Apache: una rassegna contro l’impermeabilità al nuovo. Intervista a Matteo Torterolo

RENZO FRANCABANDERA |Riprende il 25 Maggio e prosegue poi in Giugno Apache, la rassegna di linguaggi scenico performativi che Manifatture Teatrali Milanesi ospita da alcuni anni con la direzione artistica di Matteo Torterolo. Si tratta di tre appuntamenti con cui chiude la stagione: 25-28 maggio in scena Enrico Malatesta e Giovanni Lami con NUOVA SUPERFICIE,  1-4 giugno Garten con Wild M e 22-25 giugno a chiudere con D. Antonelli + R. Badhan + A. Pizzalis + S. Rinaldo in QUA.T.TRO. 

Si tratta addirittura di tre produzioni/co-produzioni di Apache, una delle poche rassegne italiane dedicate alla performing art, ed uno dei pochi se non l’unico progetto culturale organico alla programmazione di un teatro non “off”, MTM appunto. Da molti punti di vista Apache rappresenta una peculirità assoluta a livello nazionale, visto che sono spesso i festival a proporre i codici più ibridi, e che pochi teatri sviluppano una vera e propria programmazione all’interno della stagione.

Abbiamo intervistato Matteo Torterolo per uno sguardo ampio su questo progetto e sulle evoluzioni del linguaggio.

Matteo, in questi anni sei stato spettatore, come operatore, addetto stampa, e anche solo come semplice appassionato di arte contemporanea. Che pensi abbia da dire il linguaggio dello spettacolo dal vivo al nostro tempo e quali sono le forme che per te sono interessanti per creare corto circuito nella società?

​​Lo spettacolo dal vivo ha moltissimo da dire – e in realtà dice moltissimo – all’oggi. Il fatto di vivere in una società sempre più “immateriale” non fa che rendere il suo apporto ancora più prezioso: dirò una banalità, ma credo che la sua forma più interessante sta proprio qui, nella sua capacità di ricordarci il valore della presenza. Non esiste choc più grande della realtà.

Da dove è nata l’idea di APACHE e cosa è stato questo progetto in questi anni?

​Apache è nato da un duplice confronto: quello con gli artisti, che vivo da anni nella quotidianità del mio lavoro ​di operatore, e quello con la direzione artistica di Teatro Litta -​ ​oggi Manifatture Teatrali Milanesi​ -​ con ​cui ​ho avuto la fortuna di ​collaborare​.

Da una parte c’era l​a constatazione di una cronica (e decisamente preoccupante) mancanza di spazio: le espressioni più interessanti del contemporaneo​ vengono spesso ignorate dai circuiti “istituzionali” del nostro paese, e la cosa è piuttosto evidente se si guarda alle stagioni dei teatri milanesi. La tendenza è quella di limitarsi ad ospitalità sicure (dal punto di vista degli investimenti e degli incassi), o peggio ancora a format eventizi che tendono a rinchiudere in cliché sterili (spesso legati all’età, e non c’è errore più grande) il lavoro sul contemporaneo. Da qui l’idea di APACHE, a simboleggiare la resistenza a tutti i tentativi di isolamento e di chiusura che queste espressioni si trovano di fronte ogni giorno.

​Dall’altra c’è stata un’eccezione unica: la curiosità e la capacità di ascolto di Antonio Syxty e Gaetano Callegaro, i due direttori artistici di Teatro Litta, che nel 2013 mi chiesero di pensare ad un festival in grado di dare uno spazio significativo all’interno della stagione del teatro a queste espressioni. Io pensai invece che il modo migliore per farlo sarebbe stato quello di inserire all’interno della stagione una linea trasversale che in qualche modo ne “infettasse” positivamente il percorso, ponendo al suo interno un piccolo virus benefico di contaminazione.

Intendiamoci: ho grande rispetto per i festival e per il loro ruolo, avendo avuto la fortuna di lavorare a due dei più importanti festival italiani (Drodesera e Uovo performing arts festival) e a molte altre iniziative di grande valore come IT (Independent Theatre Festival) a Milano.

Tuttavia, che si tratti di vetrine internazionali o di autentici laboratori creativi, credo che la funzione dei festival sia un’altra – e anche su questa funzione sarebbe ora di interrogarsi più seriamente. Di certo quello che non ci interessava era proporre l’ennesimo “evento” teatrale, per giunta in una città come Milano dove ogni giorno nasce una nuova “week” dedicata al trend del momento.

La cosa più interessante che è nata dentro questo contenitore secondo te è…?

La percezione diffusa (ma evidentemente non ancora abbastanza diffusa) che non si tratti di un contenitore: a parte la battuta, ripeto per noi (ci tengo a sottolinearlo, APACHE vive grazie al lavoro di un team vero e proprio, del quale sono onorato di fare parte) era importante dare una casa ed uno spazio di espressione il più possibile libero a tutti quegli artisti che ogni giorno lottano in condizioni proibitive per portare avanti i propri discorsi. Ed è altrettanto interessante aver scoperto come di conseguenza le persone in questi anni abbiano imparato a frequentare la nostra Riserva con lo sguardo e la mente ben aperti, con curiosità e senso critico ma senza alcun pregiudizio.

Dove sta andando la scena contemporanea e come è evoluto il rapporto col pubb​l​ico in questi anni?

Non sono mai stato bravo con le previsioni​. Quel che è certo è la scena contemporanea in Europa (e nel mondo) si muove​ continuamente, seguendo e spesso precedendo gli sviluppi degli altri campi dell’arte. In Italia non è così, e non è cosi da almeno dieci anni: i nomi sono sempre più spesso nomi di artisti e compagnie storiche della ricerca, e le nuove realtà emerse dopo gli anni 10 spesso hanno una vita breve, condannata all’isolamento. Questo non significa (ancora) che nulla si muova: significa che in questo tempo di crisi sta aumentando l’impermeabilità dei circuiti istituzionali al nuovo. E che occorre rendersene conto al più presto, prima che l’ennesima proposta di valore debba arrendersi alla realtà dei fatti e che il tempo sia irrimediabilmente scaduto.

​​Quanto al pubblico, credo che oggi si nascondano in questo rapporto le peggiori ipocrisie dell’ambiente teatro: dalle dichiarazioni trionfalistiche sulla sua crescita (con statistiche evidentemente “truccate” ad arte dal potentato di turno) alla sempre più evidente incapacità di individuazione, analisi e coinvolgimento di un target che affligge piccole e grandi realtà del nostro paese.

Quali sono le compagnie che per te sono davvero riferimento in questo momento per la performing art in Europa e non solo e cosa sta succedendo di interessante in Italia?

L’elenco è lunghissimo: Gob Squad, Nature Theater of Oklahoma, Agrupación Señor Serrano, Rimini Protokoll, Jan Fabre, Romeo Castellucci… sono veramente solo i primi che mi vengono in mente. Anche in Italia, paradossalmente, resistono (mantenendo un alto livello di progettualità sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo) in molti, anche se sempre di più persino tra operatori si fa fatica ad individuare compagnie nate dopo il 2012. Qui non faccio nomi perché sono sicuro che finirei per fare torto a qualcuno, e mi dispiacerebbe dimenticarne di fondamentali.

Se il teatro e lo spettacolo dal vivo non possono cambiare il mondo come si pensava negli anni 70, che ruolo possono avere oggi nella società? E te perchè te e in che modo pensi di occupartene?

​Il ruolo del teatro è quello dell’arte nella società: tenere vivo il nostro cervello. Il mio piccolissimo contributo è quello di cercare di diffondere il più possibile il virus lavorando sulla potenza di trasmissione del contagio (come ho fatto e continuo a fare nel mio lavoro di responsabile comunicazione, di ufficio stampa e di scrittura) e sul suo sviluppo, cercando di costruire ogni anno insieme al team di APACHE un piccolo ma prezioso incubatore di bellezza.

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