Kilowatt, il futuro speriamo che a danza se la cavi

MATTEO BRIGHENTI | “La speranza è l’ultima a morire”. Quando tutti i mali contenuti nel Vaso di Pandora si dispersero nel mondo, per volontà di Zeus solo la ‘ultima dea’ rimase come riparo e conforto per gli uomini.
Ispirandosi al filosofo tedesco Ernst Bloch, Kilowatt Festival quest’anno ha invocato il principio speranza come energia per costruire il futuro: una meta ben oltre i limiti della consolazione, ciò che c’è già, raggiunta desiderando invece ciò che ancora non esiste.
Qui abbiamo osservato se e come tale spinta sia sopravvissuta a(l) teatro, ovvero a Batignani & Faloppa, Teatro Presente, Stefano Panzeri, Tom Struyf. In questo nuovo contributo da Sansepolcro ci inoltriamo nella multiforme programmazione della danza.

“Lo sperare, superiore all’aver paura, non è – scrive Bloch ne Il principio speranza – né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla”.

Soggetto senza titolo @ Luca Del Pia

Il nulla angoscioso e tetro della paura per Olimpia Fortuni è una felpa con cappuccio, da dissidente, black bloc o ragazzaccio di strada: il suo Soggetto senza titolo al Teatro alla Misericordia (Selezione dei Visionari, i cittadini che ogni anno scelgono 9 spettacoli per il festival) è un solo di rinascita. Una seconda pelle cercata sotto la prima, un nuovo abito, cioè modo di essere e disposizione ad agire.
Una luce di taglio basso illumina Fortuni di spalle, i pantaloni Fila, le scarpe Adidas e la felpa con cappuccio, blu come la malinconia. Procede all’indietro e quando si gira vediamo che il suo volto è chiuso dentro una stoffa rossa, la bocca una mezzaluna e gli occhi due x: un’emoticon tenebrosa, tra Lurlo di Munch e il serial killer Ghostface nel film horror Scream.
Si accende una luce opposta e tangente all’altra. La danzatrice pare andare come controvento, risalire una cima immensa, poi collassa a terra. Si tira il cappuccio, la maschera e il corpo assecondano il movimento verso l’alto.
La lotta con ciò che la circonda, la veste, la ingloba, è cominciata. La registrazione audio del discorso dell’ex presidente dell’Uruguay José ‘Pepe’ Mujica alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20 (2012) scandisce che il tesoro più importante che abbiamo è la felicità.
Sul fondo un fascio luminoso disegna un rettangolo bianco da riconoscimento segnaletico e la mente va subito alle torture al G8 di Genova 2001, la scuola Diaz, la caserma Bolzaneto. Olimpia Fortuni aggancia il cappuccio e si sfila la felpa, si svuota dell’involucro e si ‘riempie’ del suo corpo: il duello è terminato.

È sempre di schiena e senza volto, i capelli legati in una coda. Cammina a quattro zampe, come una scimmia, un primate. Animale umano o uomo animale: il ritorno alle origini comincia da una posizione non eretta.
Quando lo svela per la prima volta, il suo viso è una smorfia, la lingua di fuori, e soffia, ringhia. Impaurire equivale a testimoniare di esistere.
La ballerina dà mostra di sé, della sua figura quasi ancestrale, accovacciata e poi in piedi, braccia e gambe dimenate in una danza tribale, frastagliata nei gesti e nelle luci, che si aprono intermittenti in punti diversi del palcoscenico. Adesso può rimettere una mano nella felpa lasciata appesa e giocare con quello che fu il suo demone.

Il mondo che Fortuni incontra alla fine è una proiezione in time-lapse di panorami immensi e città avveniristiche. È nuda e il suo corpo viene disegnato o meglio oscurato dalle immagini in cui cerca di ‘entrare’.
La sua nuova nascita, però, ci pare che non aumenti la sua libertà, anzi, che la diminuisca, riducendola dalle tre dimensioni del palco alle agognate due dimensioni del video. Soggetto senza titolo si scontra allora con l’impenetrabilità di corpi, spazi e ritorni alla natura: la realtà ha preso vita autonoma e indipendente, è diventata un’idea estranea, e come tale non la si può guidare, ma solo esserne guidati, come il Collettivo PirateJenny in Cheerleaders.

Cheerleaders @ Elisa Nocentini

Tutte in nero, parrucca, maglietta, gonnellino e ginocchiere, Sara Catellani, Elisa Ferrari, Giselda Ranieri, sono tre cheerleader ‘automatiche’ che rispondono movimento su movimento agli stimoli sonori del pubblico.
Il palcoscenico in Piazza Torre di Berta è scandito su tre lati da una serie di oggetti, pon-pon, fischietti, trombette, campanelli, trombe, un monopoli di ‘strumenti’ dietro cui si posizionano gli spettatori. Sullo schermo in fondo, il quarto lato, il conto alla rovescia della performance, durata: 20 minuti.
La voce fuoricampo di Marco Masello spiega che ci troviamo in un dispositivo di gioco che indaga le dinamiche di una comunità: condividiamo alla pari con le performer la responsabilità del verdetto finale.

Il risultato di questo turno di Cheerleaders è abbastanza disastroso, non per via delle danzatrici, ma dell’analfabetismo teatrale della ‘platea’, forse fin troppo sovraffollata. A ogni suono prodotto non ci si è dati il tempo di osservare e godersi le reazioni espressioniste, disarticolate, schizzate, improvvise, di Catellani, Ferrari e Ranieri, che già ci aveva colpito a Trasparenze 5.
Ci provano in tutti i modi ad arginare il caotico protagonismo tanto dei piccini quanto, soprattutto, dei grandi, anche levando loro di mano gli strumenti, ma è uno scontro impari, reso ancor più squilibrato dalla collocazione all’aperto dello spettacolo. La piazza è rumorosa e dispersiva di per sé. Così, allo scadere del tempo Masello dà all’esperimento un bel ‘non classificato’.
Piazzamento non da medaglia è quello che raccoglie sul campo del Teatro alla Misericordia l’Olimpiade techno dance di Chiara Bersani e Marco D’Agostin, con Marta Ciappina, Matteo Ramponi e un gruppo di giovanissimi della Valtiberina. Si conferma quanto già rilevato da Renzo Francabandera a Santarcangelo: stavolta, però, il pubblico non ha alcuna responsabilità.

The Olimpic Games @ Luca Del Pia

La prima nazionale di The Olympic Games si avvia con una ‘cerimonia di apertura’ in cui D’Agostin, al centro della scena, è alla consolle come un dj e urla al microfono: “non lasciateci soli, venite più vicino, la notte è lunga da attraversare”. Bersani occupa il lato sinistro, Ramponi sul lato destro sfoggia i suoi muscoli. Ciappina entra con un costume da elefante, è la mascotte della manifestazione.
I giovanissimi, con giacchette piene di paillette, si esibiscono poco dopo in un breve intermezzo da festa di compleanno. I cinque cerchi sono tante lampadine accese, hanno la funzione della palla da discoteca: anche a Sansepolcro è arrivato il SantaParty di cui parla Giulio Sonno su Paper Street.
Dopo aver letto i nomi dei paesi ospiti a ritmo con la musica ad alto volume, si accende tutto il palco, i performer si cambiano a vista, va via la piccola tribuna del dj, il computer, ed entrano una panca di legno e un mini tapirulan colorato per Chiara Bersani.

Con il microfono in mano racconta, calma e decisa, i perché dello spettacolo, le parole cercate in tutta Europa, la pace olimpica che noi non conosciamo. Vincere, perdere, non vincere, è il mondo che abbiamo costruito dopo una rivoluzione che non abbiamo combattuto.
The Olympic Games non farà promesse né darà risposte: questa sorta di ‘discorso di apertura’ dice senza clamore la difficoltà di essere olimpici oggi e introduce al momento più toccante visto a Kilowatt 2017.
Su quel tapirulan Bersani gioca la sua Olimpiade (ognuno farà la propria): in silenzio, un passo dopo l’altro, muove la piccola pedana, senza scomporsi, ma con il sorriso di chi non dà niente per scontato. Il sudore imperla le sue piccole gambe, il volto è sereno contro la fatica. Laggiù dietro D’Agostin e Ciappina la guardano con dolcezza.

Il suo è un impegno che non porta da nessuna parte, eccetto che ad affermare se stesso, la possibilità di farcela, di fare tutto come va fatto, per bene. “Senza la speranza non ci sarebbe la realtà”, dichiara nelle note curatoriali Luca Ricci, il direttore artistico del festival.
Viene poi il turno di Marta Ciappina, dei suoi esercizi quasi di riscaldamento per il lancio del giavellotto, di Marco D’Agostin a braccia alzate in segno di vittoria, di Matteo Ramponi madido e statuario. Forse, rappresentano i tre stadi successivi vissuti dagli atleti in gara (preparazione, esito, consapevolezza), ma non hanno minimamente l’intensità e necessità della ‘camminata lunare’ di Chiara Bersani.
Da ultimo, la ‘cerimonia di chiusura’: la passeggiata solitaria di un pirotecnico hummer radiocomandato e i cinque cerchi olimpici che si accendono e spengono in alcune delle lampadine.
The Olympic Games fa (poca) luce qua e là, ma i giochi si fanno e rimangono nella testa dei loro autori.

Olimpia Fortuni / SOGGETTO SENZA TITOLO
interprete e coreografa Olimpia Fortuni
assistenza artistica Cinzia Sità
paesaggio sonoro Pieradolfo Ciulli, Danilo Valsecchi
disegno luci Andrea Rossi
produzione Sosta Palmizi
con il sostegno di Teatro La Cavallerizza Torino
in collaborazione con Anticorpi eXplò 2016 – Network XL

Visto venerdì 21 luglio 2017.

Collettivo PirateJenny / CHEERLEADERS
ideazione Sara Catellani, Elisa Ferrari, Davide Manico
realizzazione e azione Sara Catellani, Elisa Ferrari, Giselda Ranieri, Marco Masello
produzione Collettivo PirateJenny / Terra di Nod
con il sostegno di Inteatro Polverigi / MarcheTeatro, Quelli di Grock, DanceHaus Artedanzae20, Pim Off, Cantieri Teatrali Koreja, Manifattura K, I Macelli No Theatre, Electa Creative Arts
spettacolo selezionato e sostenuto da NEXT Regione Lombardia 2015
spettacolo vincitore del Premio Outlet – Circuito Teatrale Abruzzo
selezionato per Anticorpi eXplò 2016 – Network XL
vincitore Danza Urbana XL 2017

Chiara Bersani – Marco D’Agostin / THE OLYMPIC GAMES
con Chiara Bersani, Marta Ciappina, Marco D’Agostin, Matteo Ramponi e un gruppo di giovani danzatori della città
musica originale Pablo Esbert Lilienfeld
inno della cerimonia di chiusura Hani Jazzar
co-creazione cerimonia di chiusura Luca Poncetta
progettazione cerchi olimpici Paola Villani
mentoring Igor Dobričić
direzione tecnica Paolo Tizianel
logistica e assistente di scena Eleonora Cavallo
co-produzione VAN, K3 Tanzplan Hamburg, all’interno del progetto Together Apart, finanziato da German Federal Cultural Foundation
co-prodotto nell’ambito del progetto europeo Be SpectACTive! sostenuto da CapoTrave/Kilowatt, Tanec Praha, Teatrul National Radu Stanca Sibiu, Bakelit Multi Art Center Budapest, Domino Zagreb, York Theatre Royal, Lift London
residenze creative Centrale Fies, Corsia Off, Ateliersi

Visti sabato 22 luglio 2017.

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