“Porpora” ovvero sulle sinestesie dell’esistente

ILENA AMBROSIO | Cos’è Porpora? Non sempre, ma spesso, i titoli aiutano a comprendere molto dell’opera cui appartengono, la introducono, ne fanno intuire la tracce fondamentali e persino l’atmosfera che in essa si potrà percepire. Certamente ciò vale in questo caso: Porpora. Rito sonoro per cielo e terra. Qui abbiamo già tutto, troviamo già, in nuce, quello che la scena ci regalerà, ciò che vedremo, ascolteremo, i liet motiv che percorreranno la pièce.
porpora2Un rito. Sotto l’aspetto formale potremmo definirlo un matrimonio: sposi, i versi di Mariangela Gualtieri e le composizioni di Stefano Battaglia, celebrante, il regista Cesare Ronconi, creatore di uno spazio che incornicia, accoglie il rituale, assecondandone e completandone i sensi. E, infatti, che si assisterà a una liturgia lo si comprende, dopo che dal titolo, dalla scena: tre diverse postazioni, tre veri e propri altari tra i quali, entrando a passo lento, in nero, la Gualtieri, sacerdotessa-poeta, si muoverà per dire il suo Verbo, la sua parola poetica, che è sempre sacra come lei stessa ha ribadito in più occasioni. Sul capo una statuetta tribale che, da un certo momento della rappresentazione, abbraccerà come una madre tiene in grembo il figlio. Attorno a lei sapienti giochi di luce: riflettori che la illuminano dal basso come fanno le candele con le statue dei Santi in chiesa; sul fondo, in terra, due lampade a forma di fiamma, in alto, un disco di ottone illuminato da un occhio di bue che, alla fine dello spettacolo, raggiunge il massimo dell’intensità colmando di luce l’intera sala: la vitale luce del «nostro imperatore».

Dimensione visiva della sacralità, dunque, completata e resa ancor più vivida da quella sonora: scandendo i passi della sacerdotessa, dando quasi il ritmo a tutta la rappresentazione, il suono delle corde del pianoforte, pizzicate o percosse, colloca acusticamente il tutto in un’atmosfera ben definita e già anticipata dalla figurina che accompagna la Gualtieri: un rituale tribale che pare affondare le sue radici nella notte dei tempi, all’origine del Tutto.

Ed è a quel Tutto che la liturgia è dedicata: un “rito sonoro per cielo e terra”, nel quale parole e musica, come in un moderno Cantico delle Creature, si uniscono in simbiosi perfetta per lodarlo. Una celebrazione che pare scandita in stazioni, ciascuna dedicata a quelle che del Tutto sono le parti percepibili con maggior intensità e senza mediazioni, che lo descrivono e lo riempiono: i colori. Proprio da questi, dal dirli poeticamente, dal renderli musicalmente si genera un magma incandescente e perennemente in movimento di sollecitazioni che trova nella figura della sinestesia la definizione ideale.

«Porpora: come intendevano greci e latini […] ad indicare il punto in cui un colore è più vibrante, più scintillante», spiega la Gualtieri; e come lo splendore della luce solare, accecando, fa i contorni meno nitidi e definiti, così quello scintillio possiede la facoltà di confondere, nel senso di “fondere insieme”, i sensi, facendo dei colori «potenze» onnicomprensive che racchiudono in sé tutto il sensibile. Il bianco, allora, sarà «pieno di grida», di «lunghe grida senza rimedio»; il verde possiederà una «cantilena» portatrice di gioia, mentre il blu farà «rabbrividire» con cupi suoni provenienti da «buie galere»; nel viola troveremo «le lacrime tutte», nel porpora la gioia di «tutte le gole»; nel rosso «fanfare felici», nel nero «uno sparo» e nel grigio rumore di «catene» e «serrature». Lo stimolo iniziale è sempre acustico ma resterebbe solo figurativo se non fosse immediatamente accolto dalla partitura di Stefano Battaglia. Il suono del colore acquista, allora, concretezza, la sua radiazione dà il la a disegni musicali che, a loro volta, lo completano e arricchiscono. Dai versi inediti dell’opera, quindi, sfociano a cascata parole, immagini e tematiche già note della poetica di Mariangela Gualtieri, ma qui composte in un mosaico volto a celebrare la potenza dei colori che le ha generate.

È in questo modo che il rituale per cielo e terra si compie. Ma ciò a cui si assiste è pure un rituale tra cielo e terra, sospeso com’è sempre tra l’alto e il basso, tra le grida acute del bianco e i tonfi del blu, tra i voli del celeste e i campi del verde. Il cielo e la terra ce li raccontano, prima ancora delle parole, le musiche di Stefano Battaglia: già dall’Intro la partitura si muove tra bassi continui e disegni melodici nel registro alto. Così per tutta la durata del rituale la musica accompagna e asseconda le acrobazie della parola: doni per l’udito che incontrano, ancora una volta, le differenti luminosità pensate da Cesare Ronconi. Ai lati della scena serie di riflettori dalla luce fredda, bianca o azzurra, si alternano alle luci calde del centro: ancora il racconto di cielo e terra.

Tra questo spazio, tra l’immenso spazio pieno di tutto ciò che è il mondo, stanno i colori porpora, colori che sono anche suoni, che sono sapori, profumi; che sono amore, dolore, madri, padri; colori che sono fiumi, campi, uccelli. Colori che sono «potenze», e, se per potenze intendiamo quelle forze che risvegliano la «gioia di essere/qui, respirante», in un respiro che è colmo di «strade», di «porte», di possibilità insomma, delle infinite possibilità dell’esistere, allora quei colori sono propriamente la vita, contengono, anzi straboccano, di quel Tutto che ci «parla continuamente» e continuamente «viene». Sono «doni», forse non sempre dolci, forse non sempre azzurri o verdi, a volte certamente neri o grigi, ma che mai potranno deluderci nel nostro «viandare».

Porpora
Rito sonoro per cielo e terra

testi scritti e recitati da Mariangela Gualtieri

con Stefano Battaglia e Mariangela Gualtieri
musiche composte ed eseguite dal vivo da Stefano Battaglia
cura dell’allestimento e luci Cesare Ronconi

Produzione Teatro Valdoca
con il contributo di Regione Emilia Romagna, Comune di Cesena
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione

Teatro India
24-28 maggio 2017

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