Giancarlo Sepe fra perbenismo ed emancipazione femminile

LAURA NOVELLI | E’ una scatola di ricordi fermati nella penombra di fotografie ingiallite dal tempo la galleria di quadri che si susseguono in Washington Square, ultimo lavoro di Giancarlo Sepe in cartellone in questi giorni al teatro La Comunità di Trastevere. Una scatola scura, a tratti completamente buia, dove i personaggi, ispirati ad un romanzo di Henry James edito nel 1880 e più volte trasposto sul grande schermo (il film più famoso è L’Ereditiera con Olivia de Hallivand, Premio Oscar per la sua interpretazione) recitano, cantano, ballano un emblematico affondo nel perbenismo borghese di fine ‘800 che vede al centro della vicenda il destino di una giovane donna, Catherine Sloper (Federica Stefanelli), decisa a sposare un cacciatore di dote senza scrupoli (Morris Townsend/Guido Targetti) anche a costo di violare la volontà dell’integerrimo e severo padre, Austin Sloper (Pino Tufillaro).

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Questi è un medico molto apprezzato in città, rimasto vedovo alla nascita della figlia e che, già provato dalla scomparsa prematura di un figlio maschio, risulta del tutto incapace di costruire con la ragazza un rapporto affettivo adeguato; cosa di cui ella sente un profondo, quasi spasmodico bisogno. E se la vicenda lascia profilare sin dal suo incipit il risvolto tragico che la attraverserà sino alla fine (la giovane sposa sarà abbandonata dal marito e, dopo la morte del padre, resterà sola nella grande casa di famiglia destinata ad essere venduta), il sottotitolo dell’opera, Storie americane, allarga lo sguardo dell’autore (e del regista) ad una prospettiva storica e storicizzante di cui una grande bandiera a stelle e strisce ben stagliata sul fondo della scena è significativo vessillo. Mentre la famiglia Sloper va in pezzi, gli Stati Uniti d’America combattono la loro guerra di Secessione, assistono al movimento di emancipazione femminile (di cui giungono qui importanti echi), imbracciano fucili e armi in nome della libertà e della democrazia.

Nel cercare ancora una volta ispirazione nel repertorio letterario internazionale e, in particolare, in quello di area anglofona, il regista romano prosegue dunque un percorso già avviato da tempo e in particolare segna una linea di decisa continuità con il precedente The Dubliners prodotto lo scorso anno (ne ho scritto su PAC l’11 aprile 2016). Ad accomunare i due lavori è innanzitutto la scelta di far recitare gli interpreti (alcuni dei quali impegnati in entrambe le opere, come i tre attori già citati sopra e Adele Tirante, anche ottima cantante) in lingua inglese, facendo leva su una drammaturgia molto semplice, quasi descrittiva, che gioca sulla ripetizioni di frasi e battute e che però in questo omaggio a James rischia, secondo me, di suonare meno incisiva, meno affascinante. Probabilmente la coralità di quell’affresco irlandese così mosso e a suo modo “cinematografico” giustificava meglio l’impiego della lingua originale mentre, qui, in questo dramma da camera così solenne, cupo, intimo, familiare (tanto da rimandare a temi degni di Cechov e Strindberg), l’inglese in alcuni passaggi sembra quasi bloccare l’emotività dei personaggi. Sembra esporli, cioè, ad una mancanza di naturalezza che talora ostacola la resa di quel realismo psicologico che, anticipando Ritratto di signora e suggerendo rimandi a Flaubert, innerva la tessitura del romanzo.

Ciò non toglie tuttavia che, proprio come capitava in The Dubliners, anche in questo più recente spettacolo ci siano momenti di grande forza visiva, costruiti su una fisicità sovraesposta, su coreografie facili ma ben orchestrate, su un ottimo gioco di luci, su movimenti d’insieme e momenti canori che ben illustrano, quasi fossero fotografie d’epoca ora mosse ora in posa, i passaggi salienti della storia. E’ soprattutto la presenza di un coro composto dalle zie di Catherine, dalla defunta madre e dalla sorella di Morris (Silvia Maino, Emanuela Panatta, Adele Tirante, Sonia Bertin) a portarci sulla traiettoria estremamente femminile (e femminista) della pièce: dapprincipio avvolte in una velo trasparente che ne vorrebbe opprimere ogni dignità, esse ne usciranno poco a poco per abitare una casa che pullula di ombre, di fantasmi. Di corpi resuscitati dal passato e piombati in quello spazio della “recita” e del “canto” (davvero pregevoli le musiche a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team) per avvolgere la solitudine della povera ragazza. Il mondo dei morti, d’altronde, è dentro la vita di questi personaggi. Non c’è cesura tra aldilà ed esistenza terrestre (altra analogia marcata con The Dubliners) e anche il fratello di Catherine ricompare nelle vite dei congiunti come fosse un giovane soldato sudista ancora nel fulgore delle sue energie (Travis Sloper/Marco Imparato).

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Una riflessione a parte meritano poi gli interpreti: tutti bravi nel ricostruire l’atmosfera della vicenda e nel tenere fede a quel registro sostanzialmente cupo, direi compassato, che Sepe immagina per loro. Sorridono raramente. Per lo più lo fanno mentre si esibiscono in eleganti quadriglie. Ma la serenità del ballo si decompone presto in vibrazioni agitate e quasi folli: un tremolio schizofrenico agita volti e corpi come se a decomporsi non fosse solo la storia di una donna, di una famiglia, ma un’intera società. Motivo per cui mi viene da pensare che in fondo questo lavoro, al quale Pino Tufillaro (attore storico della compagnia di Sepe) regala il suo segno di distintiva compostezza espressionistica, sia in fondo un’indagine proprio sul tempo, sul senso della memoria (il muro che campeggia in fondo alla scena non riporta forse l’iscrizione: “past present future”?), sull’inevitabile costituzione di un nuovo ordine, di un nuovo progresso civile ed etico che bussa alle porte del Novecento. E con il quale arriva alla ribalta anche la questione femminile: la richiesta di quella libertà di autodeterminazione troppo a lungo negata (non è un caso che Sepe abbia scelto proprio questo romanzo di James, molto presumibilmente ispirato alla figura dell’attrice inglese Fanny Kemble, la cui biografia ha angolature davvero molto affascinanti). In questo bisogno di nuovo sta forse la nota davvero originale, coraggiosa di Washington Square anche perchè questo stesso bisogno nasconde in sé una fodera per così dire “metateatrale”: in quella cantina storica di via Gigi Zanazzo sulla quale pendeva fino a qualche settimana la minaccia di una chiusura definitiva (pericolo scongiurato da una recente decisione del Presidente della Corte dei Conti del Lazio), il regista romano ha voluto disegnare la storia di una “casa”. Ha voluto parlarci della centralità di un luogo, di un nido che genera dramma ma anche cambiamento, evoluzione. Le foto di famiglia appese al lati del sipario, nelle pareti del salone delle feste, scolorano in vita, in energia canora, in verità. Così come il teatro trasfigura in poesia il bisogno di esistere e consiste in uno spazio che ne sia il suo cuore pulsante. Nel tempo.

 

WASHINGTON SQUARE

(Storie Americane)

uno spettacolo di Giancarlo Sepe

ispirato al romanzo di Henry James

interpreti: Sonia Bertin, Marco Imparato, Silvia Maino, Pietro Pace, Emanuela Panatta, Federica Stefanelli, Guido Targetti, Adele Tirante e Pino Tufillaro.

scene e costumi di Carlo De Marino,

musiche a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team,

disegno luci  di Guido Pizzuti.

Produzione Compagnia Orsini in collaborazione con la Compagnia del Teatro La Comunità

Teatro La Comunità di Roma 30 marzo/7 maggio 2017

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