Una Casa di Bambola: gabbia dorata per fringuelli

ANDREA OLIVA| Una Casa di Bambola, in originale Et Dukkehjem, del norvegese Henrik Ibsen scosse l’opinione pubblica fin dalla sua prima a Copenaghen, nel 1879, anche se non si discostava da molte altre opere ed autori che all’epoca attaccavano il modello vittoriano di comportamento, di relazione sociale e amorosa. Più interessante il fatto che lo sguardo di Ibsen abbia scavalcato le contingenze storiche dei suoi anni, o che forse le condizioni su cui si basa il rapporto archetipico di amore, il matrimonio, non sono così cambiate come si pensa, e ancora oggi Nora Helmer stia sotto i nostri occhi non come personaggio storico e desueto ma presente e empaticamente legata a noi, alla nostra esperienza quotidiana.

Filippo Timi e Marina Rocco in tournée al Carignano di Torino sono diretti da Andrée Ruth Shammah in una riproposizione decisamente non pedissequa del testo originale, con forzature interpretative che fanno emergere in maniera chiara uno degli elementi centrali che Ibsen ha colto descrivendo la società borghese: il preponderante ruolo maschile nella definizione dei ruoli e delle scelte dei generi, ossia nell’impossibilità della donna di dar forma a un proprio carattere ma di essere sempre sagomata dallo sguardo e dalle azioni degli uomini.

Per fare ciò Timi si sottopone ad una complessa prova attoriale. Interpreta infatti sia Torvald, il marito di Nora, sia il migliore amico della famiglia e spasimante di Nora, il morente dottor Rank, che, infine, l’antagonista del racconto, il ricattatore Krogstad. Gli altri pochi personaggi rimasti, la bambinaia, la domestica, il fattorino, una delle figlie Helmer e, più importante, l’amica di infanzia di Nora, Linde, sono interpretati da Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli, Paola Senatore.

La scelta di far interpretare a Timi tutti i ruoli maschili, di essere quindi sempre lui di fronte a Rocco-Nora, costringe a renderci conto che tutti costoro, seppure nelle loro differenze, applicano a Nora un medesimo punto di vista di genere: i loro sguardi pretendono che Nora si comporti come richiesto dalle loro aspettative senza possibilità di defezione.

Il palco è la ricostruzione di una casa vera e propria sezionata dal punto di vista del salotto, spazio per eccellenza della donna borghese e in cui Nora passa quasi tutto il suo tempo, con l’aggiunta però di un secondo sipario, dietro al primo, trasparente e ritrattile, usato sia per “filtrare” la visione della scena in alcuni specifici momenti, quando recitano dietro di esso, che per cancellare lo spazio del salotto in altri, quando il personaggio vi sta davanti. Certo la scelta scenica ci allontana dalla contemporaneità e si avvicina alla fedeltà del testo, va a colpire esattamente il nostro immaginario casalingo di fine Ottocento – inizio Novecento: grande salotto con divani, sofà e grossi tavoli in legno, un profluvio di stanze, lo studio, l’ingresso, camera dei bambini separate rigorosamente da porte, un enorme portone per l’ingresso in casa, tutto in stile classico vittoriano, anche i costumi.

La regista oltre a far impersonare a Timi tutti i personaggi maschili interpreta e forza l’opera anche nel ricercare spunti da cui far emergere il comico di alcune situazioni, originariamente forse non immaginato da Ibsen. Non mancano inoltre danze e canzoni pop moderne in scena, che trovano forse giustificazione nella canonica presenza nel testo del ballo della Taranta, lascito del periodo Amalfitano in cui l’autore scrisse Casa di bambola.

L’intenzionalità comica, però, è a volte troppo rimarcata, sottolineata anche da musiche e luci, come se non bastasse il contrasto con il dramma a cui assistiamo. Timi, non lasciando spazio al dubbio, ci informa espressamente di questa scelta stilistica, dimostrando una cautela di fronte a queste forzature fuori dal tempo del testo, una cautela forse non necessaria.

Nonostante ciò tali episodi comici sono funzionali al senso del tragico che si esprime di contrappasso, un tragico non epico, quotidiano e vicino, fatto di piccole bugie che si accumulano per sopravvivere in una pretesa di felicità che rinchiude la donna, o meglio la moglie, in una gabbia per fringuelli.

Purtroppo però il tragicomico e la prepotenza della presenza poliedrica di Timi sul palco soffocano le battute finali, pienamente drammatiche, di Nora, la cui decisione ci pare oggi certamente più che razionalmente, comprensibile e condivisibile, ma che Marina Rocco non riesce a esprimere nella stessa vitale maniera con cui fino ad allora aveva invece rappresentato la condizione schizofrenica e asfittica della vita di Nora.
Una casa di bambola

di Henrik Ibsen
traduzione, adattamento e regia Andrée Ruth Shammah
con Filippo Timi, Marina Rocco
con la partecipazione di Mariella Valentini
e con Andrea Soffiantini, Marco De Bella, Angelica Gavinelli, Elena Orsini, Paola Senatore
scene Gian Maurizio Fercioni
costumi Fabio Zambernardi
in collaborazione con Lawrence Steele
luci Gigi Saccomandi
elementi scenici Barbara Petrecca
musiche Michele Tadini
Teatro Franco Parenti
Fondazione Teatro della Toscana

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