Altofest, a Napoli l’arte è di casa

MATTEO BRIGHENTI | Dare luogo e avere relazioni. Il privato non è più esclusivo, ma apertura al pubblico, intimità condivisa. Altofest del festival non ha nemmeno il nome: è una pratica etica ed estetica, un progetto di socialità sperimentale in cui il cittadino e l’artista accolgono il rischio di esporsi l’uno all’altro, di fronte agli altri.

Lontano dall’essere un semplice cartellone, il programma si compone come una drammaturgia, che indaga le connessioni tra le espressioni dell’arte contemporanea dal vivo e il tessuto della città di Napoli.
Quest’opera espansa indaga la riqualificazione umana attraverso la rigenerazione urbana: i cittadini ‘donatori di spazio’ ospitano performer internazionali nelle loro case, appartamenti, terrazzi, sotterranei, cortili, interi condomini, laboratori artigianali e anche nella sede della Città Metropolitana, a Palazzo Matteotti.

Nato nel 2011 e giunto quest’anno alla settima edizione (5-9 luglio), Altofest è ideato e curato da TeatrInGestAzione, corpo artistico fondato e diretto da Anna Gesualdi e Giovanni Trono. “Ciò che accade durante Altofest – scrivono su “Il foglio del Fest” – è che il cittadino si prende cura dell’opera d’arte e l’artista a sua volta si prende cura del suo ospite e della sua comunità di riferimento”. Prossimità e dono, dello spazio, dell’opera e della rappresentazione, dal momento che l’ingresso è sempre e ovunque gratuito.

Foto di Vicky Solli

Selezionati tramite una call rivolta a ogni ambito artistico, senza limiti di età, che ha visto arrivare oltre 200 candidature, venti artisti da Germania, Spagna, Polonia, Croazia, Slovenia, Regno Unito, Portogallo e Italia sono stati in residenza 5 giorni per riconvertire la loro creazione (doveva essere già formalizzata e aver già debuttato).
Durante il fest si sono sottoposti allo sguardo e all’analisi dell’Osservatorio Critico, coordinato da Silvia Mei, con Salvatore Margiotta, Mimma Valentino, Iara Biderman, Anna Królica, Federica Terracina. In apertura, un altro momento di riflessione, Texture, in collaborazione con Fabio Borghese/Creactivitas Creative Economy Lab, una piattaforma di confronto tra operatori culturali internazionali, in vista anche dell’edizione speciale di Altofest per Valletta 2018 Capitale europea della Cultura.
Un panorama agli antipodi di quello descritto dal tabloid inglese “Sun”, che ha inserito Napoli tra i dieci centri più pericolosi del mondo.

La drammaturgia di Gesualdi e Trono corre per la città popolare a passo di fondista, dalle 11 del mattino alle 11 di sera. Con la Frantics Dance Company (Germania) siamo saliti e scesi dal settecentesco Palazzo Sanfelice, Via Sanità 6, al ritmo di breakdance, hip hop sperimentale, arti marziali. Dal cortile alla cima delle scale, pianerottolo per pianerottolo, e di nuovo in cortile.
Juan Tirado, Carlos Aller, Marco di Nardo, Diego de la Rosa, sono acrobati del ritmo sul filo dell’equilibrio, si arrampicano sui muri, strisciano sui gradini, si lanciano contro le ringhiere, rendendo leggera e fluida un’architettura che precipita Escher nel cuore di Napoli. Il marmo sembra una variabile possibile del movimento.
Last prende il tempo, lo accelera e rallenta, al pari di un ricordo che mescola realtà e fantasia. Del resto, qui è stato girato il film Questi fantasmi, dall’omonima commedia di Eduardo De Filippo.
Il respiro, lo scricchiolio delle scarpe, riprendere e spingere, crollare e ricostruire, a contatto strettissimo con il pubblico. Abitano ogni più piccolo angolo e lo modellano in una danza urbana, come la cera per le ali di Icaro.

Last @ Vicky Solli

Il ‘volo’ della Frantics Dance Company è la continua ricerca del gesto che trasforma l’ambiente. Alla fine attraversano il portone ed escono fuori, in strada: danno gambe a quella “invasione fondativa” di cui parlano ancora Anna Gesualdi e Giovanni Trono, “è l’invaso ad aprire il varco all’invasore e a offrire in dono la propria identità col chiaro intento di dissolverla”.
Sono invece rigide le ali di Azul Teatro (Italia/Viareggio), Icaro – I begin to lose control si adatta, s’installa, ma non interviene né si lascia ispirare dall’Autorimessa Cava di Tufo in Vico Tronari 20. È un dialogo a senso unico. Il sole spento e il labirinto in cui ci troviamo suggeriscono la discesa agli inferi di un angelo caduto, mentre Serena Gatti, con Raffaele Natale alle musiche live, rappresenta, tra l’onirico e lo schizofrenico, un inno synth pop al non omologarsi.
Siamo al buio, in un dedalo di gole chiuse al cielo, dentro una fenditura si accende l’ombra scheletrica di un’imbracatura, un paio d’ali. Una figura si agita in una placenta di plastica, è Icaro che si rialza, gira e si rigira, torna alla vita.
Nella spaccatura-palcoscenico si rincorrono dei lampi, i suoni registrati di gabbiani in lontananza, del mare, sono gli effetti di scena. Completamente in nero, cappello da aviatore, occhiali ‘a mosca’, Gatti compare seduta su una coccinella gigante con le zampe all’insù e lancia areoplanini di carta che subito precipitano. Dopo è in una spiaggia, prende il sole (i fari di una macchina parcheggiata) e canta Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd con il tubetto della crema solare a mo’ di microfono. E poi, risponde a un’intervista dell’assurdo alla radio e spiega, con fare da rocker stranito, che le ali sono una gabbia che lega alle stelle.
Entriamo progressivamente nella cavità ritagliata nel tufo, e tra una luna immaginaria, i secchielli e le bolle di sapone, del mito resta un inno da libro di autoaiuto: la vera caduta è vivere senza tentare.

“Non si viene ad Altofest per presentare spettacoli – risponde Roberto Corradino a Margiotta e Valentino sempre su “Il foglio del Fest” – ma per aprire il proprio laboratorio”. Celeste González (Spagna) scrive Wakefield Poole: visiones y revisiones con e sulla sua carne, risultato di una transizione da uomo a donna, da Mauricio a Celeste, con terapie ormonali sostitutive.

Celeste González

Wakefield Poole è stato uno dei danzatori americani del Ballet Russe de Monte Carlo e regista pioniere del cinema porno gay. Nella Bottega ‘E Pappeci, via Mezzocannone 103, González tiene una lezione danzata, una performance-conferenza per immagini, parole e passi sulle visioni e revisioni tra il balletto Il lago dei cigni di Čajkovskij, a lungo frequentato dal Poole ballerino, e il film Boys in the Sand del Poole regista.
L’interprete si spoglia nuda, si mette una parrucca nera pettinata accuratamene, si fa aiutare da uno spettatore a indossare una camicia da paggetto shakespeariano, come i ballerini nel video alle sue spalle, esce e rientra in scena.
L’incontro tra il principe Siegfried e Odette, donna di notte e cigno di giorno, viene sezionato, confrontato, sfidato con quello tra due omaccioni, Peter Fisk e Casey Donovan: le posizioni della danza diventano posizioni sessuali in un intelligente, ironico, provocante e provocatorio gioco di similitudini.
Celeste González commenta le sequenze che scorrono sul proiettore, le osserva e se ne sente parte, balla sulle punte delle sue scarpe da ginnastica, simula orgasmi sul freddo pavimento. Il rapporto è quasi medianico, da Alice attraverso lo specchio.
Siegfried non libera Odette dal suo malvagio sortilegio, ma Wakefield Poole: visiones y revisiones ci affranca da pregiudizi e stereotipi, per un’emancipazione del corpo e della sua fisiologia, privata e sociale, in ogni suo moto di piacere. Così, balliamo tutti e scatenati I Like to Move It di Reel 2 Real, come un sol uomo e una sola donna.


LAST
co-produzione Theater Sthral Berlin e Sophien Sael Berlin
con l’amichevole supporto di Theater Strahl Berlin
coreografia Frantics Dance Company
performance Carlos Aller, Diego De La Rosa, Marco Di Nardo, Juan Tirado
costumi Elisabeth Palomas Bueno
stage Dragan Denda
assistente alla drammaturgia Maja Zimmermann

ICARO – I BEGIN TO LOSE CONTROL
produzione Azul Teatro
progetto in residenza presso Tenuta dello Scompiglio, Aldes, Faki Zafaki Zagabria
di e con Serena Gatti
musica Raffaele Natale
versi Serena Gatti

WAKEFIELD POOLE: VISIONES Y REVISIONES
Premio della critica della Cataluña al miglior solo di danza 2015
creazione Mauricio González
interpretazione Celeste González
edizione del video Chemi Ferreiro
in collaborazione con Conservatorio de la Gomera, A ras de suelo (Las Palmas), La Porta (Barcelona), Galería Saro León (Las Palmas)
grazie a Ricardo Santana, Beatriz Preciado, Wakefield Poole, Carmelo Salazar
con il sostegno di Acción Cultural Española (AC/E), Programma PICE (Programa para la Internacionalización de la Cultura Española)

Visti sabato 8 luglio 2017.

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