Come dire il dolore. Viaggio nella scrittura di Lucia Calamaro

ILENA AMBROSIO | Propriamente un viaggio, un itinerario, impegnativo e inconsueto, illuminante ed esistenziale, si è compiuto al Teatro India con il Ritratto d’Artista dedicato a Lucia Calamaro. In scena, dal 3 al 21 maggio, un trittico composto dal nuovo lavoro La vita ferma, seguito da L’origine del mondo e Tumore. Un percorso a ritroso nella scrittura originalissima di un’autrice e regista che indaga, con la precisione di un chirurgo e la profondità di un analista, l’animo umano nei frangenti di maggiore complessità, in quel «tumulto di pensieri», per dirlo con Leopardi, che è il dolore.

Come si dice il dolore? Come lo si racconta? L’arte scenica può contare, in primis, sull’aspetto visivo e, dunque, l’indagine della Calamaro parte proprio da qui. Lo spazio scenico animato da sapienti giochi di luce, abitato da pochi oggetti che, nella loro solitudine, si caricano di un più significativo valore, veicola immediatamente un embrionale nucleo di senso.
In foto articolo 3Tumore la scena vuota, ampia e profonda, restituisce il sentimento di dispersione e alienazione cui si è in preda tra i corridoi tutti uguali degli ospedali; d’altro canto la continua alternanza di luce e ombra pare raccontare lo scompiglio emotivo causato dalla malattia: da subito la desolazione è fatta immagine.
Sei anni dopo L’origine del mondo: l’interno raccontato è abitato, prima che dai personaggi, da elettrodomestici che dominano la scena calamitando attorno a sé l’intera azione, quella di donne l’esistenza delle quali gira a vuoto tra le mura di casa, mura piene, fino all’asfissia, delle loro riflessione ed elucubrazioni. In entrambi i lavori si avverte, già dall’ambiente scenico, qualcosa come di sinistro, certamente più marcato nel primo ma velatamente attivo anche nel secondo.

In egual maniera la notevole eloquenza della componente visiva investe le figure umane che si muovono sulla scena: i personaggi della Calamaro sono “figure”, appunto, quasi allegorie del racconto. La Madre e la Dottoressa, prive persino di nome, appaiono, più che come individui, come densi grumi di simboli, di segnali veicolati da trucco, costumi, gesti, impostazione della voce; maschere spesso grottesche, che hanno subìto il processo di alienazione cui si è in balia in un ambiente fatto di morte e dolore. Surreali, poi, le donne di L’origine del mondo, che sembrano fatte della foto articolo 4materia inconsistente dei loro rovelli mentali.
Assistendo all’ultimo lavoro lo scarto è evidente: lo spazio di La vita ferma pare più “pacifico”, clemente verso i suoi abitatori e verso lo stesso spettatore cui concede una comprensione più piena e quasi immediata del proprio valore simbolico.
Allo stesso tempo i personaggi sono finalmente persone: ne conosciamo i nomi, i loro gesti e movimenti hanno un carattere evidentemente più realistico rendendoli, in un certo qual modo, familiari  allo spettatore.

Una virata in direzione di una più marcata verosimiglianza, dunque, che investe anche quello che è, senza dubbio, l’elemento centrale della poetica di Lucia Calamaro, la pietra angolare di tutta la sua drammaturgia: la parola. Densa, articolata, filosofeggiante, a volte delirante e aleatoria, altre secca e concisa, sempre vestita da un velo di ironia, la parola, l’atto del parlare e quel che rende i personaggi ciò che sono e, d’altro canto, il bisturi che il chirurgo Calamaro impugna per sviscerare cosa si cela nel loro animo, per portare fuori il dentro.
I protagonisti di queste “storie” – se così possiamo definire delle vicende che, in sostanza, si svolgono principalmente all’interno dei personaggi – sono dei parlatori incalliti, flussi incontenibili di parole incarnatisi in corpi umani che tentano compulsivamente di dire il proprio dentro. Tentativo spesso fallimentare, perché questo loro sproloquiare appare autoreferenziale e non arriva necessariamente a coincidere  con una reale comunicazione. Il loro è un parlare fine a sé stesso, volto all’analisi, alla scoperta, allo scandaglio interiore, così che spiragli di una reale volontà comunicativa si aprono, paradossalmente, quando gli attori, uscendo dallo spazio scenico, rivolgono la parola direttamente al pubblico, gli chiedono attenzione, porgono domande dirette restando, però, sospesi nel silenzio.
Eppure, anche, sotto questo aspetto La vita ferma sembra Foto articolosegnalare una svolta. Qui i personaggi, parlano, sì, filosofeggiano, si perdono in monologhi solitari, ma anche dialogano tra loro, comunicano, e persino le apostrofi al pubblico sono talmente dirette da ricevere, talvolta, risposta dagli spettatori più audaci.

Dove rintracciare l’origine di tale cambiamento? Forse nella volontà, dichiarata dalla stessa autrice, di «riabilitare» un sentimento che, proprio nella condivisione, trova la sua linfa vitale: il pathos. Parente della pietas classicamente intesa, il pathos permette di immedesimarsi nei sentimenti altrui, di andarci dentro. La tematica centrale di La vita ferma implica già di per sé una relazione. Il dolore di una madre che perde la figlia è drammaticamente solitario così come la sofferenza cagionata da una depressione inspiegabile. Il ricordo dei defunti, invece, è, oltre che universalmente condiviso, laccio che unisce, «corrispondenza d’amorosi sensi» aggregante quell’arcipelago che è la memoria, per dirla con Ricoeur. Certo, alla fine, l’istinto di conservazione della specie, che rigetta il dolore, costringe all’oblio ma è proprio perciò che il patetico può «raccontare i disastri che compongono la vita»: può farlo perché il suo fondamento, che è l’unione, contrasta la dimenticanza che è dispersione. Come, dunque, raccontare il dolore? Lucia Calamaro sembra aver trovato la risposta, una strada profondamente umana, propriamente umanistica: la poetica di un patetico riabilitato alla luce della quale si potrebbero, proficuamente, rileggere anche gli altri suoi lavori.

 

La vita ferma
Sguardi sul dolore del ricordo
dramma di pensiero in tre atti
scritto e diretto da Lucia Calamaro

Con Riccardo Goretti, Alice Redini, Simona Senzacqua
Assistenza alla regia Camilla Brison
Scene e costumi Lucia Calamaro
Contributi pitturali Marina Haas
Direttore tecnico  Loic Hamelin
Produzione Sardegna Teatro, Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro di Roma
Coproduzione Festival d’Automne à Paris / Odéon-Théâtre de l’Europe
In collaborazione con La Chartreuse – Centre national des écritures du spectacle
e il sostegno di Angelo Mai e PAV                                                                                                                               

L’origine del mondo
Ritratto di un interno scritto e diretto da Lucia Calamaro

Con Daria Deflorian, Federica Santoro, Daniela Piperno
Luci Gianni Staropoli
Realizzazione scenica Marina Haas
Produzione PAV, 369gradi
Prodotto da ZTL_pro con il contributo di Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali
Coproduzione Armunia e Santarcangelo 41 Festival internazionale del teatro in piazza
In collaborazione con Fondazione Romaeuropa, Palladium Università Roma Tre, Teatro di Roma                                                                                                                                                        

Tumore                                                                                                                                                                           Uno spettacolo desolato
scritto e diretto da Lucia Calamaro

Con Benedetta Cesqui, Monika Mariotti
Luci Andrea Berselli
Produzione Teatro Stabile dell’Umbria,
In collaborazione con Compagnia Malebolge, Rialto Sant’Ambrogio
con il sostegno del Teatro di Roma

 

 

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