Massimo Verdastro è Sandro Penna, l’incanto della vita e il sofferente peso dell’esistenza

Sandro Penna e Pier Paolo Pasolini

MATTEO BRIGHENTI | L’amore non esiste che per iscritto. Sulla pagina Sandro Penna poteva vederlo e chiamarlo con il nome di tutti gli uomini che ha intravisto, inseguito, perduto nella sua vita appartata e irregolare. Altrimenti no, “era per gli altri una canzone ignota”. Mancanza ossessiva e impaziente ricerca sono i petali del ‘fiore dal gambo invisibile’, come il poeta Piero Bigongiari definì la poesia di Penna.
Un fiore estraneo all’Ermetismo, alle poetiche del Novecento, enigmatico e quasi miracoloso nella sua limpidezza, che Massimo Verdastro sfoglia su bigliettini piegati nel mezzo, come facendo m’ama non m’ama.
“Felice chi è diverso / essendo egli diverso, / ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”. La poesia viene prima della vita come la diversità prima delle parole: da qui comincia Sandro Penna – Una quieta follia, lo spettacolo di Elio Pecora scritto appositamente per l’attore e regista, che lo ha rielaborato drammaturgicamente e interpreta insieme a Giuseppe Sangiorgi. La produzione è del Centro Diaghilev in collaborazione con la Compagnia Massimo Verdastro.
Anche lui poeta, amico e massimo esperto di Penna, di cui detiene e cura l’intero archivio, Pecora è autore di una biografia penniana edita da Frassinelli, Sandro Penna – Una cheta follia, in cui emerge il ritratto di un uomo occupato dall’ansia e dalla malattia, isolato per eccesso di attesa, insonne per un di più di attenzione, nel tentativo perenne di esistere al centro di sé e del mondo.
Massimo Verdastro, che aveva letto il libro e già collaborato con Pecora alla drammaturgia de Il padiglione delle meraviglie di Ettore Petrolini (2013), gli ha commissionato un testo confidenziale sulla vita del poeta nato a Perugia nel 1906 e morto in estrema indigenza a Roma nel 1977. Un intimo monologo d’attore su un luminoso spartito tragico e, al medesimo tempo, un onirico passo a due, che dietro l’apparente semplicità nasconde un fine scavo psicologico, profondo ed empatico.
Verdastro è, appunto, Sandro Penna, e compare all’inizio da dietro una tenda a destra, da dove siamo entrati noi: non c’è differenza tra pavimento e palcoscenico, sala e scena del debutto toscano sono sullo stesso piano al Lavoratorio, lo spazio di Firenze guidato da Andrea Macaluso con l’obiettivo di rinnovare e riannodare il patto di comunità con il pubblico.
Un completo bianco, la brillantina d’epoca a tenere indietro i capelli, l’attore ha il volto disteso, quasi pacificato, si mette gli occhiali e sorride poesie. Sandro Penna era scritto dalla poesia quanto adesso Massimo Verdastro è scritto da Sandro Penna, a cui lo lega una somiglianza (fisica e di spirito) solare e inquieta, gioiosa e controcorrente.
A teatro il presente e il passato coabitano, il ricordo torna a nuova vita: l’anima di Penna ha ritrovato il suo corpo e così può raccontare le sue giornate, l’infanzia difficile, gli anni del fascismo, la guerra, il secondo dopoguerra, le frequentazioni e amicizie con Umberto Saba, che lo scoprì e rivelò poeta, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante. A un tempo, però, per il tramite dell’attore riesce a vedersi da fuori, a giudicarsi e, forse, perdonarsi.

Giuseppe Sangiorgi, Massimo Verdastro @ Leonardo Todisco

In scena ci sono solo due sedie, le luce chiara, calda del poetare si alterna al freddo blu impenetrabile di lettere mai spedite, fogli di diario, minute di corrispondenza, note scritte ai margini dei giornali. “Poeta esclusivo d’amore”, come l’hanno e si è descritto, Penna ha cantato con tormentata leggerezza la passione per gli uomini, come i “bianchi marinai”, fermati nella grazia inquieta dell’adolescenza. Infatti, Giuseppe Sangiorgi arriva da sinistra vestito da marinaretto: evoca i giovani, il fidato cane lupo, il padre e lo stesso Penna da ragazzo.
La folgorazione e conversione alla poesia gli viene da un vetro che riflette il sole e sembra allora di sentire Montale, “il palpitare / lontano di scaglie di mare” e i “cocci aguzzi di bottiglia” di Meriggiare pallido e assorto. Tristezza e liberazione si sommano, confondono e ritornano negli occhi di Verdastro come i luoghi, i paesaggi cantati da Penna, sempre uguali, indimenticabili: i “neri treni” che si ascoltano in scena trasfigurano nel poeta il Pacifico Avventore di Pirandello a colloquio e scontro con il suo Uomo dal fiore in bocca, l’amore.
I libri gli appartengono e non appartengono, al pari dei giovani, solo il sentimento è eterno, lo “stupore come assenza di misura”, unico momento in cui abbandona sé e il nemico che porta dentro, in cui ferma ciò che vede e sente con una musica di parole che sprigiona una pagana gioia di consumare l’eros omosessuale.
Sono ‘fotografie’ le sue che tengono insieme i lirici greci, Leopardi, Rimbaud, Saba, doni e mancanze che anche Massimo Verdastro ha messo in mostra, per la prima volta, con una serie di scatti che ha realizzato soprattutto nei dietro le quinte di Tito Andronico di Peter Stein (1989) e Gli ultimi giorni dell’umanità di Luca Ronconi (1990). 40 anni di teatro, dai sodalizi con Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, Francesca Della Monica, a Lina Prosa e Nino Gennaro, di cui si è fatto promotore e interprete. Una carriera celebrata attraverso “alcuni frammenti – scrive – della mia vita teatrale, che ha visto nascere grandi amicizie e amori: alcuni duraturi, altri interrotti, altri ancora inseguiti o dimenticati”.
Lontano da implicazioni esistenziali e persino trascendenti, l’amore per Sandro Penna è una variazione sul tema dell’immediatezza e della fisicità, del piacere e della frustrazione, con un generale incupirsi del tono con l’avanzare dell’età. La vecchiaia si accompagna al quasi totale abbandono del mondo, chiuso dietro gli scuri della sua abitazione romana. L’optalidon, il nembutal, che uccise Marilyn Monroe, non bastano a placare l’insonnia, l’ardore e la disperazione sono ancora quelli di un adolescente.

Massimo Verdastro

Si è posto fuori della Storia, perché è di tutti, mentre quelle storie sono soltanto sue, (gli) parlano di lui, e cominciano in famiglia, dalla madre, che ha segnato la sua esistenza, e dal padre: Giuseppe Sangiorgi è il genitore, ha un completo in più addosso, che porge a Massimo Verdastro affinché si rivesta. Per terra ci sono dappertutto grandi fogli, adatti più a far cartelli che libri, grandi fogli bianchi per parole e fermenti di un’intensa brama di vita, tutta sensi, che la Storia, quando alla fine ha bussato alla porta, si è portata via comunque.
Sandro Penna – Una quieta follia pare dunque voler indicare al poeta un senso alla propria inquietudine, colmare la nostalgia del vivere con le fonti e le ragioni stesse della sua opera, “senza allontanarsi – annota Elio Pecora – dalla vita di ogni giorno e di tutti e dal suo difficile tempo”.
E tra il rumore dei fogli calpestati, che rimandano alle onde, al così caro respiro del mare, Massimo Verdastro e Giuseppe Sangiorgi, l’anziano Sandro Penna e il giovane, la poesia e l’amore, giocano felici. L’augurio conclusivo, l’estrema speranza.

SANDRO PENNA – UNA QUIETA FOLLIA
di Elio Pecora
con Massimo Verdastro e Giuseppe Sangiorgi
rielaborazione drammaturgica Massimo Verdastro
musiche originali Riccardo Vaglini
progetto luci Marcello D’Agostino
aiuto regia Giuseppe Sangiorgi
assistenza tecnica Marco Ortolani
prodotto da Centro Diaghilev in collaborazione con Compagnia Massimo Verdastro
Visto venerdì 21 aprile 2017, Il Lavoratorio, Firenze.

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