Fra tradizione indiana e complessità contemporanea: intervista a Duccio Bellugi Vannuccini del Théatre du Soleil

FRANCESCA DI FAZIO | Al Théâtre du Soleil si entra per gradi. Lontano dal paesaggio urbano parigino, questo teatro si trova nel parco di Vincennes ed è lì dal giorno della sua fondazione, avvenuta nel 1968. Si deve quindi prendere il metró, poi una navetta che percorre il parco e scendere davanti all’entrata della Cartoucherie, antica sede di una fabbrica di armamenti e polvere da sparo riconvertita nel corso degli anni ’70 in un luogo di creazione teatrale grazie ad Ariane Mnouchkine, Philippe Léotard e alla troupe del Théâtre du Soleil.

Lo spettatore è accolto in un ambiente che dolcemente lo fa sentire parte dello spettacolo che presto andrà a vedere: per Une chambre en Inde il salone che fa d’anticamera alla sala del palcoscenico è stato arredato secondo lo stile di un’ India senza tempo, gli spettatori vengono forniti di ventagli di vimini intrecciato a forma di foglia e persino le guardie incaricate di controllare borse e zaini all’ingresso del teatro indossano l’uniforme dell’esercito indiano. Ma l’intento non è quello di straniare il pubblico trasportandolo in una dimensione altra, lontana dalla realtà: come ogni produzione del Théâtre du Soleil, quest’ultima pièce porta il mondo sul palcoscenico e lo restituisce criticamente agli occhi dello spettatore.

chambre-c.-MichelLaurent

Nella stanza da letto di Une chambre en Inde Cornelia assume la direzione di una troupe teatrale dopo che il direttore di questa, Constantin Lear, colpito dall’orrore degli attentati a Parigi, è fuggito lasciando solo poche direttive per il nuovo spettacolo da realizzare in un messaggio vocale i cui punti salienti sono troppo disturbati per trarne delle conclusioni precise. Cornelia è assalita dal panico, in preda a ricorrenti ed esilaranti problemi gastrici, agitata da questioni fondamentali circa lo statuto e la legittimità del teatro ai giorni nostri: cosa può il teatro in un mondo che va così male? Che cosa deve essere il teatro? “Se tutti i teatri del mondo fossero demoliti, a chi mancherebbero?”. Eppure il viaggio che questo spettacolo propone è un viaggio che per sua stessa esistenza, per l’attenzione che accorda alla bellezza del gesto e alla nostra comune umanità, risponde alla questione della necessità dell’arte.

Cornelia dorme, si lascia andare a un sonno dietro l’altro, cercando di ingannare il poco tempo che ha per comunicare ad Astrid, l’amministratrice del suo teatro, il programma del nuovo spettacolo. Ed è proprio la ricerca di uno spettacolo che costituirà lo spettacolo stesso, che costituirà teatro. In sogno Cornelia viene visitata da plurime visioni che le indicheranno il cammino da seguire – in primis le ripetute apparizioni delle rappresentazioni Therukoothu, teatro tradizionale indiano molto antico e popolare che rievoca le epopee del Mahabharatha – , i suoi incubi prendono viva forma, entrano nella stanza dalle finestre e fanno irrompere il reale nel gioco del dramma. È il mondo intero che il Théâtre du Soleil convoca in una sola stanza, e sono delle figure attuali quelle che interroga, critica, ridicolizza.

Une Chambre en IndeGli incubi che la assalgono riguardano gli attentati, l’impoverimento delle falde acquifere, i crimini contro le donne, l’indottrinamento dei giovani da parte di Daech, Trump e il riscaldamento globale. Ma ogni problema di ordine mondiale, ogni ragione di preoccupazione, ogni malattia che corrompe il genere umano è messa in ridicolo, presentata sotto la luce del riso e della comicità pungente. Si direbbe quasi che questo spettacolo appartenga al genere della commedia, a quel genere che secondo Aristotele racconta di uomini peggiori di noi. Per parlare della paura che questo mondo sa generare, Ariane Mnouchkine ha scelto il comico come una sorta di antibiotico. Fino ad arrivare alla cura proposta dalla scena finale, in cui un ammirabile Duccio Bellugi Vannuccini imita uno Charlot che pronuncia al resto della troupe teatrale il discorso all’umanità de Il Grande Dittatore. E sulle parole finali “soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!” accorrono tutti in un grande abbraccio che emana calore e speranza al pubblico che si alza ad applaudire.

Al seguito dello spettacolo abbiamo scambiato due parole con Duccio Bellugi Vannuccini, ecco il testo dell’intervista:

Come ha influito la tua conoscenza della maschera su Une Chambre en Inde?

Il mio rapporto con la maschera ha influito nel senso che l’utilizzo della maschera è uno dei nostri attrezzi pedagogici per il gioco del recitare. In questo spettacolo la forma è molto variata, ci sono alcune scene in cui abbiamo usato la maschera, ma sempre nell’ottica della nostra forma di teatro, che vuole essere un teatro totale. Per noi la maschera vuol dire giocare con il corpo, e nel lavoro di questo spettacolo il corpo ha una grande importanza. La maschera è una maniera di imparare o di insegnare a poter essere un altro, a poter ricevere come qualcun altro.

La concezione di questo spettacolo è cominciata nel corso di un viaggio che tutta la compagnia del Théâtre du Soleil ha intrapreso in India nel gennaio 2016 e dallo studio di un tipo di teatro indiano tradizionale. Come ha influito questo viaggio comunitario sullo spettacolo ?

Ha avuto un grande impatto. Quello che raccontiamo nello spettacolo è più o meno quello che ci è successo: la compagnia è partita in India, Ariane ci ha proposto la sua idea per questo spettacolo e noi attori abbiamo cominciato a improvvisare, ma dopo pochi giorni, dopo una serie di improvvisazioni che non riuscivano bene, la proposta di Ariane andava sciogliendosi. Ariane si è ritrovata come la Cornelia dello spettacolo, in cui tutta la compagnia le esprime la difficoltà che riscontra nel tentare di raccontare il mondo. Durante le prove noi improvvisiamo, filmiamo tutto, trascriviamo le cose che valgono la pena di essere tenute, e un mese dopo le riprendiamo. Quando abbiamo ripreso le nostre improvvisazioni ci siamo resi conto che era come se la tematica dello spettacolo ci sfuggisse, ma allo stesso tempo abbiamo studiato questa forma di teatro indiano tradizionale del Kathakali e del Therukothu, la più popolare e povera del teatro indiano, e questa forma è diventata per noi quasi un albero protettore. Durante le difficili prove questa forma d’arte ci indicava dove era il teatro e aveva una sua necessità e una sua forza. Tutto il viaggio è stato fatto con grande comprensione e bonheur.

L’apporto dei teatri di altre culture cosa può verso il teatro occidentale?

Il teatro ha bisogno a volte anche di gocce di acido che creino dei cambiamenti. Il teatro oggi è estremamente fragile, siamo in un momento in cui spesso il teatro non è considerato, e talvolta il pubblico ha ragione a non considerarlo perché spesso il teatro di oggi annoia o è puro entertainment. Bisogna porsi questioni, chiedersi a che cosa serva davvero il teatro. Porsi questa domanda è un dovere, o altrimenti facciamo solo intrattenimento. La nostra compagnia dimostra che si può essere in scena in trenta, si possono fare prove per nove mesi, si può avere in sala uno scambio umano col pubblico. “Yes we can”. Il pubblico può assistere alla preparazione e al trucco degli attori attraverso piccole aperture sul tendone che separa gli attori dalla sala. Quando il pubblico vede noi che ci stiamo preparando si adatta, acquista un’altra intimità diversa dal solito, e questo aiuta lo scambio durante la messa in scena.

Une chambre en Inde
una creazione collettiva del Théâtre du Soleil
regia Ariane Mnouchkine
musica Jean-Jacques Lemêtre
in armonia con Hélène Cixous
con la partecipazione eccezionale di
Kalaimamani Purisai Kannappa Sambandan Thambiran

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