Buon anno, ragazzi. Il coraggio di dirsi la verità

ROBERTA ORLANDO | Il Teatro Franco Parenti di Milano ha prodotto il secondo lavoro nato dall’incontro tra la penna di Francesco Brandi e la regia di Raphael Tobia Vogel, che l’anno scorso debuttava sempre qui, nel teatro diretto dalla madre Andrée Ruth Shammah, con la regia di Per Strada.
Anche di questo spettacolo, come del precedente, Brandi è sia autore che interprete. Lo troviamo questa volta nei panni di Giacomo, un insegnante precario sulla trentina con l’inappagata ambizione della scrittura, asociale cronico, sarcastico e polemico, cerca di contenere la rabbia e la nostalgia causate dalla rottura con la compagna Silvia (Camilla Semino Favro), un’attrice che ha lasciato lui e la loro figlia per inseguire il desiderio di una vita attiva, meno monotona.
A poco servono gli interventi del suo migliore amico Bobby (un ottimo Sebastiano Bottari), personaggio interessante in quanto opposto al primo: caloroso ed espansivo, anche se un po’ sregolato, avrà il ruolo di attenuare la freddezza e la disillusione di Giacomo e di mediare il difficile rapporto tra lui, i suoi genitori (interpretati da Daniela Piperno e Miro Landoni) e Silvia. E proprio la notte di Capodanno, momento in cui le convenzioni sociali sanno estremizzare il peso della solitudine come fosse una malattia, tutti questi personaggi si palesano, senza invito, in casa di Giacomo.

Il sobuon anno 2ggiorno si fa scenario di discussioni accese dal linguaggio aggressivo, recriminazioni, accuse e sensi di colpa. È una gara in cui ognuno cerca di avere ragione, di prevalere per sentirsi migliore, senza il timore di ferirsi, tra menzogne e tradimenti rivelati, debiti morali (come quello dell’essere sostenuto economicamente dai genitori a trent’anni, nonché più semplicemente quello di essere figlio, o genitore) e una fondamentale stanchezza verso i compromessi, l’accettazione, l’affetto usato come mezzo (o come scusa?) per avere il controllo sull’altro. In questo sta, soprattutto, il realismo disarmante del testo. Lo spettatore non può che riconoscere alcune dinamiche tipiche dei rapporti umani, qui rese talvolta caricaturali. Ma la riflessione alla base del testo è soprattutto l’incapacità di parlare onestamente, senza quegli ostruzionismi dovuti alla smania di apparire forti o alla paura del giudizio o del confronto. Un’analisi psicologica che conduce a un’altra di tipo più sociologico: “perchè dobbiamo aspettare che ci crolli tutto addosso per essere migliori?” si chiede Silvia. E noi in aggiunta ci chiediamo perché anche gli affetti sono diventati beni di consumo, perché l’egoismo e la soddisfazione di piaceri a breve termine prevalgono sulla cura verso le persone che fanno parte della nostra vita, perché ci si dimentica spesso che anche da quelle deriva la nostra identità.
C’è motivo di pensare che Brandi abbia letto diversi saggi sull’intelligenza emotiva per la creazione dei suoi personaggi, i quali in una situazione di pericolo del tutto inaspettata, che fa da snodo drammaturgico, abbandoneranno la maschera e si metteranno in discussione, come alla ricerca di una redenzione o di una sicurezza: quella di poter ancora contare su qualcuno.
Da qui cambia anche il linguaggio, le tensioni si allentano e bisogna ammettere che anche il testo si fa meno convincente. Un testo, quello di Brandi, brillante e piacevole per la maggior parte, dal ritmo acceso e dall’ironia pungente, che gli attori hanno saputo restituire molto bene, gestendo i tempi comici con grande abilità e conferendo un’impronta cabarettistica che spezza lo psicodramma e che va perdendosi, appunto, solo verso la fine, quando il realismo si dissolve e lascia spazio alla dimensione onirica e nebulosa dell’ultima scena. Il rivestimento delle pareti e del pavimento di un tessuto peluche bianco sembra ideato per attutire il “botta e risposta” dei personaggi, suggerendo un possibile risvolto positivo in questo ambiente tutto sommato protetto rispetto all’esterno.

Ottima l’interpretazione di Camilla Semino Favro in particolare (la ricordiamo, tra i molti lavori, nel ruolo di Giulietta e di Desdemona all’Elfo), brava anche ad arginare quella un po’ troppo sopra le righe di Brandi, che seppur divertente, non poneva in risalto l’evoluzione del suo personaggio, al massimo della tensione sin dall’apertura.

La scelta di un finale positivo (benché non si possa parlare esattamente di “lieto fine”) ripulisce lo spettacolo da quel cinismo ostinato che ci avrebbe altrimenti ricordato il Carnage di Polanski, anch’esso ambientato in un salotto e basato sull’osservazione di ciò che può esistere sotto la maschera più angelica dell’essere umano, dietro al non-detto, ai segreti, dei quali i personaggi di Buon anno, ragazzi si liberano, lasciando però le conseguenze inespresse.

BUON ANNO, RAGAZZI.
di Francesco Brandi
con Sebastiano Bottari, Francesco Brandi, Miro Landoni, Daniela Piperno, Camilla Semino Favro
regia di Raphael Tobia Vogel
scene Francesca Pedrotti e Alice De Bortoli
luci Luigi Biondi
musiche Andrea Farri
produzione Teatro Franco Parenti

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