“Purgatorio”di Lenz, non c’è Dante che tenga

Purgatorio @ Francesco Pititto

MATTEO BRIGHENTI | Lo spazio, il vuoto, un tratto che è uguale all’andata e al ritorno. Purgatorio di Lenz Fondazione è un limbo di polvere e scaffali di legno deserti, alti 18 metri, fino al soffitto dell’Ospedale Vecchio di Parma. Ossari di libri e storie dimenticate, rimosse, perdute, da cui sembrano provenire le anime dei morti questuanti attenzione. Confessano i loro peccati, perché sono qui, li dicono per spiegarsi le pene e la speranza della salvezza, forse li rifarebbero anche, se tornassero indietro.
Ma “Crociera” è solo il nome dell’impianto a forma di croce greca, sormontata da una cupola, attorno a cui si sviluppa l’ex ospedale: da qui nessuno parte né ritorna. Il primo a scontarlo è Dante. E noi con lui.

Il progetto biennale di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri sulla Divina Commedia (a ottobre Paradiso, nel 2018 Inferno) comincia dunque in uno dei complessi monumentali più importanti di Parma, simbolo della locale storia ospedaliera. Posto nel quartiere dell’Oltretorrente, è stato il nosocomio cittadino dal 1471 al 1926.
Usata come magazzino militare, Archivio di Stato, recuperata per il sistema bibliotecario comunale, la struttura vive ora la stessa incerta condizione della creazione site-specific performativo-musicale, non conoscendo quale sarà il suo prossimo futuro (pare quello di spazio espositivo).
L’intenzione complessiva di Pititto e Maestri è proporre una profonda riflessione su architettura, comunità e cultura, cioè ricercare l’origine e specchiarla nel contemporaneo, per sentirsi parte di una grande tradizione e di un presente che possa esserne all’altezza.
Fatichiamo, però, a rintracciare una riscrittura scenica del luogo: l’immensa navata non viene modificata, trasformata, riconvertita (d)alla drammaturgia, ma soltanto abitata per ciò che è e rappresenta. La meraviglia dura il tempo dell’inizio, poi non trova più basi su cui fondarsi. Avevamo notato un indebolimento della visione di Lenz all’interno di Lenz Teatro, questa è la prima volta che lo incontriamo anche in esterna.

La Crociera, quindi, è una cornice, nel senso del quadro, non delle cornici del Purgatorio in cui si espiano i sette vizi capitali: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. È speculare all’Inferno, l’ordine dei peccati è capovolto, dal più grave al più lieve, e non è una voragine, ma una montagna. Così, per entrare nell’Ospedale Vecchio bisogna ‘scalare’ una scalinata in pietra e varcare un gigantesco portone.

Fabrizio Croci, Paolo Maccini @ Francesco Pititto

Ad aspettarci, la semplicità e naturalezza immediata di Paolo Maccini, storico attore ‘sensibile’ di Lenz, che dà voce e atteggiamento a un Virgilio affabile e paterno. Si illumina da sotto il mento con una barretta-lucina portatile (ce l’hanno tutti), lumino votivo e fiamma del peccato, tanto da sembrare affetto dalla Zombitudine dei Frosini/Timpano.
Il gonnellone-tunica nera, la cotta trasparente scura, l’atmosfera monacale e dark, danno al lavoro un afflato tra Il nome della rosa e Guerre stellari. Sacralità e inquietudine sono ancora la cifra distintiva della ricerca di Francesco Pititto e Maria Federica Maestri.

Dalla fila dei vivi si stacca Fabrizio Croci, il Calibano di Fabrizio Arcuri, che porta in dote i versi di Dante. Hanno chiamato un attore-attore per dire le terzine della cantica, eppure smarriti risultano metrica, musicalità e significato, mancando l’oggetto primo d’indagine, “le fondamenta – sostengono Pititto e Maestri – della nostra lingua per poterne trarre stimolo creativo contemporaneo”. La poesia rimane allora nel testo, è il libro, è di ieri, non si ricolloca, non vibra dell’oggi (e) di questo luogo.
Il Purgatorio è un cammino, un pellegrinaggio di espiazione, riflessione e pentimento verso Dio. Vale anche per Dante, che all’inizio ha incise sulla fronte sette ‘P’, simbolo dei peccati capitali, rese in scena da gonne che alla fine di ciascuna cornice l’angelo guardiano (Valentina Barbarini) sfila dalle gambe del Poeta, indicando che quella specifica espiazione è compiuta.

Gli espianti, le anime vive del Purgatorio, sono impersonate da interpreti delle Compagnie dialettali di Parma. Il legame con la Commedia è Arnaut Daniel, poeta e trovatore francese, a cui Dante nel canto ventiseiesimo concede di parlare nella sua lingua, la lingua occitana; il ponte con la contemporaneità è rappresentato dal fatto che il parmigiano è stato il dialetto prevalente delle maestranze dell’Ospedale Vecchio, “un pezzo della Parma popolare – spiegano – è stata, per secoli, parte integrante di questa comunità”.

Foto di Francesco Pititto

Non hanno volto, o meglio i connotati del viso sono ridisegnati da un cinturino nero, una fascia, una mentoniera che aiuta a tenere unita la mascella al resto del cranio, come a riaffermare la loro condizione di cadaveri. Il tono è enfatico, squillante, a tratti tanto isterico che la voce quasi si spezza.
I parmigiani sembrano apprezzare, per noi che veniamo da fuori quelle parole che reinventano il Poeta diventano soltanto urla masticate: non capendo ciò che recitano, le intonazioni sono indistinguibili e di conseguenza le frasi arrivano tutte uguali. Si perdono dolore e compassione, in favore di distanza, estraniazione, incredulità.
La loro centralità è assoluta e tuttavia i ‘sensibili’, anche dalla loro posizione più defilata rispetto al solito, svettano come giganti per autenticità e severità.

Avrebbe aiutato un libretto con le traduzioni consegnato all’ingresso oppure un’imagoturgia sulla parete in fondo all’immensa navata che andasse oltre la “sfinge di numeri in videoproiezione la cui evidenza è imperscrutabile”, come scrive Giulio Sonno su Paper Street. Si sente forte la mancanza del sostegno visivo e prospettico tipico delle creazioni di Lenz, di quello squarcio di profondità al di là delle tre pareti della scena.

Fabrizio Croci, Valentina Barbarini @ Francesco Pititto

Perciò, rimangono chiuse le finestre che danno sul Paradiso terrestre e gli alberi scossi dal vento. Un ‘muro’ si frappone all’amore tra Dante e Beatrice (ancora Barbarini), su una scala enorme, come Giulietta sul balcone, e noi, seppur raggiunti dalla tenera ironia di Catone (Franck Berzieri) e dall’umanità punk della Madonna (Delfina Rivieri), che cerca il Figlio al pari di qualunque altro scomparso, ritorniamo sui nostri passi, all’entrata che ora è l’uscita.

Siamo avanzati in Purgatorio e non è cambiato nulla. “Abbiamo pensato che i suoi peccatori penitenti – concludono Francesco Pititto e Maria Federica Maestri – fossero più vicini all’uomo contemporaneo per intraprendere la via della salvezza”. Forse, stando a quanto visto e ascoltato, non ci meritiamo alcuna redenzione. La nostra anima può aspirare, tutt’al più, all’eterno ritorno del quotidiano inferno.

PURGATORIO
drammaturgia e imagoturgia | Francesco Pititto
installazione site-specific, elementi plastici, costumi, regia | Maria Federica Maestri
musica | installazione sonora | Andrea Azzali
in scena | Valentina Barbarini, Fabrizio Croci, Paolo Maccini, Franck Berzieri, Delfina Rivieri
e
attori delle Compagnie dialettali di Parma Roberto Beretta, Sonia Iemmi, Ylenia Pessina, Mirella Pongolini, Giacomo Rastelli, Cesare Quintavalla, Silvia Reverberi, Valeria Spocci
cura | Elena Sorbi
organizzazione | Ilaria Stocchi
ufficio stampa | Michele Pascarella
media video | Stefano Cacciani
cura tecnica | Alice Scartapacchio, Andrea Bonaccini
assistente di scena | Marco Cavellini
produzione | Lenz Fondazione
Purgatorio è realizzato con il patrocinio del Comune di Parma e in collaborazione con il Coordinamento delle Compagnie Dialettali della città
Si ringraziano per la collaborazione Teatro Regio di Parma, Biblioteca Civica e Archivio di Stato di Parma
con il sostegno di MiBACT – Comune di Parma, Regione Emilia-Romagna, DAISM-Ausl
Visto sabato 1 giugno 2017, Ospedale Vecchio di Parma, all’interno di Natura Dèi Teatri #22.

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