Essere nel fare: lavoro-fatica per abbattere i “Muri” e ritrovarsi

LUIGI SCHIPANI | “Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a candidarsi a questa offerta lavorativa?” – è la tipica domanda durante un colloquio di selezione, la cui risposta dovrebbe trasmettere il reale interesse del candidato per la posizione. In passato, però, la scelta del personale non veniva fatta in maniera così rigida. Mariuccia Giacomini (interpretata in Muri – prima e dopo Basaglia dalla musa di Strehler, Giulia Lazzarini) entrò all’Ospedale Psichiatrico S. Giovanni di Trieste poco più che ragazzina, quasi per caso. Poche erano le sue consapevolezze, quando venne assunta come infermiera, ma quel mestiere divenne col tempo la sua unica ragione di vita.

Una scenografia essenziale (opera di C. Sala, che ha curato pure i costumi) caratterizza lo spettacolo Muri – prima e dopo Basaglia (regia di Renato Sarti, uno dei fondatori del Teatro della Cooperativa), che porta in scena le pagine del diario dell’anziana infermiera: una tela bianca, che rievoca i muri della casa di cura, un tavolo, su cui sono poste due tazze da thè e una teiera, una sedia e un leggio. Luci calde e soffuse (disegnate da C. De Pace) contribuiscono a creare un’atmosfera intima e familiare, facendo da preambolo all’ingresso della protagonista, interpretata dall’ultraottantenne G. Lazzarini. Vestita di abiti sobri e dalle tinte neutre, si mostra fin da subito nella sua semplicità, ma come personaggio estremamente consapevole: in tono confidenziale, parlando a tratti in italiano e a tratti in dialetto triestino, racconta al pubblico, quasi fosse un amico di vecchia data, la realtà dell’ospedale psichiatrico prima e dopo la legge 180, nota anche come “Legge Basaglia” e, parallelamente, espone il suo processo di crescita professionale e personale.

Le parole della donna tratteggiano, per la prima fase, una realtà angosciante e opprimente, intrisa di violenza e di silenzi. Due erano le sue mansioni, pulizia (dei vetri e dei pavimenti) e custodia (dei pazienti, privati della loro dignità e trattati alla stregua di animali), che venivano svolte meccanicamente, senza alcun coinvolgimento. La testimonianza rievoca storie di maltrattamenti e di ingiustizie, di letti occupati da gente imbruttita dagli elettroshock e dalla lobotomia. La drammaticità del racconto, enfatizzata dai gesti e dalla voce dell’attrice, è smorzata dall’utilizzo di espressioni dialettali, dal tono confidenziale con cui si rivolge al pubblico e, a tratti, da dolci note musicali, che accompagnano il flusso della narrazione quasi fosse un carillon (opera di C. Boccadoro).

È con le nuove metodologie di trattamento dei pazienti, proposte da F. Basaglia, che la donna vive un radicale cambiamento, che rivoluziona non soltanto il modo di assistere gli utenti, ma anche il suo rapporto con se stessa e con i suoi affetti. Tramite il dialogo e la collaborazione con l’equipe medica, il personale inizia ad approcciarsi diversamente al malato, guardando a lui come persona, dotata di animo e di intelligenza propria, e instaurando con lui un rapporto di fiducia. Nel lavoro la protagonista riscopre se stessa, riconoscendo nell’altro le sue debolezze e le sue fragilità. Abbattendo i muri della mente, quelli dei pregiudizi, è in grado di relazionarsi in maniera autentica con l’utente e di creare un rapporto di stima reciproca. In questo processo di trasformazione, gli orari lavorativi non hanno più alcuna importanza e il rapporto di collaborazione si protrae anche una volta che la donna raggiunge l’età della pensione. Di giorno, continua a frequentare il centro di salute mentale come volontaria, dimostrando l’indiscusso interesse per l’ambito e per i suoi mutuati.

Il monologo testimonia una pagina importante della storia sociale italiana e, contemporaneamente, estende il pensiero anche ad altri aspetti, che toccano l’animo: fino a che punto abbiamo bisogno del lavoro? Ci è necessario per una questione meramente economica o in qualche modo rappresenta e struttura noi stessi? Come quella donna, che quasi per caso iniziò la sua carriera nella casa di cura, siamo portati a riflettere sulla nostra esperienza individuale, sulle nostre scelte e su quelli che sono “muri” e limiti.

Lo spettacolo è struggente, apprezzato dal pubblico, che ha ringraziato la compagnia con una calorosa standing ovation.

Muri – Prima e dopo Basaglia

produzione Teatro della Cooperativa
in coproduzione con Mittelfest
con il sostegno di Regione Lombardia – Progetto Next 2010
con il sostegno della Provincia di Trieste

FINALISTA PREMIO RICCIONE PER IL TEATRO 2009
PREMIO ANIMA 2012
PREMIO LE MASCHERE DEL TEATRO ITALIANO A GIULIA LAZZARINI COME MIGLIOR INTERPRETE DI MONOLOGO 2015

testo e regia Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
scene e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
disegno luci Claudio De Pace

Visto al Teatro Elfo Puccini di Milano

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