Vista teatrale dal Pollino: i bocciuoli di Primavera dei teatri/parte#1

ELENA SCOLARI | Per chi scrive è la prima volta in Calabria quindi la prima volta al festival Primavera dei teatri a Castrovillari, organizzato dalla compagnia Scena Verticale. Sei giorni per 14 spettacoli e altrettante compagnie. L’atmosfera è amichevole ma assai professionale, l’organizzazione impeccabile. Anche questo festival, come tanti altri nell’estate teatrale italiana, ravviva un luogo periferico, un piccolo borgo in provincia di Cosenza, nel cuore del Parco del Pollino, altrimenti attraente per escursioni e passeggiate nei dintorni ma che grazie a Primavera dei teatri diventa per una settimana punto d’incontro di critici, operatori, artisti ma soprattutto di pubblico, un pubblico che ha la possibilità di vedere in anteprima molti dei lavori che costituiranno parte delle maggiori stagioni invernali.

In questa prima parte di reportage ci occuperemo delle giornate iniziali della manifestazione, giunta quest’anno alla diciottesima edizione. Seguiranno altri capitoli a copertura dell’intera programmazione.
Il festival doveva battere il suo gong d’inizio con Macbettu di Sardegna Teatro/Teatropersona, saltato per questioni organizzative e che PAC recensirà comunque a breve avendo avuto la fortuna di vederlo al CRT Teatro dell’Arte di Milano.
Crediamo sia utile un rapporto trasversale che dia conto delle compagnie incontrate cercando di tessere una trama che trovi punti comuni, debolezze, talenti e affinità, temi che serpeggiano tra i lavori e che delineano gli argomenti caldi del momento.
Alcuni nodi su cui gli artisti riflettono – la malattia, la stranieritudine di migrazioni passate e presenti, l’interrogarsi sulla fisionomia della società attuale – si ripetono e declinano infatti secondo le sensibilità di ognuno. Caprò di Teatro Immediato vede Edoardo Oliva – solo in scena – recitare in dialetto abruzzese il testo di Vincenzo Mambella, la storia di un giovane contadino di fine ottocento legato tanto alla sua terra quanto alla sua fatica di lavoratore. Il miraggio della nave per andare a “La merica” pare la soluzione illusoria per una vita che trova ostacoli allo scorrere piatto dei giorni.

Oliva è convincente ma non si libera di un tono rabbioso che sottende tutta la sua interpretazione, danneggiando l’evoluzione del personaggio che fin da subito appare ostile alla situazione, non si avverte infatti lo stacco psicologico che lo porterà alla fuga. Nè, ahinoi, si segue agevolmente l’andamento della vicenda che difetta in linearità drammaturgica. Del naufragio (reale) del 1891 nel quale perirono 600 migranti cui lo spettacolo si ispira apprendiamo soltanto dal foglio di sala, l’unico accenno scenico è il finale nel quale Caprò sale con la valigia su una scaletta laterale, scaletta che immaginiamo essere quella del bastimento. Proprio come nel Novecento di Baricco con Eugenio Allegri, dove il protagonista stava invece per scendere sulla terra ferma. Qui il racconto sulla terra ferma fagocita l’idea di poter cambiare una vita in cui ormai ci si sente stranieri.
Straniero è anche Aiace (Compagnia Stabilemobile), de littera e de facto. L’Aiace di Sofocle è furioso perché le armi del suo amico Achille perito in guerra sono state affidate a Ulisse e non a lui, per di più viene accecato dalla dea Atena e ha quindi le sue ragioni per essere di pessimo umore. Il cast dello spettacolo è composto da un Aiace ivoriano, da una dea francese e da un Ulisse italiano, (Abraham Kouadio Narcisse, Estelle Franco e Annibale Pavone) tutti e tre elegantemente vestiti di bianco, in una scena pulita e di stile minimal. La prima parte del lavoro è precisa, ben diretta da Linda Dalisi, interessante l’uso intrecciato di lingue africane insieme a italiano e francese, l’eroe non riesce a farsi capire.  Ma dalla seconda metà anche noi fatichiamo a capire, i registri si sovrappongono e il trovarsi dei tre – bravi – attori in un luogo che vorrebbe essere senza tempo e senza connotazione spaziale porta lo spettacolo a perdere la pulizia iniziale mescolando le componenti in modo frastagliato.

Un certo disordine di scrittura si ritrova anche in L’incidente – Io sono già stato morto di Teatro Rossosimona/Francesco Aiello. Il protagonista è a letto, non vuole fare gli esami del sangue, rifiuta infantilmente i controlli nonostante le insistenze di fidanzata e fratello. Anche qui le intuizioni importanti sono lasciate allo smarrito spettatore che si deve destreggiare tra flashback alternati, fatti che non è chiaro se siano sogni o schegge del passato. L’idea che sta nel titolo alluderebbe a una riflessione sulla malattia, anche quella immaginata, e su come si possa attraversare una sorta di decesso temporaneo che si può sostanziare nella sola convinzione astratta. Il che sarebbe, questo sì, avvincente. Ma L’incidente (che rimane misterioso) si scontra con una drammaturgia confusa, non abbastanza supportata dalla recitazione.  

La malattia è anche punto di partenza di Codice Nero di Riccardo Lanzarone/Cantieri Teatrali Koreja. Un artificiere siciliano vittima di un incidente con la povere da sparo si trova in ospedale e scopre di avere un tumore. Da qui si dipana un monologo che altalena tra ricordi di vita sana e pensieri sulla fine. Lanzarone è molto bravo, mostra un catalogo di stili encomiabile, ma, di nuovo, la scrittura è confusa, non emerge un cuore limpido e i rivoli si moltiplicano in un puzzle che non compone una figura leggibile.

Questo è il precipitato teatrale del caos globale di questi anni, rutilanti e disabituati a logica e consequenzialità, anni in cui troppe finestre aperte impediscono di capire qual è il panorama che si guarda.
Eccezione veneta (e non sarà la sola) è Pedigree di Babilonia Teatri. Consueto stile chirurgico per un testo su un figlio con due madri e un padre biologico che non fa parte della famiglia. Enrico Castellani e Valeria Raimondi (quest’ultima non in scena) pongono l’accento su una questione con la Q maiuscola: la famiglia. Che cosa è una famiglia, quante gradazioni di parentela possono esistere, come si sente un figlio con genitori dello stesso sesso e che deve la vita agli spermatozoi di un uomo che rimane sconosciuto almeno fino alla maggiore età. Super temi. Ai Babilonia il merito di affrontarli.
Con un padre donatore di sperma “si corre il rischio di scoparsi la sorella senza saperlo”. Possibile ma non probabile. Sembrerebbe un modo laico di porre il problema ma il mordente è sensibilmente ammorbidito. Dalla musica tender di Elvis e dai leggeri abiti bianchi delle due mamme.

Continua

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