Landscape of practices: quando lo spettacolo riflette sulla sua genesi

LAURA BEVIONE | Organizzato dalla coreografa e danzatrice Erika di Crescenzo e dalla dramaturg Carlotta Scioldo, il 27 e il 28 maggio appena trascorsi, si è svolto nei vari spazi della Lavanderia a Vapore di Collegno, a due passi da Torino, un insolito «simposio sulla ricerca artistica per spettatori e ricercatori». Due giornate di incontri-seminari che si collocano all’interno di un articolato progetto – denominato Workspace Ricerca X – realizzato nell’ambito del programma Residenze Coreografiche Lavanderia a Vapore 3.0/Piemonte dal Vivo e di cui abbiamo parlato con una delle due ideatrici, Carlotta Scioldo, la quale ci spiega come esso sia nato «con lo specifico obiettivo di guardare alla ricerca artistica: non tanto alla produzione o alla realizzazione di performance, però, quanto al sostegno degli artisti nel loro percorso di ricerca». Il progetto – fin dalla sua denominazione, Workspace, termine che definisce quegli «hub focalizzati solo sulla ricerca artistica che si sono sviluppati in Belgio dagli anni ‘90 in poi» – tradisce la sua derivazione da una prassi “nordica”, diffusa soprattutto in paesi quali il Belgio e la Svezia, dove accademia e pratica si intersecano, concentrandosi sulla primigenia fase della ricerca artistica. I due fondamenti su cui si fonda il progetto sono, dunque, ricerca artistica e drammaturgia, concetti/pratiche che vanno «un po’ di pari passo: il lavoro di ricerca deve essere accompagnato anche da un lavoro maieutico, drammaturgico». Si tratta di due focus da realizzare ricorrendo a due metodologie specifiche, ovvero «discorsività e processualità».

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È evidente come un simile progetto, da una parte presenti una significativa novità dal punto di vista contenutistico – mirando all’acquisizione di «una maggiore autoconsapevolezza della propria traiettoria artistica» da parte dei coreografi e dei performer coinvolti; mentre dall’altra offra un modello – benché ancora di piccole dimensioni – di “centro di ricerca artistica” ignoto al panorama artistico italiano così come ai plasmatori delle politiche culturali del nostro paese. La stessa idea di non mirare alla produzione di uno spettacolo, bensì di concentrarsi sulla «ricerca pura, permettendo all’artista di lavorare per un tempo più lungo», approfondendo il proprio lavoro e acquisendo nuove metodologie, può risultare rivoluzionario in un paese in cui l’arte è spesso equiparata a un “prodotto”: merito, dunque, a Fondazione dal Vivo per avere concesso a Workspace la possibilità di entrare a far parte del suo programma di residenze presso la Lavanderia a Vapore, a testimoniare dell’interesse di un’”istituzione” a modificare lo stato delle cose.

Un altro aspetto decisamente “nuovo” sviluppato da Workspace è il lavoro in termini di peer, ossia la condivisione di metodologie fra pari così da raggiungere sia uno proficuo scambio di pratiche, sia una reciproca convalida. Un esempio di questa prassi è stato offerto appunto nella due giorni di fine maggio, cui hanno partecipato tredici coreografi – fra cui Sara Manente, Lucia Palladino, Francesco Collavino, ecc.- ognuno dei quali impegnato in una fase differente del proprio percorso di ricerca artistica. Non solo, accanto agli artisti, l’intervento di esperti di altri campi della ricerca artistica – quali Carlo Salone,  professore di sviluppo territoriale presso l’Università di Torino, e il fisico nucleare Mario Benassi – al fine di creare una vera e propria « comunità di pratiche e conoscenza tacita», così da condividere metodi e pensieri. Un progetto complesso, forse utopico, ma certo necessario per garantire la fertile vitalità della ricerca artistica. Se volete saperne di più, www.ricercax.com.

 

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