“Empire”, le storie senza Storia di Milo Rau

Empire @ Marc Stephan / IIPM

MATTEO BRIGHENTI | Fotografie, carte d’identità, mappe. La fuga da guerra, fame, distruzione, è un mappamondo di oggetti a favore di telecamera: si può mostrare e quindi dimostrare, indicare e perciò seguire. I volti di Ramo Ali, Akillas Karazissis, Rami Khalaf, Maia Morgenstern, non bastano, c’è bisogno di dati, elementi incontrovertibili, è necessario che il passato riaccada. E il video serve proprio a questo, a riprendere e ripetere l’immediatezza di ciò che è (reale) davanti all’obiettivo.
D’altra parte, però, il fatto che Empire di Milo Rau sia un set installato su un palcoscenico sottolinea che i nostri sono prima di tutto attori e che l’immagine mente o inganna quanto la parola. È una rivelazione pagata a caro prezzo, perché il filtro televisivo, a sua volta, prende il sopravvento sull’obiettivo del teatro: l’empatia con il pubblico. Finisce, così, in un pacato e mono-tono documentario scenico di due ore, senza intervallo.

Terza parte di una trilogia dedicata all’Europa, dopo The Civil Wars sulla lotta ideologica nell’Europa occidentale e The Dark Ages sulle espulsioni in ex Yugoslavia, Russia e Germania, Empire mette in scena una sequela di monologhi-confessioni di quattro rifugiati ed emarginati in cinque capitoli, Teoria delle origini, Esilio, Ballata dell’uomo comune, Sul lutto, Ritorno a casa. Ramo Ali è un kurdo, Akillas Karazissis è un greco di Odessa, Rami Khalaf è un siriano, Maia Morgenstern è un’ebrea rumena e ha interpretato il ruolo di Maria nel controverso film La passione di Cristo di Mel Gibson.
“Volevo persone che hanno provato sulla loro pelle – ha affermato il regista – il dramma dell’abbandono del proprio Paese, ma al tempo stesso dovevano essere attori professionisti”. Il testo è loro, oltre che di Rau, e ognuno parla nella sua lingua madre, il kurdo, il greco, l’arabo, il rumeno. È una Babele geo e biografica ricostruita ad arte. Infatti, le battute non sono spontanee né tantomeno sembrano pensate sul momento, ma, appunto, ricercate nella memoria e ricordate per come sono scritte sul copione.

Sono tutti presenti fin dall’inizio, seduti su seggiole nere. Poco distante, sulla destra, dietro un computer, il tecnico di palco. Al centro, un po’ di sbieco, si staglia la facciata di un palazzo come bombardato, bruciato, sventrato, con una finestra e un balcone ancora intatti.
Quando gli attori ruotano la struttura, ne scoprono il cuore, una cucina con un tavolo, un letto, e tantissimi altri oggetti, piatti, bicchieri, posate, stoviglie, quadri, quadretti e anche una statuetta della Madonna. Pare il tinello della casa da cui sono scappati in fretta e paura, senza aver avuto il tempo di sistemare o mettere in salvo nulla a parte se stessi.
Puntate due piantane sulla scenografia, sistematisi a sedere, comincia lo spettacolo in prima nazionale al Fabbricone di Prato per Contemporanea Festival 2017 (22-26 settembre). Si confidano in diretta tre alla volta. Il quarto, spalle al pubblico, riprende con una telecamera le facce dei colleghi, che rimbalzano su uno schermo sopra i mobili della cucina. Nei passaggi da un capitolo all’altro le luci si abbassano e si rialzano, mentre il gruppo cambia di posto al tavolo e viene sostituito l’operatore di macchina con uno degli attori prima recitanti.

Foto di Marc Stephan / IIPM

Ramo Ali e Rami Khalaf affrontano la Siria di Assad e il territorio curdo, l’uno sopravvissuto al carcere e alle torture, l’altro alla ricerca del fratello morto in battaglia, e sullo schermo passano scatti di famiglia, celle, cadaveri, e un video sul ritorno in patria di Ramo e sulla tomba di suo padre. Akillas Karazissis parla delle sue esperienze in Germania occidentale e nella Grecia attuale. Maia Morgenstern narra del nonno deportato ad Auschwitz, del regime di Ceausescu e dei suoi trascorsi cinematografici con Gibson e Angelopoulos. La scoperta del teatro rappresenta l’apertura della mente, la stagione del dubbio, venendo da Paesi comunque oppressi da ideologie di regime.
La cifra stilistica la spiega la stessa Morgenstern: non recitano, piuttosto raccontano la loro vita, come fece lei al provino de Lo sguardo di Ulisse del compianto regista greco. Il loro tono è sempre piano, costante, fisso al pari dell’inquadratura, da cui non distolgono quasi mai gli occhi, qualsiasi cosa dicano. Non si guardano l’un l’altro, né guardano noi, né quasi si ascoltano, se non per gli attacchi delle battute.
Il fuoco del discorso è nella telecamera, l’attenzione di Empire passa tutta da lì. Si rivolgono all’obiettivo e soltanto dopo, e di conseguenza, allo spettatore.

L’atmosfera risulta altrettanto immobile, come se il tempo non esistesse, e, in effetti, c’è solo un passato attualizzato e nessun futuro. Inoltre, le immagini sono in bianco e nero e lo sfondo di queste interviste senza domande è per lo più vuoto, staccato dal resto, dal contesto. Il medium televisivo s’interessa unicamente a ciò che viene detto, e si vede, quando intorno c’è un intero mondo (di colori) da scoprire. Ad esempio, le reazioni degli altri attori.
Invece, la ripresa è sempre un primo piano largo, ciascuno è da solo, mentre nella realtà del palco sono in tre: il teatro ti espone davanti a tutti, contemporaneamente, mentre il video seleziona, esclude. Non conta il gruppo, la comunità, ma il singolo, l’individualità. I racconti, allora, restano alla stregua di aneddoti personali scollati tra loro, non diventano narrazione comune e collettiva. Sono storie senza Storia.

“Poi inizia la tragedia”, sospira in conclusione Karazissis rivolto alla platea, quando ormai è rimasto l’unico in scena e non c’è più niente da riprendere. Si riferisce all’Agamennone di Eschilo che un giorno vorrà rappresentare, ma anche al dolore del ritorno a casa: un palcoscenico che ti identifica solamente con la tua partenza. E ti obbliga a ripeterla tutte le sere per l’applauso del pubblico.

EMPIRE
concept, testo e regia Milo Rau
testo e performance Ramo Ali, Akillas Karazissis, Rami Khalaf, Maia Morgenstern
drammaturgia e ricerca Stefan Bläske, Mirjam Knapp
scenografia e costumi Anton Lukas
video Marc Stephan
musiche Eleni Karaindrou
sound design Jens Baudisch
tecnico Aymrik Pech
assistente alla regia Anna Königshofer
assistente alla scenografia e costumi Sarah Hoemske
stagista assistente alla regia Laura Locher
stagista assistente alla drammaturgia Marie Roth, Riccardo Raschi
sottotitoli Mirjam Knapp (operatore), IIPM (traduzione)
direttore della produzione Mascha Euchner-Martinez, Eva-Karen Tittmann
una produzione di IIPM – International Institute of Political Murder
in cooperazione con Zürcher Theater Spektakel, Schaubühne am Lehniner Platz Berlin e steirischer herbst festival Graz
sponsorizzato da The Senate Administration for Culture and Europe in Berlin, Capital Culture Fund Berlin, Pro Helvetia and Migros Cultural Center
gentilmente supportato da Cultural promotion Canton St. Gallen e Schauspielhaus Graz
Visto sabato 23 settembre, Teatro Fabbricone, Prato, all’interno di Contemporanea Festival 2017.

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