Terreni Creativi, il dubbio di Amleto nelle serre di Albenga

Il pubblico nell’azienda Terraalta @ Matteo Brighenti

MATTEO BRIGHENTI | Terreni Creativi non ha peli sulla lingua, ma petali di rosa. L’immagine dell’ottava edizione del festival multidisciplinare ideato, diretto e organizzato da Kronoteatro, risponde con l’irriverenza della creatività a intralci, contrattempi e chiusure affrontate durante l’anno, come ogni anno (nel 2016 la manifestazione si è retta su un crowdfunding). La linguaccia petalosa di un ragazzo, barba, orecchino, collana e maglietta verde prato, mostra i denti bianchissimi di una sfida in cui Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco, Alex Nesti, credono e perciò investono: portare il teatro contemporaneo ad Albenga, Savona, nel suo cuore economico, le serre.
Da sabato 5 a lunedì 7 agosto le aziende agricole l’Ortofrutticola, Terraalta, RB Plant, sono state il palcoscenico da cui seminare dubbi: “il titolo di questa edizione – spiega Kronoteatro – è il fine ultimo del festival e della nostra idea d’arte: spiazzare e far ragionare lo spettatore, proponendo spettacoli inusuali”. Con un unico tagliando (18€/10€) il pubblico, numeroso, attento, partecipe, ha assistito alle due rappresentazioni serali, al dj set e ha mangiato all’aperitivo quasi cena. Il Pre-festival – Tempo presente, dedicato al teatrodanza, aveva un piccolo biglietto a parte (5€). Molte le prime regionali.
Siamo stati ospiti i primi due giorni: il ‘campo di semina’ delle compagnie in programma ci è parso il significato del teatro e dell’essere a teatro, la scena e la comunità, il ruolo dell’attore e dello spettatore. Per il mosaico di identità sconosciute che compongono Il milite ignoto di Mario Perrotta e i maschi al muro della loro virilità in Sorry, boys di Marta Cuscunà rimandiamo qui e qui.

“È un casino” sbotta Marco Cavalcoli verso la fine di To be or not to be Roger Bernat, la folgorante conferenza spettacolo di Fanny & Alexander sull’Amleto di Shakespeare. L’approccio partecipativo del regista catalano Roger Bernat incontra la ricerca sull’eterodirezione del gruppo ravennate, ovvero quel processo di scrittura che prevede che un corpo fantasma abiti l’interprete, che riceve stimoli specifici attraverso ear-monitor wireless a cui reagisce.
Uno schermo, un tavolo con sopra una tovaglia verde, un computer, un microfono, il cranio di un animale, forse un coccodrillo, il cavaliere con scritto ‘Roger Bernat’, e quattro sedie, due per lato, davanti al tavolo, sono la scenografa di questo confronto-rompicapo tra poetiche. Compariranno pure una piccola bara in legno, il calco della testa di Bernat, una boccetta, una corona di carta, un coltello, un pacchetto regalo.

To be or not to be Roger Bernat @ Fanny & Alexander

Occhiali squadrati e basette, Cavalcoli ha un radio microfono, che ne cattura la voce quando si stacca da contesto intorno all’Amleto ed entra propriamente nel testo di Shakespeare. Comunque, confini, ruoli e circostanze, sono labili e compenetranti.
Si comincia con l’Essere o non essere in audio del regista catalano e l’attore, fuori sincrono, non profferisce parola, muove solo le labbra. Piano piano si sente anche lui, sempre più in sincrono, finché Bernat scompare e resta Cavalcoli. Sembra un passaggio del testimone attraverso la scena, una staffetta dal direttore all’esecutore, dal testo al personaggio.

A un certo punto il conferenziere chiama al tavolo uno spettatore affinché selezioni su un pad alcune delle più famose interpretazioni dell’Essere o non essere, da Petrolini a Bene a Branagh: una partitura live che Marco Cavalcoli ascolta nell’auricolare e riproduce in diretta. È e non è Amleto, questa è l’eterodirezione e la bravura di un attore: precisone e polifonia di toni, sguardi, presenze. Portentoso.
Stando a To be or not to be Roger Bernat il teatro serve a rivelare le regole teatrali del mondo, il teatro della vita: è Amleto il vero attore, dubitante, incapace di agire.
L’azione è l’eterodirezione del testo (per noi sono le scelte), si veda la playlist di monologhi o anche i quattro spettatori chiamati a rappresentare la morte di Amleto padre leggendo sullo schermo le azioni da compiere sul palcoscenico. L’attore restituisce un coro di voci testuali al palcoscenico, ma lo spettacolo si costruisce insieme al pubblico, altrettanto attore, perché interprete di se stesso.

A teatro si va per riconoscersi è la conclusione a cui arriva Mangiare bere letame e morte di Interno5/Davide Iodice (selezione Pre-festival – Tempo presente). Uno studio per danzatrice sola con Alessandra Fabbri sulla bestialità attorale della ricerca della propria identità.
All’arrivo del pubblico, sta facendo degli esercizi di riscaldamento. In proscenio ci sono foglie, rametti, della terra, su uno specchio inclinato, due secchi e un terzo appeso in fondo a sinistra. È nel giardino della sua infanzia.
Fabbri aveva due pappagallini. Quando il maschio morì, le fu consigliato di usare uno specchio: la femmina, specchiandosi, avrebbe smesso di cercarlo, pensando ci fosse un altro di fronte a lei. Però, capì che era suo il riflesso che vedeva, e così cominciò a ‘farsi bella’ per il ritorno del suo lui.

Mangiare bere letame e morte @ Interno5/Davide Iodice

La ballerina è la pappagallina, cioè l’attore, l’animale che si specchia nel palcoscenico per (far) piacere al pubblico. Si muove come una scimmia, una foca ammaestrata, lancia e riprende una mela dalle mani degli spettatori, e per dimostrare che non ha alcuna vergogna si spoglia, resta con solo le scarpe da ballerina, si mette un pene come di creta e poi un grande naso.
Ci pare si voglia qui affermare che la grazia è negli occhi di chi guarda, non nell’interprete di per sé, che diventa aggraziato soltanto assecondando lo spettatore. Mangiare bere letame e morte arriva a evocare anche Martha Graham e i suoi problemi con l’alcool. Alessandra Fabbri si ricopre il volto di biacca e balla con una bottiglia di rosso in mano, si versa il vino addosso, lo sputa: una scelta, a nostro avviso, irrispettosa e irriguardosa della memoria della rivoluzionaria danzatrice, un sensazionalismo voyeristico che non comunica altro che l’ansia di dare scandalo (lo spettacolo è vietato ai minori di 18 anni).
L’attore sarebbe dunque un fragile giullare, dato in pasto a spettatori sconosciuti (gli amici, raggiunti con finte telefonate, annunciano di non poter venire), che lo tengono per il collo: Fabbri si lega alla ‘platea’ con lungo guinzaglio-cappio elastico.

Ebbene: bisogna tenere conto che, come si afferma in To be or not to be Roger Bernat, l’attore sceglie di esserlo. Nessuno lo obbliga. Allora, Mangiare bere letame e morte avrebbe dovuto interrogarsi prima sulle cause, sul perché qualcuno decide di mettersi il guinzaglio, e poi rappresentarne gli effetti esteriori. Mantenendo comunque saldo il limite del ridicolo.

La forma sul contenuto prevale anche in Indoor della Compagnia Dego/Mor, l’altro spettacolo selezionato per il Pre-festival – Tempo presente. Questo cartellone si è rivelato la parte più debole di Terreni Creativi: un fianco scoperto, fermo ancora all’idea che basti affastellare gesti sconnessi e frasi surreali per danzare la schizofrenia del quotidiano.
Alessandro Mor, camicia bianca, cravatta rossa, mutande e calzini, è seduto a un tavolo di legno e gioca alla guerra con dei bossoli colorati (forse, tubetti di rossetto). A sinistra c’è un altro tavolino con sopra un Mac e un microfono, a destra un attaccapanni.

Indoor @ Compagnia Dego/Mor

Entra trafelata Anna Dego, in nero, poi in rosso, si mette i tacchi, lui i pantaloni. Si stanno vestendo. Per cosa? Per andare dove? Non si capisce. Il dialogo tra loro è un movimento circolare al centro della scena accompagnato, in sottofondo, dal suono di palline da tennis e dell’arbitro che assegna i punti. È una partita indoor appunto, al coperto.

Lui legge delle citazioni che lei deve riconoscere, lei chiede a lui che importanza dà ai sogni. Sembra di assistere a una recita, un’improvvisazione tra due sconosciuti che si sono incontrati un attimo prima dell’inizio.
La situazione e il rapporto che li unisce sono incomprensibili, solo un ‘noi’ a mezza voce dà a intendere che sono una coppia. L’unica idea – la metafora del tennis – viene talmente abusata che il suono delle palline si trasforma in quello di fucilate, granate, bombe, mitra: Mor finge di sparare con un ombrello, Dego fa passi dell’oca in trance. Poi, lui la trascina via come un sacco, come se scappassero da un pericolo imminente e senza scampo.
Applausi registrati indicano la fine dell’incontro. Nel post partita, la canonica conferenza stampa vede i due seduti a rispondere a immaginarie domande del pubblico sul lavoro appena eseguito e sul percorso della Compagnia. Frasi di circostanza a indicare, almeno a loro, un senso per continuare a gareggiare e guerreggiare Indoor.

Parole dette con il cuore che batte, anziché con la lingua che mente, rappresentano Il desiderio segreto dei fossili di Maniaci d’Amore. Un gioco a incastro tra teatro e televisione, un labirinto tra realtà e finzione in cui Francesco d’Amore, Luciana Maniaci e David Meden, affrontano con poetica e sferzante ironia dell’assurdo l’immobilità tanto del nostro Sud (e dell’Italia in generale) quanto della nostra scena teatrale contemporanea. Lo spettacolo ha vinto I Teatri del Sacro 2017.

Sono da subito tutti e tre in scena. Francesco d’Amore è Amita, la ‘diversa’ del paese, tacchi, pantaloni e maglietta aderenti stile anni Settanta. Ci accoglie alla Festa del Pontile di Petronia e tra una battuta e l’altra ci spiega che in paese sono soltanto in 73, qui non si nasce né muore. Luciana Maniaci è Pania, sua sorella, e nel richiamarla all’ordine capiamo che Amita stava parlando a un pubblico immaginario o comunque successivo: le due donne si stanno preparando, devono ancora uscire di casa. Tra di loro in piedi è seduto David Meden, camicia ‘seicentesca’ con le balze e la testa dentro una cornice che regge con le mani.
Pania aspetta un figlio da sempre e per Amita “l’attesa di un marito è essa stessa un marito”. Parlano, ma non si ascoltano, o meglio ascoltano solo quello che serve loro per arrabbiarsi e circoscrivere così la solitudine di una realtà dura come la pietra (dura nel senso di resistente e di durata).

Il desiderio segreto dei fossili @ Maniaci d’Amore

La singolarità di Amita si scontra con l’intransigenza di Pania: l’unica cosa in comune è la serie tv Cuori che affogano con il marinaio Jhonny Water. Amita ha rotto il televisore e nel tentativo di strappare il suo a Pania, cioè la cornice in mano a Meden, ‘rompe’ anche questo, a tal punto che l’attore si alza e piomba in mezzo a loro. È proprio lui, è Jhonny Water.

La creatività della finzione (e della scrittura per la televisione) irrompe sul palcoscenico della fissità della realtà (e della scrittura per il teatro). Le due sorelle rimproverano a Water il suo troppo agire, quando invece non c’e niente da fare: “Tu l’hai mai vista la bellezza di un sasso?” Ormai è troppo tardi, con lui a Petronia è arrivata l’acqua, lo scorrere del tempo.
Adesso, però, il ciclo ‘naturale’ degli eventi è scomparso da Cuori che affogano. Così, ci ritroviamo catapultati dentro la serie tv con Luciana Maniaci e Francesco d’Amore che interpretano, rispettivamente, Rose, la fidanzata abbandonata da Jhonny Water, e la sua serva. La tematica pirandelliana del personaggio in cerca d’autore si unisce alla parodia alla Boris del mondo delle fiction.
La scena è entrata dentro lo schermo, e viceversa. Lo stargate spazio-temporale che mette in relazione mondi altrimenti incomunicanti è Water, la libera e responsabile fantasia creatrice. Una forza debordante che rivela quanto è artificiosa la vita che viviamo e quanto, invece, è genuina la vita che sogniamo.

Fanny & Alexander
TO BE OR NOT TO BE ROGER BERNAT
una conferenza spettacolo di Fanny & Alexander
ideazione Luigi de Angelis e Chiara Lagani
drammaturgia Chiara Lagani
regia Luigi de Angelis
con Marco Cavalcoli
produzione E / Fanny & Alexander

Interno5 / Davide Iodice
MANGIARE E BERE LETAME E MORTE
studio per danzatrice sola
con Alessandra Fabbri
drammaturgia e regia Davide Iodice
coreografia Alessandra Fabbri e Davide Iodice
produzione Interno5

Compagnia Dego/Mor
INDOOR
di e con Anna Dego e Alessandro Mor
disegno luci Stefano Mazzanti
elaborazioni musicali Carlo Dall’Asta
produzione Fattoria Vittadini, Compagnia Dego/Mor
in collaborazione con residenze artistiche C.L.A.P. Spettacolodalvivo e Olinda

Maniaci d’Amore
IL DESIDERIO SEGRETO DEI FOSSILI
uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da Francesco d’Amore e Luciana Maniaci
e con David Meden
produzione Maniaci d’Amore / I Teatri del Sacro

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