Kilowatt, il futuro speriamo che a teatro se la cavi

MATTEO BRIGHENTI | Un albero affonda le radici in un canotto su un mare che si confonde con il cielo. L’origami di un uccello ha appena spiccato il volo.
Ispirata a Il principio speranza di Ernst Bloch, l’edizione 2017, la XV, di Kilowatt Festival dimostra fin dal manifesto scelto per raccontarsi dai muri di Sansepolcro che la speranza è principio dinamico della creatività. Un impegno, un fondamento per il futuro, non un semplice premio di consolazione, ma un’energia per vedere le cose al di là di come sono: il cambiamento, contro l’angoscia e la paura.

Costruire è facile? @ Luca Del Pia

“L’importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza – scrive il filoso tedesco tra il 1953 e il 1959 – non è rinunciatario, perché di per sé desidera aver successo, invece che fallire”. Costruire è facile? si domandano Batignani & Faloppa in prima assoluta nello Spazio Bernardini – Fatti della Vetrata Antica. La risposta di questo ‘gioco di manualità’ condiviso con il pubblico è sì.
I pezzi, però, vanno al loro posto se sai dove e come metterli, se hai una visione complessiva (della complessità) e ti fai aiutare da qualcuno che ti capisce fino in fondo.
Lo spettacolo riprende il titolo, senza punto di interrogativo, di una trasmissione RAI degli anni Cinquanta in cui Bruno Munari insegnava ai ragazzi come fabbricarsi in proprio i giocattoli.

Una ventina di sedie sono disposte attorno a un tappeto di cartoni coperti dal pluriball. Simone Faloppa (ideazione e drammaturgia) e David Batignani (spazio scenico) compaiono dalla penombra e sembrano due traslocatori, due travet del bricolage con le borse 24 ore trasportate su dei carrellini. I passi sono precisi, speculari e complementari, cercano le loro linee e geometrie tra tutte quelle possibili.
Una piantana al centro e tre fili luminosi, tenuti su con dei bastoni tra le sedie, sono le uniche luci di scena e danno all’ambiente un’atmosfera da festa di paese. La scenografia si compone o meglio si ritaglia davanti ai nostri occhi con trincetti, forbici, pennarelli e spago.
Questa costruzione, lunga quasi tutto lo spettacolo, ci pare restituisca a pieno il tempo, la fatica e l’impegno necessari per “imparare a sperare”. Peraltro, la radio che allieta i due lavoratori passa pure Lavorare con lentezza di Enzo Del Re.
Misure e forme trovano spiegazione solo nel finale, Batignani & Faloppa riescono a produrre stupore e suspense con un teatro artigianale come non si vede più, dove la povertà di materiali esalta la ricchezza dell’intelligenza.
Così, ci ritroviamo seduti attorno a un tavolo di cartone fatto con le loro mani a esercitare manualità, colpo d’occhio, progettualità, e a intervenire concretamente per la comunità di Sansepolcro, con tanto di consigli architettonici in busta affrancata per il Sindaco Mauro Cornioli.

“Osiamo riparare: manufatti, sentimenti, persone” è scritto su una lavagnetta posta ai limiti del rettangolo di Costruire è facile? Per farlo, bisogna prima dirsi che cosa si è ‘rotto’. I giovani (di) oggi, secondo Teatro Presente, non ci riescono, e in The Hard Way To Understand Each Other (Selezione dei Visionari, i cittadini che ogni anno scelgono 9 spettacoli per il festival) Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Julio Dante Greco, Adele Raes, diretti da Adalgisa Vavassori, rappresentano un carillon di dialoghi muti tra sordi.

The Hard Way To Understand Each Other @ Luca Del Pia

La scena nell’Auditorium Santa Chiara è composta da due cubi ai lati, altri elementi a formare un divano al centro, i segni di un binario che gira il palco, entra ed esce da una scatola nera in fondo, il ‘camerino scambiatore’ di attori e personaggi. Incontri e incomprensioni, al parco, in treno, in palestra, a casa, avvengono in continuazione e a ripetizione, con un meccanismo a scomparsa tipico degli orologi meccanici.
Si sente in audio la strada, la pioggia, tutto, eccetto le parole: gli attori muovono le labbra, ma non emettono alcun suono. La difficoltà di esprimere ciò che si prova rivela l’impossibilità di essere se stessi, di comunicare con se stessi.
I personaggi, infatti, si presentano accompagnati dai loro doppi: sono le ‘voci di dentro’, gli angeli e demoni interiori, come nei cartoni animati o nella serie tv Scrubs. Non sappiamo deciderci e quindi agire: a forza di “non è niente”, alziamo un muro tra noi e gli altri, che Teatro Presente riproduce con un bacio interrotto da una fila di mattoni veri.
The Hard Way To Understand Each Other tocca anche l’alienazione e il lavoro, la psicosi del diverso, la dipendenza da smartphone e social network. È un esperimento ai confini del teatro e come tale considerato. L’idea è ingegnosa, il risultato, a nostro avviso, è da rivedere: abbonda la descrizione, ben presto insistente, dei rapporti interpersonali, manca quasi completamente l’analisi.
Tolte le parole, non è rimasto il pensiero, ma lo strapotere di tic, paranoie e device, trasportati sul palco così come sono nella realtà.

Paradossalmente, Teatro Presente vuole ‘parlare’ troppo, invece di farsi carico della magia del teatro e affrontare la quotidianità senza essere (nel) presente a tutti i costi. Degli strumenti dell’evocazione, la parola, il corpo, il racconto, fa ampio ricorso Stefano Panzeri nel secondo capitolo della saga Terra Matta (Selezione dei Visionari). Una cronistoria per attore solo e fisarmonicista, Francesco Andreotti, dell’autobiografia di Vincenzo Rabito, cantoniere semianalfabeta, nato a Chiaramonte Gulfi, Ragusa, nel 1899.
L’originale è conservato presso l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano, Arezzo; l’edizione critica, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci (il direttore artistico di Kilowatt), è pubblicata da Einaudi. Nel testo Panzeri fa risuonare anche le voci di migranti italiani in Sud America, raccolte dal 2015 con il progetto OltreOceano.

Terra Matta @ Elisa Nocentini

L’attore si presenta al Teatro alla Misericordia scalzo, i pantaloni da militare sdruciti, Andreotti, in bretelle e coppola, rimane per tutto il tempo di spalle. Alcuni vestiti, un sussidiario, una sedia, una lettera, sono i pochi oggetti di scena con cui puntellare gli anni dal 1918 al 1943, le due guerre mondiali, il Fascismo, gli scioperi, Matteotti e Mussolini (il primo capitolo di Terra Matta va dal 1899 al 1918, il terzo dal 1943 al 1968).
La messa a fuoco è sulla microstoria, il militare, la scuola, il lavoro, i figli, e più in generale sui poveri cristi, a cui sembra si voglia far scontare la loro povertà, come se fosse una scelta sbagliata, una colpa o un delitto.
Stefano Panzeri richiama in vita Rabito e tutti gli altri protagonisti, dando alle frasi un’andatura piana, semplice, curata quanto la sua barba, le luci sono altrettanto chiare e tonde su di lui. Nessun discorso deve essere smarrito né frainteso, pur nella difficoltà di una lingua dura, grezza, infarcita di ‘sicilianismi’.
Il filo conduttore, però, ci sembra principalmente didattico, illustrativo, la narrazione si dipana pedissequamente per date, fatti, eventi: manca il soffio del ricordo, la sofferta e picaresca vitalità di un’esistenza “maletratata e molto travagliata e molto desprezata”. È teatro di narrazione che più classico non si può.

La speranza per Rabito è lo sforzo immane di una “tartaruca, che stava arrevanto al traquardo e all’ultimo scalone cascavo”. Il belga Tom Struyf ‘cade’ da sempre sulle donne, l’impegnarsi in relazioni serie. Act To Forget, in prima nazionale all’Auditorium Santa Chiara, è il viatico tra performance e documentario per ricordarsi per cosa vale davvero la pena vivere, l’amore.

Act To Forget @ Luca Del Pia

Uno schermo, un leggio a sinistra, uno modello di cervello come in formaldeide a destra. Struyf ha ritrovato una vecchia foto di lui che bacia una sposa, ma non ha la minima idea di chi sia lei, del perché sia lì e la stia baciando.
Vediamo quindi l’attore e regista parlare in video di tempi mancanti e vuoti mnemonici con un filosofo, un neurologo, un istruttore tai-chi, un medium. Il cortocircuito tra presenza live e registrata pare evidenziare la differenza tra ‘ricordo’, etimologicamente ‘richiamare al cuore’, quindi attinente al campo dei sentimenti più che della ragione, e ‘memoria’, l’attività della mente collegata alla precisa esigenza di mantenere vivo il passato.
Comunque, l’unica persona che può sapere qualcosa è sua nonna: insieme compiono un viaggio nella percezione della famiglia, che è mutevole al pari delle nuvole, erudibile quanto le montagne. Tom Struyf scopre chi è veramente suo nonno e, accompagnando la nonna sul luogo della luna di miele che fu, ritrova la strada che lo riporta alla casa del cuore.
Del resto, se n’era dimenticato solo perchè così è indicato sul copione.

Il dispositivo scenico, alla Milo Rau, fa presa e convince, la narrazione, sul crinale ambiguo e labile della veridicità, risulta sfilacciata, con capi presi e abbandonati (ad esempio, la foto iniziale del matrimonio). Act To Forget appare, in definitiva, la glorificazione del ‘piccolo mondo antico’ di un’unione sentimentale novecentesca.
Più che al futuro, un ritorno al passato. Quando invece la speranza, scrive Ernst Bloch, “vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e a cui essi stessi appartengono”.

Teatro Presente / THE HARD WAY TO UNDERSTAND EACH OTHER
progetto e regia Adalgisa Vavassori
con Daniele Cavone Felicioni, Gabriele Ciavarra, Clelia Cicero, Julio Dante Greco, Adele Raes
composizioni sonore Gianluca Agostini
scenografia Stefano Zullo e Hillary Piras
costumi Francesca Ariano
luci Giuliano Bottacin
organizzazione Carolina Pedrizzetti
con il supporto di Sementerie Artistiche, Manifattura K, Centro Culturale Rosetum e Aia Taumastica
vincitore Premio Scintille 2016 e Premio Giovani Realtà del Teatro 2016

Stefano Panzeri / TERRA MATTA
tratto dal libro omonimo di Vincenzo Rabito (Einaudi, 2007) a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci
interpretazione e regia Stefano Panzeri
musiche dal vivo Francesco Andreotti
in collaborazione con Smart-It

Visti venerdì 21 luglio 2017.

Batignani & Faloppa / COSTRUIRE È FACILE?
ideazione e drammaturgia Simone Faloppa
spazio scenico David Batignani
videomaker Simone Cinelli
produzione CapoTrave/Kilowatt
con il sostegno di Centro Palmetta (Tr), Spazio Dodo/Associazione Nana Project Colle Val d’Elsa (Si), ERT/Arena del Sole per Villa Pini (Bo), Le Murate.PAC (Fi), Teatri Associati Napoli, NTF-Napoli Teatro Festival 2016/Quartieri di Vita

Tom Struyf / ACT TO FORGET
concept, testo e performance Tom Struyf
co-creato con Willem De Maeseneer
editing video Geert De Vleesschauwer
produzione Watmarswas e detheatermaker
co-produzione kultuurfaktorij Monty
con il supporto di wp Zimmer, kc Stuk, Hetpaleis, Sacd, Ministry of the Flemish Community

Visti sabato 22 luglio 2017.

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