Tu. Cirque Autobiographique. Sulla resilienza del corpo e dell’anima

ILENA AMBROSIO | Penombra. Una filastrocca cilena. «Ricordi quella canzone che vi cantavo?…». Una voce sussurrata e sul fondo immagini fumose di donna. La scena, nudo perimetro quadrato, pare bianca ma, improvvisamente, con un fruscio, prende vita: qualcosa striscia sotto il telo di carta oleata che la copre; tenta di uscire, si avvolge in esso, accartocciandolo fino a farlo diventare un gomitolo dal quale, utero materno, finalmente fuoriesce un piede.

Inizia – suggestivamente ­– così Tu. Cirque Autobiographique, nuova collaborazione tra l’acrobata Matias Pilet e il documentarista Olivier Meyrou. Titolo, interprete, regista: in poche informazioni c’è la sintesi dello spettacolo. Un percorso autobiografico, la storia personale, quella di Pilet, raccontata con il suo corpo e con il supporto delle immagini girate da Meyrou in Cile, terra natale del ballerino. Frammenti documentari, visivi e sonori, fanno riemergere dal rimosso un evento l’evocazione del quale fa da pungolo al corpo e da incipit di un nuovo racconto che dal personale aspira all’universale.

tu-nov-15-r-etienne-itemL’evento è quello, traumatico, della morte della gemella di Pilet nell’utero materno pochi giorni prima del parto. Lo sappiamo perché è la voce della madre a raccontarcelo, meglio, a raccontarlo al figlio come a voler risvegliare in lui la memoria di quei frangenti. «Ricordi che facevate gli acrobati in pancia?»: il melanconico pensiero di un futuro che poteva essere condiviso… Durante la narrazione Pilet si muove, come in trance; entra ed esce da una sezione di buio creata, nella parte bassa della scena, dalla magistrale regia delle luci. Un braccio, una mano, solo la testa emergono di volta in volta da quel blocco nero e, nel frattempo, nuove strisce di carta bianca scendono dal soffitto scenico con quel loro fruscio che insieme alle musiche Mapuche fa da colonna sonora dello spettacolo.

Ma c’è qualcosa che la voce non menziona, almeno non esplicitamente; a dircela sono i movimenti di Pilet. La sua danza è il racconto parallelo dell’incompiutezza di una vita, quella della sorella, morta ante-nascita, ma anche della sua propria, nato privo di una parte, incompleto. Schiacciato sul fondo della scena, dove sembra infinitamente più piccolo, il suo corpo si bilancia, su una sola mano, una sola gamba, un solo lato, come alla ricerca di un equilibrio reso impossibile dalla manchevolezza, eppure con un’armonia e una leggerezza che paiono dell’anima e non della materia.

«Come nascono le anime e come rinascono?». La domanda sposta il racconto a un nuovo livello; non più solo autobiografia ma universalità. «Dovrai colmare il vuoto con le tue origini… Capire perché oggi cammini da solo», sussurra la donna. Le immagini sul fondo documentano il personale viaggio di ricerca del protagonista ma il corpo sulla scena chiama in causa ciascuno di noi. Pilet si muove, ossessivamente, come guidato dal suo braccio sinistro che pare autonomo rispetto al resto del corpo; lo trascina da un lato, lo schiaffeggia persino; l’assenza, la parte mancante, nel riemergere, condiziona il suo essere. Ma anche il nostro.

Tra un movimento e l’altro, tra i respiri − certo volutamente −affannosi, Pilet si ferma e ci guarda. Non guarda semplicemente verso il pubblico, ciascuno di noi si sente osservato e interpellato dai suoi occhi. Allora comprendiamo che il Tu del titolo è propriamente il fruitore di quel Cirque autobiographique, di quella danza, scaturita da un ricordo autobiografico, che assurge a paradigma di un’esperienza condivisa: il sentimento di perdita e mancanza, l’incertezza che ne deriva, la lotta per affrontarla.

Lo schermo proietta una sagoma umana luminosa; le particelle che la compongono si disperdono, si diffondono in alto e, d’improvviso, un’esplosione di carta bianca si scaraventa sulla scena. tu-800x600L’interprete è sommerso, annega tra i fogli nel mare di fogli sul quali si propagano cerchi di luce. Rumori di tempesta, la furia del un vento – di grande effetto le scelte scenografiche. Pilet cammina a fatica cercando di contrastare la potenza dell’aria ma viene, tentativo dopo tentativo, rigettato indietro finché, Umano contro quel dio cieco e inclemente che è spesso Fato, resta in piedi. La resa fisica di questo momento è perfetta; ogni fibra del corpo esprime la fatica, lo sforzo ma pure quella immensa virtù che è la resilienza, la capacità umana di piegarsi fino allo stremo ma di resistere, di non spezzarsi.

La tempesta si placa e Pilet può danzare ­– è davvero una danza, ora, la sua – nello spazio libero dalla carta creato proprio dal vento. È la sua anima che si muove libera ma anche la nostra perché è guardandoci ancora dritto negli occhi che si ferma lanciando dal pugno chiuso una manciata di piccoli, ora insignificanti, pezzetti di carta.

1_le quai 2«A volte una nascita non basta, allora bisogna rinascere». Il monito pronunciato prima della tempesta acquista ora il suo pieno significato. A spiegarcelo non sono state le immagini, le parole, i suoni; non solo almeno. Ce lo ha svelato il corpo, perché sono state del corpo, specchio perfetto dell’anima, la conquista, la rinascita.

Se, come da comune accezione, la danza è luogo della liricità mentre l’acrobatica puro esercizio fisico, allora insieme, queste due arti, sono perfetta metafora del racconto proposto da Meyrou e Pilet. Lo sforzo del corpo, la sfida alla gravità, il bilanciamento si fanno paradigma dello sforzo dell’anima di sopravvivere alla mancanza, di cercare continuamente un equilibrio a dispetto dell’incertezza. Ecco il messaggio finale, l’incontro specialissimo e perfettamente riuscito tra l’Io autobiografico che si muove in scena e il Tu che lo osserva.

 

Tu. Cirque Autobiographique

Messa in scena Olivier Meyrou
Drammaturgia Amrita David, Olivier Meyrou
Interprete Matias Pilet
In video Karen Wenvl, Françoise Gillard
Musica François-Eudes Chanfrault, Sébastien Savine
Voce Karen Wenvl
Scenografia Simon André
Luci Nicolas Boudier
Video Loïc Bontems
Regia generale Jules Pierret
Regia luci Sofia Bassim
Regia del suono, Video Marie-Pascale Bertrand, Yohann Gilles
Coproduzione Les Subsistances – Lione, La Passerelle SN Gap, La Brèche – Cherbourg, Le Monfort – Parigi Sostegno Le Quai – Angers, La Chartreuse – Villeneuve lez Avignon
Assistenza Le CNT, DRAC Ile-de-France per l’aiuto alla produzione drammaturgica Partner Chili Espace Arte Nimiku di Santiago

Romaeuropa Festival 2017
Teatro Vascello
15 ottobre

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