Quando la merda della vita diventa poesia: Trilogia Werner Schab

ILENA AMBROSIO | Tre lavori indipendenti, con vicende e attori propri compongono la Trilogia Werner Schwab ideata da Dante Antonelli con il Collettivo Schlab. Tre quadri che raccontano, però, un’unica storia che è, insieme, quella di un’umanità, devastata, offesa, ferita, e quella di un progetto, la riscrittura radicale dei Drammi fecali dell’autore austriaco.

La radicalità salta subito agli occhi e alle orecchie. Gli interpreti attendono il pubblico in piedi di spalle alla platea, su quella che sarà la (non) scena dell’azione: spazio quadrato privo di qualsiasi scenografia, in cui sporadici oggetti entrano perché presi all’occorrenza. Ai lati dello spazio due consolle che producono musica elettronica: un flusso ininterrotto di suoni crea un’atmosfera di straniamento, rarefazione e, d’altro canto, accompagna, per tutto lo spettacolo, il ritmo ossessivo e quasi psicotico della recitazione.

fak-fek-fik-le-tre-giovani-werner-schwab-1-1Dal gruppo si staccano le tre interpreti del primo lavoro ma gli altri restano seduti ai lati della scena: abbiamo davanti agli occhi un collettivo che propone il frutto di un lavoro comune, di un laboratorio.

L’obiettivo di Antonelli è subito evidente: superare la forma proposta da Scwhab nei suoi testi, ancora legata alla drammaturgia novecentesca tenendo però vivo il contenuto dei suoi drammi, portandolo nell’hic et nunc.

FÄK FEK FIK, allora, riscrive Le Presidentesse di Schwab tramite un duplice spostamento temporale: in avanti, trasformando le tre anziane signore viennesi in tre giovani romane dei nostri giorni; indietro perché le vicende di queste paiono quasi l’antefatto delle vite di quelle. DUET sintetizza l’originale (Sovrappeso, Insignificante: Informe) riducendo a una le quattro coppie protagoniste. Dal loro litigio feroce emergono temi come l’alimentazione, l’ecologia, l’Unione Europea, l’immigrazione: sfondo umano generale, su cui si stagliano le vite particolari dei due. SSKK affida a un solo interprete due dei personaggi di Sterminio che diventano i due alter ego dell’autore e la cui entrata in scena è inframmezzata dal quadro delle sorelle gemelle Kova.

Della forma di Schwab dunque resta ben poco ma resta tutto il fondo “fecale” dei suoi drammi, la volontà di sbatterlo in faccia allo spettatore, di raccontare senza censure la drammaticità di esistenze fatte di amori squallidi, lavori degradanti, alcol e droga; di solitudine, di dii e di santi che non servono a nulla; di abusi e pedofilia, di morte.

Tutto questo è portato in scena con la parola, tanta parola: i monologhi visionari con i quali le tre giovani – sorprendente la versatilità delle attrici − raccontano le proprie tragiche esistenze; il dialogo rabbioso della coppia di Duet – quale perfetta sintonia tra gli interpreti − o il loro piccolo, falso show da coniugi perfetti nella bettola che li ha visti innamorarsi; ancora il delirio del giovane pittore – mirabile la performance Falsetta –, il racconto meccanico e in sincrono delle ­– esilaranti e insieme drammatiche ­– sorelle Kova ­­della loro ipocrita e bigotta realtà familiare; e poi, in fine, l’ultimo monologo dell’Arte, (s)vestita con i panni di un transessuale – ancora incantevole Falsetta – che parla direttamente al pubblico.

Ma l’essenza dei drammi la raccontano anche i corpi. Corpi che, spesso nudi, si fannokk metafora dello svelamento di ciò che resta solitamente sotto la superficie, di ciò che non va detto, che non va raccontato. Corpi che si muovono, rapidi, scattosi, da un punto all’altro della scena (Fäk Fek Fik); che si toccano con rabbia o si allontanano con frustrazione (Duet), che si martorizzano schiaffeggiandosi senza pietà (SS); inseguono i sapienti giochi di luci che pure assecondano il dramma, supplendo, senza lasciarlo neppure intendere, alla totale assenza di riferimenti materiali a uno spazio, di concreti oggetti di scena.

DUET2Corpi, infine, che sono anche visi i quali a volte , ma solo per un istante, si coprono di un’espressione drammatica, che placa il vortice di gesti e parole svelando la tragedia dell’essere.

Ed è forse questo l’aspetto più poetico del lavoro: il primo livello, quello dell’esasperazione dell’eccesso e della volgarità, della “fecalità” cela, in definitiva, un profondo anche se modernissimo lirismo.

La partita tra molteplicità e organicità che si gioca lungo l’intera trilogia pare complementare a una progressiva riduzione all’uno della quale è forma visibile il numero degli interpreti dei tre lavori: tre ragazze, poi una coppia, poi un singolo individuo e due gemelle che, nei gesti e nelle parole, valgono uno, fino a colei che riunisce tutti, tutte le storie raccontate, tutti i personaggi e anche gli attori che li hanno interpretati: l’Arte. SS.jpgUna metateatralità che raggiunge la massima espressione fino a superare sé stessa. Il personaggio, uomo e donna insieme, parla al pubblico del dramma, ma è anche il dramma stesso; si rivolge all’autore Schwab ma anche ad Antonelli poiché il lei tutti gli autori vivono, così come tutte le storie che quegli autori hanno raccontato ma anche vissuto perché un’opera è un dramma ma anche vita vera. Nelle sue parole l’eco di quanto fino a quel momento visto e sentito e, finalmente, il senso o non-senso da potergli dare perché, in definitiva l’arte non può esistere, non può comunicare «senza vendere qualcosa».

Racchiusi in un cerchio di luce tutti gli interpreti circondano l’Arte e nel raptus di una musica sempre più ossessiva ballano, ballano come in trance, sempre più forte, fino all’urlo finale e al buio.

Lo spiazzamento interiore generato da questo lavoro è difficilmente esprimibile. Si ha l’impressione di una pittura complessa, che utilizza come tavolozza di colori un’opera già compiuta della quale sono percepibili le sfumature, ma che è assolutamente originale; modernissima eppure capace di parlare direttamente senza inutili intellettualismi, di colpire persino fisicamente, allo stomaco, con verità, crudeltà, con un’ironia feroce ma anche con una sensibilità e una poesia che solo un sapiente e mai retorico racconto della vita vera può far scaturire.

 

Trilogia Werner Scwhab

FÄK FEK FIK
Le tre Giovani
con Martina Baldizzi, Giovanna Camissa, Arianna Pozzoli

DUET
Quanti siamo davvero quando siamo in due?
con Valentina Beotti, Enrico Roccaforte

SSKK
Santo Subito + Kova Kova
con Gabriele Falsetta; Valeria Belardelli, Arianna Pozzoli

Direzione Dante Antonelli
Drammaturgia Collettivo Schlab
Ambiente sonoro Samuele Cestola
Ambiente scenico Francesco Tasselli
Costumi Claudia Palomba
Aiuto Domenico Casamassima
Coordinamento Annamaria Pompili
Ufficio stampa Marta Scandorza
Foto di scena Giorgio Termini
Presentato da Associazione culturale Malatesta
Patrocinio Forum Austriaco di Cultura in Italia
Sostegno Carrozzerie | n.o.t

Romaeuropa Festival 2017
La Pelanda – MACRO Testaccio
8  ottobre

 

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