. Viene da ridere: il costo di due caffè. Ma la campagna prosegue e spero con tutto il cuore che questa installazione possa essere ripresa in qualche altro spazio, magari anche uno spazio museale. Vedremo. Io non demordo”.

 

TUTTOTEATRO.COM

In mancanza dei Premi “Dante Cappelletti” e “Renato Nicolini”

ASSENZA, PRESENZA, TRASPARENZA

spazio scenico di Marcello Sambati

elaborazione sonora #1 di Antonia Gozzi

elaborazione sonora #2 di Martux_M-Maurizio Martusciello

Contributi vocali di : Athopos, Bartolini/Baronio, Fiora Blasi, Gigi Borruso, Carrozzerie Orfeo, Francesca Cola, Roberto Corradino, Antonello Cossia, Romina De Novellis, Alessandra Di Lernia, Daria Deflorian, Pietro Faiella, Mirko Feliziani, Frosini/Timpano, Salvo Lombardo, Lucilla Lupaioli, Adriano Mainolfi, Mario Mantilli, Rosario Mastrota, Pierpaolo Palladino, Marilù Prati, Gianluca Riggi, Maurizio Rippa, Roberto Rustioni, Federica Santoro, Giulio Stasi, Sabine Uitz, Teatro Dallarmadio, Elena Vanni e Teatro Forsennato, a cui si aggiungono registrazioni delle voci di Renato Nicolini e Dante Cappelletti.

Lunedì 6 marzo 2017, ore 19.00 TEATRO INDIA

 

 

 

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