Tuffo nella quinta edizione del Fringe Festival di Torino

ANDREA OLIVA| Dal 11 al 21 Maggio, il ToFringe Festival, il festival di arti sceniche del capoluogo piemontese giunto alla quinta edizione, propone più di trenta spettacoli divisi tra dieci location diverse, e anche quest’anno il suo logo a forma di Dodo colorato ci ricorda che il teatro si deve salvaguardare attivamente, se non si vuole che si estingua.

Gli spazi del festival continuano quasi sempre ad essere non-teatrali ma adibiti per l’occasione, compiendo quell’interessante trasformazione di luoghi non abitati spesso da corpi di teatro in Scene.

Quest’anno ne abbiamo viste tre, e tre relativi spettacoli, al Cap 10100 “Teatro Decomposto” portato da Parsec Teatro, all’Arca invece “Indoor” di Dego/Mor e allo Spazio Ferramenta “Agnus Dei” di Angelo Colosimo.

Il Cap 10100 tra tutte le dieci location è fra le più classiche, già solo perché c’è un palco, ma il testo rappresentato da Parsec Teatro, Teatro decomposto o l’uomo pattumiera, del drammaturgo Romeno Matei Visniec, di classico non ha proprio nulla, e per sottolineare ancora meglio l’estraneità del testo al teatro tradizionale la compagnia ha deciso di non utilizzare affatto gli spazi “normali” concessi dalla location, e di spostare la scena al centro della platea, ed intorno a questa gli spettatori in cerchio.

Matei Visniec nella prefazione al suo testo teatrale, in parte riportato nella locandina dello spettacolo, invita i registi a smontare e rimontare il suo testo, a sceglierne le componenti come meglio credono, perché costruito apposta per poter essere ri-composto, in quanto insieme di frammenti modulari slegati. Anche se forse un tempo appartenenti ad un unico corpus oramai frantumato, ma maneggiabile per tentarne una ri-costruzione personale.

Parsec Teatro, compagnia torinese, e il suo regista Girolamo Lucania si assumono tutte le responsabilità del gesto, ogni sera scelgono moduli diversi, o li ricombinano nel loro ordine, sempre mantenendo intatto invece un rimando visivo-interpretativo semplice ed efficace con la scenografia.

Infatti essa appare inizialmente come un salotto, al centro di una corona di sedili per gli spettatori, tavolo, comodino, attaccapanni, libreria formano un muro di oggetti da superare per poter osservare la performance.  Solo all’inizio però, e solo alla fine, perché appena si passa al gioco modulare, consegnato nelle mani della metafora del cerchio, unico modulo teatrale che si svolge lungo tutto lo spettacolo, gli oggetti in scena si spostano, andando a riempire i buchi tra una fila e l’altra dei sedili, formando così anche loro un cerchio, referente semantico del modulo in atto, al cui centro rimane uno spazio vuoto attraversato solo dagli attori.

Ma lo spazio del cerchio è in un qualche modo isotropo e lo spettacolo le rende evidente. Gli attori si passano la palla, o meglio, la mela, tra un modulo e l’altro, scelgono una posizione specifica e sempre diversa della scena, e attraverso un gioco di rimando di luci, e di ombre, costringono lo spettatore ad appropriasi del cerchio con lo sguardo, ad immergervisi. Al netto di qualche insicurezza il rimando semio-scenico funziona, e l’occhio dello spettatore gravita inesorabilmente nell’abisso delle angosce Visniechiane.

Allo spazio Arca invece, principalmente usato come sala da ballo, si esibisce la compagnia Devo/Mor con Indoor. Il quale, secondo la locandina, racconta di uno scontro, ma nello stesso tempo di un gioco, di una coppia in procinto di uscire.

Indoor, appunto, richiama sia il chiuso delle mura domestiche che lo sport al coperto, specialmente il tennis, i cui suoni fanno da colonna sonora di una buona parte dello spettacolo. Sono infatti i suoni, più che le voci, ad essere portanti nella rappresentazione di Indoor, così come i corpi e la danza più della mimesi.

Anna Dego e Alessandro Mor, di Genova, attraversano la scena, statica e a illuminazione fissa, e i suoi pochi oggetti, un computer ed un microfono, un tavolo ed un attaccapanni pieno di vestiti, in parte sfidandosi, in parte integrandosi coi corpi. L’interpretazione delle azioni è lasciata però alla sola espressività delle musiche, al simbolismo degli oggetti usati, tra cui dei bossoli di pistola, e al pathos della danza.

Nulla o quasi viene contestualizzato, qualcosa lo si indovina, che siano in procinto di una importante cena autocelebrativa? Forse, ma senza la spiegazione sulla locandina non saremmo stati sicuri di nulla, al massimo saremmo rimasti interdetti dal dilatarsi dell’azione di prepararsi ad attraversare l’uscio.

Lo Spazio ferramenta infine, cantina di un ristorante siberiano, ospita lo spettacolo Agnus Dei, di Angelo Colosimo (da Bologna), che racconta in prima persona la triste storia di una donna nata alla fine della guerra, orfana, moglie prima ancora di capire come e madre senza mai essere stata figlia.

Colosimo si traveste di rosa pacchianamente, così come è pacchiana la scenografia, una camera bianca e spoglia di una donna agli sgoccioli della sanità mentale, ad accompagnarla solo una radio staccata dalla spina, un pisciatoio, un quadro di Marilyn Monroe con le lucine, per lei effige della Madonna, e una scatola piena di cartoline, unica fuga dalle pareti della sua stanza. Nessun gioco di luci, poche musiche che fungono più che altro da intervallo, la scena si riempie solo grazie al corpo e alla voce dell’attore.

Colosimo, mischiando italiano e calabrese, dipinge inizialmente il personaggio suscitando il sorriso, con le sue ingenuità, con le sue deficienze, per poi portare a toccare con mano la profonda umanità che caratterizza Maria, essere decisamente più tragico che comico, facendoci pentire delle nostre prime e superficiali impressioni. Ella si perde, con la testa, nella vana ricerca di uno spazio tutto suo, essendo sempre stata rinchiusa, prima in chiesa e poi in casa. Non può scappare dal dolore però, anzi ne rimane intrappolata, insieme a quel passato sempre così vicino.

Colosimo si trasforma completamente davanti ai nostri occhi in una donna sola, povera, sia economicamente che socialmente, nata in un contesto storico e geografico che, se e quando la considera, lo fa per emarginarla. I vincoli sociali la porteranno sull’orlo della pazzia, e a compiere un gesto disperato. Nonostante qualcuno potrebbe obiettare la liceità della trasformazione (come può permettersi oggi un maschio bianco, per di più probabilmente eterosessuale, di capire ed interpretare una donna emarginata e vissuta nel dopoguerra?), la prova più che convincente di Colosimo nel farci provare empatia con il suo personaggio non può che rendere banali queste critiche superficiali.

TEATRO DECOMPOSTO O L’UOMO PATTUMIERA
PARSEC Teatro
Torino
di: Matei Visniec
Regia: Girolamo Lucania
habitat scenotecnico e regia video: Andrea Gagliotta
con: Stefano Accomo, Francesca Cassottana, Jacopo Crovella, Annamaria Troisi

INDOOR
Compagnia DEGO/MOR
Genova
di e con: Anna Dego e Alessandro Mor
Luci: Stefano Mazzanti
Musiche: Carlo Dall’Asta

AGNUS DEI
Angelo Colosimo
Bologna
di e con: Angelo Colosimo
Regia: Roberto Turchetta
Luci: Nicola Caccetta
Musiche: Marianna Murgia

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