Santarcangelo 2017: un video reportage “Very Pancia!”

RENZO FRANCABANDERA | Ci siamo arrivati il 7 luglio, proprio il giorno della partenza di questa 47esima edizione di Santarcangelo Festival. Ci faceva curiosità la nuova direzione artistica per il triennio 2017<19 affidata ad Eva Neklyaeva, con con la co-curatela di Lisa Gilardino.

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Lo slogan < ENERGIA CONTAGIOSA >, l’immagine-simbolo quella di un virus psichedelico, insomma qualcosa che ha la pretesa di diffondersi inesorabile ma non drammatico, bensì vivificante, per un nuovo corso e anche una visione più larga delle arti e della cultura dal vivo, con un focus forse più ampio di altre volte sulla musica, sia quella suonata che quella mixata e da ballare: il programma, dal 7 al 16 luglio, ha aggiunto al tradizionale mix di teatralità performativa e danza, anche tanta musica. Le direzioni-guida per il festival sono: 1) gli artisti associati, come tutti i grandi festival europei, e che qui sono: l’artista Francesca Grilli, la compagnia Motus e l’artista\performer Markus Öhrn, già stato a Santarcangelo negli anni precedenti; 2) Il tema del corpo, individuato come strumento d’arte e politica; 3) gli Habitats, luoghi del festival prescelti in cui si assiste a installazioni e performance site-specific, in cui il pubblico ha libertà di movimento e interazione.

Fra questi sicuramente affollato per i dj set notturni lo spazio-tendone poco fuori il paese, IMBOSCO. Il tendone da circo di piazzale Baden-Powell in mezzo alla campagna, è stato un’attrazione gratuita per tantissimi ragazzi fino a tarda notte, e accoglie due necessità che la comunità manifestava da tempo: il non avere troppo caos in paese dopo le 23 e il ritrovare un dialogo con la popolazione più giovane che spesso sente la distanza dal Festival e dalle sue ragioni. Un’intuizione forse non banale e che, a conti fatti, qualche risultato lo porta.

Cosa abbiamo visto nel primo week end:

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MARKUS ÖHRN NISKANPÄÄ
Terra bruciata. Molotov Cocktail Opera
Opera per coro popolare e fuoco. Un rito pirico, purificatore, come si deve in ogni civiltà/comunità che si incontra e si racconta, con tanto di coro, e nenia rituale, che in questo caso è una composizione poetica del padre della direttrice del festival: il caso, il destino, google, hanno portato al coro che cercava poesie sul tema del fuoco una composizione del politico dissidente bielorusso che è stata ripetuta in coro fino al completamento del lancio delle molotov nel fuoco. Stava per saltare l’impianto audio, a testimonianza del fatto che di finto c’era poco, tranne una video ripresa e un fumogeno in cima alla rocca, entrambi superflui. Suggestivo e affollato lo spazio dello Sferisterio. Forse monocorde la resa: alcuni elementi non sono ben messi a fuoco, a favore di una spettacolarità che si rivela però ripetitiva più che rituale.

HAPPY BIRTHDAY ROBOT+SYNDICATE
Openlove Point, l’ufficio temporaneo di Robot+Syndicate nel cuore di Santarcangelo che trasforma ad opera del collettivo milanese MACAO parte della Scuola Pascucci in uno spazio libero per il relax e il pensiero è una bella idea come quella di documentare in maniera scientifica e organizzata la percezione del festival nello sguardo di coloro che ci hanno lavorato: come Santarcangelo Festival funziona. Chi comanda? Da dove si prendono i soldi e come li si spende? Quale il rapporto con la città? Dal punto di vista artistico un’operazione meritoria, dal punto di vista della significatività statistica del campione abbiamo qualche dubbio. L’idea comunque è interessante.

EVA GEATTI
Il crepuscolo è dei poeti e degli appartamenti

Non rimaniamo particolarmente scossi dai lavori ad acquerello con piccoli interventi di parola su carta con cui la Geatti, al netto di un paio di installazioni materiche, abita questo appartamento in pieno centro. Onestamente una piccola idea, rispetto ad altre uscite più spiazzanti dell’artista.

Club Ecosex
Ispirandosi al manifesto dell’ecosessualità di Elizabeth Stephens e Annie Sprinkle il duo australiano Pony Express, formato dal drammaturgo Ian Sinclair e dall’artista multidisciplinare Loren Kronemyer, esplora i temi del rapporto uomo-natura riletti per mezzo della dinamica sessuale. L’erotismo con cui sfioriamo le orchidee gentilmente aiutati da un profilattico da dito, o veniamo cosparsi di salgemma e fango all’olio di cocco in una stanza che sa di budoir, aiutati in uno psuedo avvio al piacere ecologico da occhialini appannanti che trasformano le luci Led in cuoricini, è divertente ma poi rivela alcune mancanze nella meccanica dell’azione performativa: non ultima il fatto che due performer per abitare un luogo ampio siano un numero sufficiente quando i frequentatori sono pochi. Diventa invece inadatto quando arrivano in più. Insomma l’idea dell’ammucchiata eco-sostenibile quando sono arrivato io e i visitatori erano una decina, non è decollata, rivelando alcune fragilità dell’idea: interessante, ma con uno svolgimento che necessita di risposte a più interrogativi da parte degli artisti.

MARCO D’AGOSTIN & CHIARA BERSANI
The Olympic Games / anteprima (preview)
Visione parodistica del tema olimpico dove ben presto ai trionfalismi bilingue d’inizio spettacolo, seguono riflessioni di carattere generazionale sulla festa che non si compie. La competizione lascia sul campo una serie di sensibilità che non arrivano ad alzare le braccia se non in segno di resa. Spazio vuoto e quattro interpreti ad abitarlo a turno, con azioni che cercano di rompere la quarta parete, ma la cosa forse riesce a mala pena con le prime file. Magari lo spettacolo, che ha l’ambiente mentale dello spazio-prove, poteva essere pensato in un altro luogo più adatto a dialogare con questa sensazione. Forse caricato di aspettative che non rispetta, la creazione si basa su poche idee forti rivelandosi presto assai debole a questo stadio dell’evoluzione. Occorre forse ripensarlo.

SILVIA GRIBAUDI
A corpo libero /  R.OSA 10 esercizi per nuovi virtuosismi
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La Gribaudi, con i suoi lavori di tono leggero ma non banale sul corpo nella sua pratica di vita quotidiana e di rappresentazione sociale, sta avendo un riscontro ampio di pubblico ed è indiscussa regina della stagione estiva dei Festival, dove appare in cartellone su più fronti. Consapevole di essere anello di congiunzione (leggero) fra Pina Bausch e “la casalinga di Voghera o l’impiegato alle poste” che giocano a fare Raffaella Carrà/Ricky Martin sotto la doccia, la danzatrice-coreografa propone un ragionamento sul corpo imperfetto che cerca di esaltare, attraverso l’ironia e l’autoironia, lo sguardo attento che si rivolge all’interno della persona, la ricerca di abilità e forze che solo una presa di consapevolezza sulla fallacia del genere umano permette.
Lo fa succedere in piazza o alla Coop, dove lei stessa si esibisce in una erotica ostensione coreografica delle sue parti molli, invitando le sciùre col carrello a far danzare le mollezze sotto le braccia.
Nel caso di R.OSA, poi, il tutto viene affidato, con ritmo e intelligenza, al corpo e alle doti sceniche non comuni di quella giovane macchina da guerra per lo spettacolo dal vivo che è Claudia Marsicano, qui nella sua dimensione forse ideale: monologo ironico fra canzone, gesto e mimica. Le aree di comfort e di abilità della performer nelle mani di una regista che altro non aspetta. Pubblico in delirio. Con leggerezza e ritmo. Niente di nuovo sul fronte della critica del linguaggio, ma chi se ne frega quando 400 persone in piedi ballano a ritmo, facendo tremare la scalinata… Anche smettere di ricercare e prendere le cose con minor densità ogni tanto aiuta la mente. E parla al pubblico.

FRANCESCA GRILLI (artista associata)
The forgetting of air
Progetto con alcuni migranti del territorio. Una piccola sala resa satura di umidità per mezzo di un potente vaporizzatore. I migranti con un antico megafono non elettrico, ci costringono al ritmo assordante dei loro respiri. Questa funzione potrebbe far riflettere sul tema dell’aria come veicolo di informazione e condivisione di istanze profonde, che però la fruizione collettiva, come proposta nel Festival, non stimola. Si, è vero, si poteva uscire quando si voleva dallo spazio, ma forse anche l’entrata libera, senza un vero e proprio inizio, avrebbe restituito più il senso della performance che della piccola situazione spettacolare, che invece si percepisce. Altre volte la Grilli ci aveva messo in contemplazione degli elementi della natura riabitati dalla società. Ricordiamo il fuoco con le fiammelle blu del gas a Dro. Quale che sia il sottostante concettuale, l’opera deve parlare però di per sé, avere una sua forza comunicativa dirompente. E in questo caso la sensazione, che dovrebbe essere profonda, interiore, ci arriva solo a metà. La vediamo, la viviamo, ma non appassiona. Forse anche questo, però, come retropensiero sulla dinamica della migrazione non è banale: magari un (probabilmente non voluto) effetto di disinteresse, si rivela più interessante dell’interesse?

FILIPPO MICHELANGELO CEREDI
Between Me and P.
Sarà pure, come qualcuno può legittimamente ritenere, una faccenda personale di cui allo spettatore potrebbe in teoria interessare poco, quella che anima la ricerca di Filippo Ceredi sulle tracce del fratello scomparso da anni, eppure ci dev’essere qualcosa che è andato a fondo se buona, buonissima parte del pubblico si è sciolta in un lungo applauso a fine spettacolo. Che non era un applauso di commozione, ma una conferma di un apprezzamento per la tenacia e la sensibilità con cui il giovane artista milanese si è approcciato a questa composizione di poche parole, molte immagini, un desktop proiettato a video e una ricostruzione di memoria della figura fraterna e dell’identità percorsa a doppia corsia dall’asfalto del fragile, su cui Ceredi ci porta in una uscita fuori dal tempo e dallo spazio, in una dimensione intima, quella che induce le persone poi a voler sparire, dissolversi. In questo caso, si aggiungono le motivazioni filosofiche, politiche e culturali di Pietro, lo scomparso, la scelta ponderata del non sentirsi parte di un consesso sociale come la Milano degli anni Ottanta. Ognuno di noi ha una sparizione misteriosa e unica con cui fare i conti. La visione ha alcuni ineludibili perchè, anche formali: piacevoli o meno che possano risultare sono sicuramente coerenti. A noi l’operazione è piaciuta.

DORIS UHLICH
Ravemachine
Doris Uhlich e Michael Turinsky. La prima alla consolle fa partire una base trance-techno, il secondo inizia a percorrere lo spazio scenico a bordo della sua sedia a rotelle elettrica. Si fermerà, e a dispetto della malattia che tutti immaginano possa impedirglielo, si mette in piedi. E inizia a ballare. A tempo, in coreografie in piedi e a terra, che dopo un po’ accolgono anche il corpo della artista in una composizione binaria che prevede unioni, scambi di ruolo, intrecci e distruzioni punk. Lo spettacolo ci parla anche di tutto quello che davanti ad ogni evidenza apparentemente parziale del nostro stato dovremmo fare per dare alla difficoltà un valore, ma anche di come a ben guardare esistono forme di inabilità alla vita più potenti del problema fisico. Potremmo indugiare sul lato più emotivo e morale della faccenda, che però immaginiamo sufficientemente intuibile. Dal punto di vista del tempo scenico, lo spettacolo, bello e vigoroso in diversi momenti, si allunga nel finale. Ma resta il potere scardinante della visione.

Sulla piacevolissima programmazione gratuita di musica e cinema, non ci dilunghiamo. Abbiamo danzato con Trinity al mix e visto il bellissimo film Lumiere! La scoperta del cinema, di Thierry Fremeaux in piazza Ganganelli. Mangiato la piada, chiacchierato con artisti seduti a tavolate fino a notte. Fatto mattinata in giro per il paese nell’afa romagnola.
Insomma, Santarcangelo.

Nel parliamo con le due curatrici, Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino nel video reportage che segue. 

 

Le foto di questo articolo e del video sono di Diane – Ilaria Scarpa e Luca Telleschi

 

 

 

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