Italia vs Cina: esercizi di straniamento al Festival di Spoleto

ILENA AMBROSIO | Il processo di rilettura di un’opera è certamente qualcosa di complesso che implica l’incontro tra artisti, tra culture, tra tempi. Un incontro di questo tipo è quello portato in scena da Aveva due pistole da gli occhi bianchi e neri con la regia di Meng Jinghui, rielaborazione in lingua cinese della commedia di Dario Fo.

Un’attrazione di lunga data quella di Jinghui per il Nostro che, appunto, mette a confronto due mondi drammaturgici che trovano nell’ironia un fertilissimo terreno d’incontro.

La trama resta la medesima: la commedia degli equivoci storia del malvivente Giovanni e del suo sosia smemorato, della compagna Luisa e della banda di “soci in affari” che finiscono per fondare un paradossale sindacato di ladri che rivendica i diritti del vero lavoratore. Su questa base il filo della rilettura di Jinghui è una decisa accentuazione della componente surreale e grottesca che getta un velo – e talvolta anche più d’uno – di follia su tutto il lavoro.

60 Festival di Spoleto, spettacolo Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neriEmblematico l’allestimento dello spettacolo: un palco ampio e profondo antistante un muro con un grande portone sulla sinistra e un orologio sulla destra; al centro un semicerchio di grandi letti da ospedale, di ferro e con lenzuola bianchissime. Siamo nel manicomio dal quale principia la storia e che farà da scena per tutto il tempo; saranno poi l’azione degli attori, i piccoli cambi di costume, lo spostamento di sedie o, più spesso, il mimare oggetti e situazioni a trasformare quell’ambiente, di volta on volta, nella casa di Giovanni, nel commissariato, nel bar. Eppure, pare voler comunicare il regista, il manicomio o, meglio, ciò di cui è simbolo, la follia, resta sempre lì, sullo sfondo, impregnando di una luce a tratti comica se non persino esilarante, a tratti inquietante l’intera pièce.

Luce folle non solo metaforicamente. I numerosissimi riflettori posti in ogni punto della scena, visibili e non, la illuminano ogni volta in modo diverso ma sempre con estrema intensità, fino quasi ad essere accecanti e, il più delle volte, con una luce bianca e fredda, come quella dei corridoi degli ospedali.

Ma, sopra tutto, folli sono i personaggi, i loro gesti, le loro voci. Questa sorprendente compagnia di giovanissimi attori riesce a sostenere per l’intero spettacolo il ritmo forsennato di una recitazione che nulla concede alla verisimiglianza, alla mimesi.

I gesti e i movimenti sono eccessivi, mai realistici, per lo più esplicitamente rimandanti alla sfera sessuale – la roteazione dei lunghi capelli sciolti di una Luisa in versione assetata di sesso ne è un esempio − ma anche ispirati alle arti marziali. Esplodono improvvisi, spesso partendo da un singolo interprete che, come una scarica elettrica (elettroshock?), li espande al resto del gruppo che lo segue nel suo raptus. Ma non mancano altrettanto repentini fermo immagine che fissano i corpi degli attori facendone quasi oggetti di scena, o sequenze al ralenti.

La medesima impronta è data all’aspetto vocale della recitazione. Tra toni militareschi e versi animaleschi, gemiti, urla, il liet motiv resta costantemente il sopra le righe, il grottesco.

Se ciò non bastasse è, poi, lo stesso filo drammaturgico a impedire un lineare e, quindi, verisimile, svolgimento della vicenda. Il coro di Fo il cui spazio, come da tragedia greca, era limitato a incipit e finali di scena, invade, qui, lo spazio senza alcuna regola. I suoi interventi diventano veri e propri sketch cantati e ballati e dagli stili sempre differenti: assoli o duetti accompagnati da chitarra acustica, balletti anni ’20, coreografie da spy movie indirizzano lo spettacolo verso il musical evidenziando, d’altro canto, la sorprendente poliedricità degli interpreti.

Sulla base, dunque, di una sostanziale fedeltà al testo di Fo, Meng Jinghui ha innestato elementi di assoluta originalità e modernità. Assolutamente esemplificativa la scena della costituzione del sindacato dei ladri: la musica de Il Padrino e Giovanni nei panni di un capo della mafia, la versione rappata del coro Il mondo è tanto bello; il lancio dei noodles e (geniale!) il selfie di gruppo che rivisita la fotografia finale di Fo. Jinghui non tralascia nulla dell’originale ma lo rielabora e lo rilegge senza, però, dimenticarlo né permettendo allo spettatore di farlo. Il Dario Fo che denuncia il furto della sua bicicletta ne è limpido esempio.

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Nessuna “profanazione” dunque: lo messa in scena della follia cui si assiste pare vada letta come una naturale evoluzione della comicità già un po’ bislacca del testo di partenza.
E nel finale quei visi che si deformano nuovamente in espressioni da insani di mente sembrano la perfetta trasposizione dell’ultimo coro di Fo che inneggia alla bellezza di un mondo guardato al contrario, un mondo pazzo quindi.

Operazione complessa, dicevamo, la rilettura di un’opera, soprattutto se quell’opera appartiene a un autore dal tratto così particolare come Dario Fo. E, anche, operazione rischiosa se, come in questo caso, si affida a una buona dose di audacia. Ma il lavoro di Meng Jinghui pare assolutamente riuscito, producendo un effetto di affascinante, nella sua eccessività, straniamento.

 

Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

regia Meng Jinghui
con Zhang Yicheng, Luo Huan, Yang Zuofu, Sun Yucheng, Liu Shuang, Li Zhihao, Zhang Gongchang, Lv Jing, Guo Bingkun, Cao Shang, Zhang Yaqian
produzione Meng Theatre Studio
traduzione italiana a cura di Stefania Stafutti
sopratitoli in italiano a cura di Prescott Studio, Firenze

 

Festival di Spoleto
7-9 luglio 2017

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