“La Verità non esiste. E’ una stronza”: parola di Neil LaBute

LAURA NOVELLI | Un fratello e una sorella ormai adulti. Un piccolo cottage di montagna da svuotare. Una resa dei conti con il passato e con i propri segreti più acri combattuta a furia di recriminazioni etiche e richiami a quel bisogno di religiosità “pietosa” che – forse – sarebbe l’unica nostra áncora di salvezza.

Bosco1�Fabio Lovino

Ancora una volta Neil LaBute ci racconta l’ambiguità dei sentimenti e dell’animo umano trascinandoci in un enigma familiare dal fondale opaco dove in gioco ci sono i grandi temi del Bene e del Male e, tanto più, la fragile (in)consistenza della Verità. E ancora una volta il regista Marcello Cotugno ben intercetta le intenzioni del celebre drammaturgo statunitense disegnando per Dall’altra parte del bosco (In a Forest dark and deep, 2011), di cui è anche traduttore insieme con Gianluca Ficca, uno spettacolo asciutto, diretto, intelligente, che vede in scena Paolo Giovannucci (Bobby) e Chiara Tomarelli (Betty) sfidarsi in un match fabulatorio e fisico alla fine del quale nulla sarà più come prima.

Dico “ancora una volta” perché il regista campano, con questo lavoro, prosegue e approfondisce la sua personale lettura della produzione di LaBute, segnando una linea di naturale continuità con precedenti allestimenti quali, tra gli altri, Bash, La forma delle cose, Relazioni, Some Girl(s), il recente La distanza da qui. E in questa ricerca ovviamente si affina sempre meglio la consonanza tra drammaturgia e testo scenico, tra immaginario autoriale e corpo teatrale.

Il pavimento del teatro Argot di Roma (dove il lavoro ha debuttato il 31 marzo) è cosparso di fogli, giornali, libri. Qualche scatolone. Un piccolo tavolino con una radio e una bottiglia di vino. Si intuisce la presenza di una soffitta ubicata dietro le spalle del pubblico. Fuori piove violentemente. La donna è sola. Beve. Ascolta della musica (è lo stesso Cotugno a spiegarmi che si tratta di Roger Doyle, un brano elettroacustico tratto dal disco Time Machine), si infila un paio di scarpe molto femminili. Poco dopo arriva un uomo bagnato di pioggia, ha una confezione di birre in mano. Capiremo quasi subito che si tratta di suo fratello e che l’ha raggiunta in quel posto sperduto nel bosco per aiutarla ad organizzarne lo sgombero. La conversazione si fa immediatamente accesa, astiosa, sarcastica. Il passato ribelle di lei torna a galla con ripetuta enfasi. Bobby non le ha perdonato l’adolescenza furiosa e ora non le perdona di essere felicemente sposata, di avere due figli e di essere un’apprezzata docente universitaria di Letteratura. Lui invece ha due matrimoni falliti alle spalle, fa il falegname e ostenta una decisa antipatia per gli intellettuali. Sembrano il sole e la luna, il giorno e la notte. Eppure stanno lì, in quella gabbia, insieme, chiamati ad essere giudici e al contempo imputati l’uno nei confronti dell’altra.

Ma il processo in atto sotto gli occhi degli spettatori non riguarda solo e semplicemente vecchi rancori relazionali; qui la posto in gioco è molto alta e il testo lo rivela poco a poco, instillando dubbi, domande, rivelazioni inattese, come nel migliore dei noir. Basta qualche cambio di registro nella recitazione (volutamente “morbida” e scivolata quella di Giovannucci, più sostenuta ed emotiva quella della Tomarelli, sebbene entrambi mostrino una plasmabile capacità di attraversare registri e toni diversi); bastano decise inversioni di tono negli intarsi musicali (dalla colonna sonora di Ascensore per il patibolo di Louis Malle composta da Miles Davis ad alcuni pezzi dei Loung Lizards, fino all’energico Don’t stop til you get enough di Michael Jackson); bastano le birre, il vino, un ballo insieme e una canna fumata con gusto per avvicinarsi, con scabroso afflato drammatico, alla Verità. Quella Verità che “fa male, che ti ferisce, che è una stronza”, ripete l’uomo rievocando una frase del padre. Ebbene sì: la vita di Betty non è affatto come sembra. Il suo matrimonio è scivolato nel grigiore da anni e quel cottage era il nido d’amore in cui lei aveva custodito la passione proibita con un suo giovane allievo. Passione poi tramutatasi in rifiuto: “Ero diventata trasparente e non potevo accettarlo”.

Il ragazzo però ormai è morto, caduto in un dirupo mentre andava in bicicletta, e la macchina della donna porta i segni inequivocabili di un omicidio che – proprio come nel meraviglioso monologo Medea Redux di Bash (nello spettacolo di Cotugno lo interpretava Alessia Giuliani) – si è ormai trasformato in macchia tragica, in amarthía, in peccato imperdonabile.

In definitiva, come succede in molte delle opere di LaBute, anche questi due personaggi si ritrovano alla fine in una situazione rovesciata rispetto all’incipit e, via via che l’enigma si discopre, l’odio e la disperata vis inquisitoria dell’uomo smontano l’esistenza della sorella, quasi fosse una costruzione Lego caduta a terra. Tuttavia, è proprio alla fine che sopraggiunge la consolazione più vera: quel perdono che si tramuta in aiuto, in presenza, in ninna nanna consolatoria. E non a caso, mentre Betty si stende a terra esausta e Bobby provvede a portare via le ultime scatole, le luci calano e arriva la voce di Robert Wyatt e il suo Alifib a cullare il disperato bisogno di pietas di cui questo bel lavoro  parla e ci parla.

 

DALL’ALTRA PARTE DEL BOSCO

di Neil LaBute

traduzione di Marcello Cotugno e Gianluca Ficca

regia Marcello Cotugno

con Paolo Giovannucci e Chiara Tomarelli

produzione Khora Teatro

Teatro Argot, dal 31 marzo al 9 aprile 2017

Debutto nazionale

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