Attrici e spettatori schiacciati tra reale e illusione: la denuncia di Boogaerdt e Van Der Schoot a Biennale Teatro

TANIA BEDOGNI | Probabilmente una delle letture più esasperate e forti sulla donna nel nostro tempo quella che Suzan Boogaerdt & Bianca Van Der Schoot, attrici e registe olandesi, il 5 agosto hanno messo in videoscena al Teatro delle Tese con BIMBO (5 e 6 agosto), cui è seguito Hideous Wo (men) (8 agosto) per l’edizione 2017 di Biennale Teatro diretta da Antonio Latella con il primo dei tre anni dedicato alla regia tutto “al femminile”.
Il duo olandese ha proposto questi due spettacoli che appartengono alla serie VISUAL STATEMENTS, che dal 2011 danno forma al loro interrogarsi sul ruolo della cultura dell’immagine nella vita odierna e su quanto il reale scompaia dietro la sua spettacolare rappresentazione. Nella scrittura scenica di BIMBO, in particolare, le registe dichiarano di aver attinto al pensiero di due filosofi francesi, Guy Debord (La società dello spettacolo) e Jean Baudrillard (Il sistema degli oggetti) accomunati dall’assunto che tutti sono spettatori della propria esistenza e che la realtà è costituita unicamente da rappresentazioni.
Alle immagini, alle illusioni, sono quindi forzatamente chiamate ad adattare la loro natura le donne per aderire ad un parametro estetico che magari è loro estraneo, anche a costo di tagliarsi le dita per indossare la scarpetta, come l’archetipica fiaba di Cenerentola già ammoniva da secoli.

Teatro delle Tese, Arsenale di Venezia. Foyer: si attraversa una cascata scintillante di nastri filanti natalizi colore argento che amplifica il movimento e al contempo rende consistente l’aria e la luce (installazione di Katrin Brack). Durante l’attesa, brani disco anni 80’ preannunciano uno scenario quantomeno pop. La musica si interrompe e l’accesso è libero.

Disposte a ferro di cavallo rispetto ad un fondale bianco, due file di panche da spogliatoio delimitano uno spazio scenico rettangolare di circa sei metri per tre. Come un ring/gabbia le alzate delle panche trattengono le cinque donne tra i loro confini, costellati ai bordi di parrucche, abiti, maschere e tanto altro.

Il pubblico è costretto a sedersi dando le spalle alle donne per rivolgere lo sguardo verso grandi monitor, che ripetendosi uno di fianco all’altro percorrono tutto il perimetro. Quindi, come loro stesse hanno dichiarato, davanti la rappresentazione e dietro la realtà: il pubblico nell’interstizio, con la possibilità di guardare in modo confortevole ciò che verrà messo in video, piuttosto che avvitarsi su se stesso per vedere ciò che veramente verrà messo in scena alle sue spalle. Pare che la possibilità di scelta debba essere necessariamente scomoda.

Una serie di scritte bianche su fondo nero illustrano a video, con dati alla mano, l’entità dell’operazione di sostituzione della realtà con l’illusione: la sproporzionata quantità di tempo che le persone trascorrono in media davanti ad uno schermo, quanto l’immaginario sessuale sia utilizzato in campo commerciale con particolare riferimento al corpo femminile e come questo condizioni i comportamenti delle donne stesse, per terminare con un doloroso focus sugli effetti che questo produce nel corpo della donna tramite la chirurgia plastica. Una musica da lap dance “My neck, my back” di Khia accompagna il passaggio dalle parole alle immagini per tutta la durata dello spettacolo.

Bimbo  /  Boogaerdt van der SchootSui monitor affiancati appare ciò che lo spettatore percepisce alle proprie spalle: prima un corpo, poi un altro e così via fino al quinto in un video registrato dalla telecamera posta su uno dei lati corti del rettangolo. Gambe, glutei, seni, braccia, esaltati da lingerie ed abiti succinti. I volti deformati da trucco pesante, maschere, parrucche. Il corpo è sessualmente sfacciato, il volto mostruosamente celato. Le donne sono cinque, ma si moltiplicano per quante sono le fantasie stereotipate che rappresentano ad una velocità bulimica. L’uomo appare sempre solo tra le donne ed impersonato da donne. I colori sono accesi e stravolti: c’è Warhol che incontra Ensor transitando per Bacon.

L’avvicendamento delle scene ripercorre i temi prima descritti con una messa in videoscena dal ritmo anfetaminico: aumenta il sudore sui corpi, la reiterazione del movimenti e delle pose, come una masturbazione infinita e sterile di cui il corpo femminile è il centro. Ai primi travestimenti si sommano oggetti di uso quotidiano: pellicola per alimenti sul corpo, bistecche, lecca lecca, bibite da fast food, tempera, bambole gonfiabili; un carnevale del mondo occidentale, con tanto di réclame di tanto in tanto.

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Nessuna parola oltre la musica. Solo suoni provenienti dal corpo: ansimare, scuotere, sfregare, sbattere, sempre accompagnati dal rumore proveniente dai tacchi alti delle scarpe.

Tutta la profondità dell’azione nello spazio della gabbia/ring appare schiacciata nell’immagine catturata dal video: i volti e i corpi appaiono toccarsi mentre nella realtà occupano piani distanti e distinti.
Allo stesso modo lo spettatore è schiacciato tra il reale e la sua rappresentazione su una scomoda panca fino alla scena finale: un uomo-maschera con la fronte cinta da una cravatta, esaspera ansimando il ritmo di una prestazione infinita da porno star, accanto a lui volti disfatti e corpi consumati da una cadenza parossistica.

Emerge con forza tutta la generosità con cui le cinque donne hanno esposto i loro corpi agli occhi e alle orecchie dello spettatore moltiplicandosi e frammentandosi vorticosamente attraverso gesti e azioni che oltre ad attingere all’immaginario erotico stereotipato di cui vogliono essere denuncia, sono inevitabilmente anche patrimonio esperienziale intimo, non solo del pubblico, ma anche delle donne stesse. Le due registe che asseriscono “il lavoro che facciamo è il lavoro della nostra vita” hanno dimostrato di essere in grado di offrire un’esperienza intensa di ciò che significa essere schiacciate tra il reale e l’illusione.

Coerenza apprezzata da un pubblico “tutto esaurito” che ha colto il loro invito al confronto soffermandosi a lungo al bordo del ring a fine spettacolo.

Quindi: grazie.

 
Bimbo

(2011, 75’) Prima italiana

Regia

Suzan Boogaerdt & Bianca Van Der Schoot

Con Suzan Boogaerdt, Bianca Van Der Schoot, Erika Cederqvist, Marie Groothof, Floor van Leeuwen

Coach Sanne van Rijn Zwiers

Scene e costumi Sacha Zwiers

Luci Gé Wegman

 

 

Per ulteriori letture:

https://francescadesanctis.wordpress.com/2017/07/21/biennale-teatro-al-femminile-realta-e-illusione-secondo-le-olandesi-schoot-boogaerdt/

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