L’oscuro tempo della grazia: Papaioannou al Festival di Avignone

FRANCESCA DI FAZIO | Per ritrovare la grazia bisogna fare un percorso inverso al corso solenne del sole, procedere da ovest verso est, tornare alle origini di un’età dell’oro incerta e sconosciuta, eppur così chiara nell’immaginario da farsi quasi tangibile. Kleist, inquieto cercatore di grazia in una Germania intrisa di classicismo, guardava all’oriente come fonte sorgiva di nuovi possibili orizzonti per un occidente decaduto. Per un’ inconscia coincidenza, lo stesso percorso sembra attraversare l’arte teatrale di Dimitris Papaioannou, regista e coreografo greco formatosi in belle arti, che dal 1986 propone una ricerca ibrida di danza sperimentale, un incontro tra teatro fisico, arte del movimento e performance, con le quali vuole interrogare la creazione, l’identità e l’eredità della nostra memoria culturale.

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Nei suoi trent’anni di attività Papaioannou, regista della coreografia per la cerimonia d’inizio dei giochi olimpici di Atene 2004, ha cercato di creare in scena un universo che potrebbe essere definito come quello di un circo onirico, assurdo e a tratti cupo, in cui i corpi umani diventano materia in movimento che interagisce con materiali grezzi e si fondono a creare visionarie ibridazioni, facendo nascere illusioni ottiche e visioni immaginifiche.
Dimitris Papaioannou partecipa quest’anno per la prima volta al festival di Avignone con The Great Tamer (“Il grande domatore”), spettacolo visivo – formato di gesti, coreografie, movimenti e senza parola – per dieci danzatori-performer che riescono vividamente a dare vita alle illusioni oniriche di Papaioannou. Siamo in uno spazio grigio e senza nome, in una possibile nuova alba dei tempi dopo la fine del mondo, o forse a pochi istanti da essa. Ogni essere umano è solo alla scoperta di un terreno instabile, formato da sottili pannelli di legno nero che si possono spostare o spezzare; ogni interazione con gli altri è solo momentanea e indaga le difficili questioni di reciprocità, potere, sottomissione, in una successione di immagini che dà vita ad un’epopea sensoriale e primitiva. Ogni individuo è costretto a vestirsi e svestirsi ciclicamente, incessantemente e sulla scena domina una nudità lucente e inerme. Un viaggio di (ri)-scoperta, un profondo scavo archeologico in cerca di significato. Memorabile la scena in cui un astronauta, solo nello spazio vuoto, estrae a poco a poco dal sottosuolo del palco delle pietre, che vengono quindi fatte muovere dagli altri danzatori alla stessa lenta velocità in cui si muoverebbero nello spazio, e infine il corpo nudo di un giovane, immagine cristologica di una pietà interstellare, che verrà in seguito reso oggetto di studi anatomici – in una perfetta riproduzione vivente della “Lezione di anatomia” di Rembrandt – ed infine vittima di cannibalismo in un banchetto.

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Poche le visioni femminili, brevi apparizioni che portano l’ideale di bellezza a un livello di astrazione glaciale – la venere di Botticelli assume movenze robotiche e trasforma spighe di grano in frecce minacciose. A tratti le destabilizzanti visioni vengono accompagnate da una versione molto rallentata del walzer op. 314 di Johann Strauss (An der schönen, blauen Donau) che fa da colonna sonora a questa favolistica discesa agli inferi. La pièce di Papaioannou è un film noir sulla violenza delle origini e molte scene costituiscono infatti dei meravigliosi tableau vivant che evocano reminiscenze pittoriche – Botticelli, Raffaello, Rembrandt, El Greco, Magritte, fino all’arte povera di Kounellis. Colpisce la perfezione visiva di ogni singola scena, la pulizia e limpidezza delle immagini che sfruttano il nudo corpo del danzatore senza mai proposizioni volgari; ogni gesto sembra calibrato per offrire agli occhi dello spettatore una visione così nitida da essere totale, in grado di pulire l’occhio dal pleonasmo quotidiano.
The Great Tamer costituisce un dramma del tempo passato, intriso delle malinconie di tutti gli uomini della storia, un dramma del tempo presente, dal nero suolo che si sfalda e inghiotte, un dramma del tempo – forse vero e unico “grande domatore”.

 

Ideazione e regia Dimitris Papaioannou
con Pavlina Andriopoulou, Costas Chrysafidis, Ektor Liatsos, Ioannis Michos, Evangelia Randou, Kalliopi Simou, Drossos Skotis, Christos Strinopoulos, Yorgos Tsiantoulas, Alex Vangelis
Scene e assistente alla regia Tina Tzoka
Assistente ai costumi Aggelos Mendis
Assistente alle luci Evina Vassilakopoulou
Assistente alla fonica Giwrgos Poulios
Suoni Kostas Michopoulos
Music Adaptation Stephanos Droussiotis
Sculture Nectarios Dionysatos
Costumi e decorazioni Maria Ilia

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