The great tamer: l’eroe del pensiero debole fra le visioni di Papaioannu

img_5980-1RENZO FRANCABANDERA | In Inquietudine in Paradiso, romanzo dello scrittore spagnolo Oscar Esquivias, un sacerdote organizza per un gruppo di fedeli un viaggio al Purgatorio, convinto della esistenza. E’ un po’ quello che fa in diverse sue creazioni il regista greco Dimitris Papaioannu, compresa l’ultima The Great Tamer, il grande domatore, cooproduzione internazionale che include anche il Napoli teatro Festival dove lo spettacolo è stato in scena nel penultimo fine settimana di giugno, dopo il debutto ateniese di febbraio.
Disteso sulla superficie ondulata, quasi collinare, che prende tutto il palcoscenico e ricoperta di grandi blocchi di compensato neri, un corpo apparentemente inanimato accoglie gli spettatori al loro ingresso in sala. Fondale scenico a vista. L’attore si anima, fissando il pubblico prima dell’inizio della finzione scenica, e poi, svestendosi dei suoi panni borghesi lo invita a vivere l’esperienza dell’abbandono, uno spazio che è forse fra morte, mito e sogno, nell’idea di Papaioannu, creatore di illusioni, da alcuni anni all’attenzione del grande pubblico mondiale.

Il semi-buio dello spazio in cui ambienta The Great Tamer è identico a quello del precedente Still life: un mondo non ancora post umano ma certamente ultra terreno, abitato da idee platoniche, riflessi e proiezioni dell’interiore, in cui la storia del pensiero passa attraverso i filtri dell’inconscio, l’ancestrale e la sua traduzione nella storia dell’arte.

Il confronto con questi codici si fa via via più forte e oggetto stesso, fonte di ispirazione diretta dell’indagine.
3416607.jpgLa passione per l’arte offre alle performance un forte impatto visivo, destreggiandosi tra riferimenti a diverse pratiche di espressione, come pittura, scultura, dove in un momento seguiamo una personificazione di un’angoscia venuta fuori dal Trittico del Giudizio Universale di Hyeronimous Bosch, in quello successivo seguiamo la reviviscenza delle tele in cui Rembrandt racconta la sua passione per le lezioni di chirurgia, da quella del dottor Tulp, che invero ricorda il Cristo Morto di Mantegna, fino a quella del dottor Teyman, con i performer che, per non lasciare adito a dubbi sulla citazione pittorica, indossano le gorgiere e sorridono al pubblico, come dovessero essere ripresi in un’istantanea. Ma chi è sul lettino del chirurgo? In uno spettacolo che fa emergere dal sottosuolo come in un’indagine archeologica i resti di figure antropomorfe da dizionario mitologico, l’uomo appare nella sua fragilità esistenziale, qualcosa che si ferma a mezza via fra l’uomo di latta de Il mago di Oz e il cavaliere inesistente di Calvino, ricoperto di un’armatura fragile, di gesso, che viene sbriciolata. Un motivo costante anche questo, nell’estetica di Papaioannu, la realtà che si sbriciola per rivelare un’essenza non di rado inconsistente e fatta di credenze.

Le sue costruzioni si strutturano non come frasi musicali di un canone, ma come una sonata di Scarlatti, in cui un paio di temi o motivi estetici principali trovano ricorso durante tuta la composizione, che poi trova lo spazio per ampliarsi, in una sezione intermedia di sviluppo, in cui vengono ripresi e rielaborati elementi dei motivi concettuali principali, che infatti ritornano, a volte tali e quali, a volte con variazioni ed elementi nuovi.

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Papaioannu qui immagina l’arrivo di astronauti su un pianeta, la Terra non più ospitale, dalle viscere del quale tentano di estrarre il passato della cultura che lo ha abitato. Un riportare in vita che ricorda la pietà michelangiolesca, con un corpo che qui torna in vita, resuscita.  E così tutto rinasce, in un’indagine antropologica e archeologica che, non senza ironia, e con grande determinazione fisica da parte del nutrito gruppo di attori performer in scena, si dipana per un’ora e quaranta minuti circa, che sviluppare la conclusione in una serie di possibili finali, alcuni più interessanti certamente dell’ultimo con cui l’artista ci lascia. 

Fra le altre scene di grande interesse, oltre all’uso di pannelli, botole e doppio fondo scenico per creare apparizioni, sparizioni e occultamento, sicuramente d’effetto l’uso di frecce di legno utilizzate in diverse soluzioni. In particolare, come in 300, o in Hero di Zhang Yimou, una colossale pioggia di frecce ad un certo punto inebria uno dei finali, forse il più bello, creando un campo di grano che diventa luogo di passeggio per la dea Cerere, che guarda le messi, il passare delle stagioni e i riti, ormai sepolti, ad essa legati, nell’oscillazione di sacro e profano, che prende un po’ tutto lo spettacolo.

Dovunque la fragilità della vita, confrontata con il luogo ostile, penitenziale, che non regala neanche il sollievo della morte, assume una sua ironica e pervasiva struttura narrativa non drammaturgica, da teatro d’immagine, a mezza via fra Thierry Salmon e Romeo Castellucci, con un’attenzione non minore al rito, centro e motore di una costruzione che non è possibile definire coreografica solo perché il momento in cui viene accennata una sinuosità di movimento coreutica dura meno di trenta secondi. È comunque innegabile che la creazione si ponga in una strada ibrida fra i linguaggi.

La formazione in Belle arti del regista, porta gli undici interpreti in un viaggio intorno alla vita umana che è però riesplorata con l’occhio innamorato ma anche disincantato di chi sa che tutto sta per volgere al termine, che l’uomo è macchina creativa e distruttiva assieme. E così l’origine del mondo di Courbet viene riletta in chiave maschile ed ossessiva, come la ricerca di un potere, di un primeggiare inutile e deflagrante, appunto. In questo viaggio che sa di 2001 Odissea nello spazio, a volte, al tema classico di Richard Strauss di Così parlò Zarathustra, si sostituisce qui una versione lentissima, esasperata e che mai arriva alla sua colorata esplosione in valzer del Bel Danubio blu di Johann Strauss II.

the_great_tamer_6__c__julian_mommert.jpgMolti i segni poetici intarsiati in combinazioni coreografiche efficaci, che perdono però intensità in un finale in cui, al di là della sfida al tempo e alla fruizione spettacolare classica, Papaioannu forse cede alla voglia di lasciare tutte le fonti di ispirazione, per non dover scegliere fra un girotondo/ Danza di Matisse, e un riferimento alla pittura italiana rinascimentale. 

Ma così facendo la silloge diventa troppo ampia, barocca, portandoci a ridurre nella rielaborazione il valore delle tracce, che nel loro accumularsi e riproporsi, pur esteticamente bellissimo, si confondono.

 

THE GREAT TAMER

ideazione e regia Dimitris Papaioannou

con Pavlina Andriopoulou, Costas Chrysafidis, Ektor Liatsos, Ioannis Michos, Evangelia Randou, Kalliopi Simou, Drossos Skotis, Christos Strinopoulos, Yorgos Tsiantoulas, Alex Vangelis

set designer e collaborazione alla direzione artistica Tina Tzoka

collaborazione artistica per costumi Aggelos Mendis

collaborazione al disegno luci Evina Vassilakopoulou

corraborazione artistica per il suono Giwrgos Poulios

installazione disegno audio Kostas Michopoulos

musiche Johann Strauss II, An der schönen blauen Donau, Op. 314

adattamento musicale Stephanos Droussiotis

disegno sculture Nectarios Dionysatos

costumi e pittura oggetti di scena Maria Ilia

produttore creativo-escecutivo e assistente alla regia Tina Papanikolaou

assistente alla regia Stephanos Droussiotis

direttore prove Pavlina Andriopoulou

direttore tecnico Manolis Vitsaxakis

direttore di scena Dinos Nikolaou

assistente ingegnere del suono Nikos Kollias

assistente scenografo- pittore scene Mary Antοnopoulou

assistente scultore Maria Papaioannou + Konstantinos Kotsis

assistente alla produzione Tzela Christopoulou

tour manager e relazioni internazionali Julian Mommert

assistente produttore esecutivo Kali Kavvatha

produzione Onassis Cultural Centre – Athens (Greece)

in coproduzione con CULTURESCAPES Greece 2017 (Switzerland), Dansens Hus Sweden (Sweden), EdM Productions, Festival d’Avignon (France), Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia (Italy), Les Théâtres de la Ville de Luxembourg (Luxembourg), National Performing Arts Center-National Theater & Concert Hall NPAC-NTCH (Taiwan), Seoul Performing Arts Festival SPAF (Korea), Théâtre de la Ville – Paris / La Villette – Paris (France)

Teatro Politeama

23, 24 giugno

ore 19.00

durata 1h e 40min
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