“Siamo partigiani resistenti del teatro”: la realtà partecipata del Teatro dell’Orsa

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Argonauti e Vello d’Oro

TANIA BEDOGNI|“Quello sono io. Parlano di me!”

Così, tra il pubblico, un ragazzo si confonde con la notte apostrofando orgoglioso le voci degli Argonauti, che cantano di un amore ferito prima di celebrare il matrimonio tra il protagonista Giasone e l’innamorata Medea.

Reggio Emilia. Via Turri, quartiere contrassegnato dalla massiccia presenza di persone immigrate che rischiano di avere un unico volto: quello dell’uomo nero senza identità che minaccia i nostri sogni di bambini. Qui, nel Parco delle Paulonie, si è concluso lo spettacolo itinerante e non, come previsto fino a pochi giorni prima ne La Polveriera: luogo simbolo dell’integrazione di questa piccola città ed eccellente esempio di rigenerazione urbana. È questo un elemento di contesto, della Polis, che si presta a più ipotesi interpretative, ma che nei fatti riporta il Teatro dell’Orsa ancora una volta ad ingegnarsi, “come partigiani”, nella costante ricerca di luoghi che li possano ospitare. “Occorrono nuove realtà di senso dove la lingua italiana diventi zattera in questa tempesta di non senso”, denuncia Monica Morini, ideatrice del progetto insieme a Bernardino Bonzani e Annamaria Gozzi. Fare teatro sociale significa anche questo. Non è sufficiente rivisitare politicamente un testo classico, non è sufficiente essere collettore di e collegamento fra progetti culturali che vedono giovani reggiani, migranti, rifugiati salire insieme sullo stesso palco, non è sufficiente declinare il proprio sapere artistico nel ruolo di guida per ognuno di loro: è necessario testimoniare e resistere per costruire ponti affinché il ragazzo, provato dalle traversie della vita, abbia un volto e li possa attraversare con le parole.

Tre tappe di confine urbano e culturale segnano il cammino di questi Argonauti che mescolano lingue d’oltremare a dialetti regionali.

La prima: Appello di Giasone. Sotto il noto cedro del Libano che occupa la terra equidistante dai grandi Teatri della Città (Valli, Ariosto, Cavallerizza), scenografia naturale riscaldata dalle luci di Lucia Manghi, un’efficace scelta drammaturgica ne segna l’inizio. È profezia dell’esperienza che attende ogni uomo del nostro tempo: l’immagine dello straniero lascia il posto al volto sorridente dell’attore che sceglie un interlocutore tra il suo pubblico e lo interroga occhi negli occhi senza esitare. “Chirone ha insegnato a Giasone che la conoscenza sta nel confine. Chi ha insegnato che cosa a te? Chi?” I corpi vestiti di bianco abbattono così la distanza tra chi si espone recitando parole antiche e chi ascolta immerso nel presente. Per mezz’ora questo luogo diventa simbolo di tutti i viaggi di conoscenza che iniziano con il distacco dalla madre e procedono verso l’età adulta superando prove il cui l’esito appare incerto, come un mare aperto dove le “onde sono furibonde”.

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La Banda della Colchide

Armati di bastoni, gli Argonauti, e di barche-picchetti, il pubblico, si avviano alla conquista del Vello d’oro partecipando ad un rito collettivo sostenuto dalla tessitura ritmica di Antonella Talamonti e dai fiati capitanati da Gaetano Nenna.

La seconda: I° Approdo. Il numeroso corteo è assembrato nel Cortile della camera del Lavoro per assistere alla scena danzata di un Re vanesio e per godere delle qualità vocali delle due Sibille che intonano un canto popolare dal ritmo di un lamento amoroso. La terza per il ben riuscito II° Approdo in terra Colchide, vede la feroce contrattazione tra lo ieratico Giasone ed il disinvolto Eete risolta in un leggero palleggio di ping pong.

In tutta l’opera si ravvisa un’alternanza tra due codici espressivi: uno riconducibile al linguaggio del teatro classico con tanto di coro greco ad amplificare i dialoghi codificati in primo piano, l’altro più ascrivibile alle potenzialità laboratoriali, dove c’è spazio per l’errore e l’inattesa intuizione. Ma, considerando che questo tipo di Teatro Sociale attinge la sua forza proprio dal coinvolgimento di chi non ha maturato un percorso artistico, appaiono almeno due strade auspicabili per affinare questa arte che occupa frontiere teatrali oltre il luogo teatro e la pratica dell’attoralita’ di scuola. 

Da un lato, stringere ancor di più le maglie della regia e della drammaturgia con operazioni di sintesi per evitare che queste persone “interpretino” il ruolo dell’attore anziché essere presenti a se stesse nella loro naturale ricchezza, che in alcuni momenti di questo spettacolo è emersa con forza. Dall’altro, forse, definire maggiormente un codice corporeo e coreografico capace di veicolare il movimento superando la spontaneità, al pari di quanto si raggiunge nella struttura creativa più organizzata espressa della direzione musicale per tutto lo spettacolo.

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Giasone 

Ed è probabilmente questa convivenza fra professionalità e apprendimento che tanto richiama un pubblico vario e attento, poiché può identificarvisi con facilità ed apprezzarne il messaggio corale. Ogni quadro ha avuto in sé un segno scenico in grado di indicare una possibile via di incontro tra il noto e l’ignoto, a dispetto della nostra ontologica paura del diverso, di cui rimane traccia nel nostro sistema attacco-fuga.

Un’esperienza autentica di ciò che oggi può significare essere cittadini pensanti di un presente possibile.

Argonauti, Spettacolo Itinerante del 16 settembre (2 ore 30′)

Ideazione: Monica Morini, Bernardino Bonzani, Annamaria Gozzi

Ideazione grafica e scenica: Michele Ferri

Scenografie: Franco Tanzi, Michele Ferri

Musiche originali: Gaetano Nenna, Antonella Talamonti

Luci: Luci Manghi

Fotografia: Alessandro Scillitani

e 50 Argonauti di qui e d’altrove, giovani di seconda generazione, migranti, rifugiati, italiani

 

 

 

 

 

scenografie

 

 

 

 

 

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