Familie Flöz al Festival dello Spettatore ad Arezzo, la mutevolezza dello sguardo 

unnamed-3.jpgEMILIO NIGRO| La cura per lo spettatore. Emanciparlo dalla partecipazione passiva. Nutrire e ampliare lo sguardo, consapevolizzare l’ascolto, far fiorire la relazione intercorsa dalla visione all’interiore, dalla pluralità all’individuo.A percepire cosa accade attorno ai seminari, ai workshop, alle giornate di studio, alle performances e agli spettacoli del Festival dello Spettatore ad Arezzo, si nota quanto la comunità ne sia condizionata: il fatto teatrale provoca e fa conseguire interattività dinamiche, suggerisce l’andare alla scoperta dell’altro, svelarsi, avere memoria d’essere persone. Portare a galla indagini – altrimenti materia di fruitori di nicchia – e farne argomento pubblico, in luoghi di socialità e di aggregazione. Significare. Per l’opera d’arte viva, contemporanea, che accade nel momento in cui si è presenti, che ne dice della vita e ne traccia la mutevolezza, la meraviglia, l’inganno, l’ineluttabilità. E rammentare della morte, farsene beffa e allontanarsene: il gioco dell’illusione.

Si nota mutamento se non altro per l’eccezionalità del fatto in una città, nel corollario di un territorio pullulante per l’arte teatrale, che fa di altro le proprie ricchezze. Una città dolce e opulenta, carezzevole agli occhi e allo spirito, ai confini della Toscana e in odore di Umbria. Una città di teatri zeppi di televisione.

unnamed-4.jpgDei berlinesi Familie Flöz, in scena al Teatro Petrarca il 7 ottobre scorso, colpisce la spettacolarità dell’allestimento scenografico, a primo impatto. Spettatori accolti senza sipario, nella possibilità, prima del buio e del primo movimento, di guardare la scena: un interno di struttura ricettiva, un albergo a quattro stelle, confortevole, vintage, la hall in piano principale di visione, circondata da ingressi, disimpegni, fughe (quinte mascherate). Apparentemente nessuna parete visibile, un fondale avanzato a delimitare il raggio d’esposizione, di cui se ne mimetizza la funzione contaminandola all’azione drammatica: è l’ascensore, su cui campeggia l’immagine del defunto fondatore dell’albergo, il paterfamilias, con tanto di ampolla per fiori. Il locus trasmutato per metafora visiva in significati molteplici (una struttura votiva funebre) e l’evocazione del personaggio.

Un luogo di magia, dalle note struggenti d’una poesia malinconica e domestica. C’è persino una fonte miracolosa intravista (e presente nelle meccaniche) e le montagne, in profondità, a destra, cangianti di colore, a voler dire delle caratteristiche antropiche dei soggetti di scena e del mutevole attorno di stagioni e quotidiani. Cenni. Simboli. Non troppo dati all’attenzione della platea ma a codificare, impercettibili, un contesto d’azione netto. Dichiarare un linguaggio specifico non esponendolo. Linguaggio mistificato, nel corso del paio d’ore di messinscena, da un serrato battere d’azione e soluzioni (trovate) che ne determinano una fruizione altamente intellegibile e di approdo popolare. I significanti, soddisfano i palati di spettatori professionisti e di sguardi sensibili alle profondità, non rappresentando il paradigma di comunicazione primaria. E qui la forza dello spettacolo – al di là del plot narrativo determinato dal situazionismo di quadri non conseguenti, di compiutezza propria, senza una storia lineare – : un piano principale dal ritmo incalzante, in crescendo, pop, e tracce sottese d’un leggere per indicazioni. Senza una parola. Nessuna stesura testuale.
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E con gli attori in maschera, maschere di gommapiuma, a fermare i personaggi in un’unica, neutra, espressione e riuscire a sfumarli al contempo in infinite tensioni. Per l’istrionismo delle prove attoriali, tutte superlative: al limite espressivo della maschera, sconfinano per un raffinato e poliedrico utilizzo della tecnica e della trovata per caratterizzare il personaggio e determinarne le azioni sceniche. Una minestra di teatro di figura, acrobazia, clownerie, teatro di strada. La potenza della parte, a esporre e descrivere il soggetto. Altissimo momento teatrale. Il gesto non esasperato, ma a funzionare, sincronico, a sfumare e delineare intenzioni, dare vita a personaggi mono-espressivi. Una dozzina di individui ognuno con una peculiarità, inusuale (tipica attenzione teatrale al extra ordinario) e solo una manata di attori a darne fattezze.

Sublimazione e costrizione della tecnica (amplificazione del gesto e della soluzione comparata all’assenza di verbo); spettacolarizzazione poetica da contemplazione; l’attenzione stimolata continuamente all’attesa frenetica d’una nuova trovata, una nuova magia; il senso d’approdo archetipico ma comunissimo (legami, controversie, morte e vita, illusione e rassegnazione) fanno di Hotel Paradiso un piccolo gioiello di quel teatrale che alleggerisce e fa levitare anima e occhi. Restituendo all’uomo il fanciullo. Senza troppe pretese, senza retorica né denuncia, né riflessioni abissine e profonde. Questo magari può far storcere il naso a chi è abituato a un’idea del teatro inevitabilmente tragica o necessariamente filosofica, sociologica, d’introspezione, nevrotica e melanconica. Il respiro dell’arte non ha categorie, e la meraviglia trova dimora nella semplicità che fiorisce e fa fiorire.

 

Hotel Paradiso

un’opera di Sebastian Kautz, Anna Kistel, Thomas Rascher, Frederick Rohn, Hajo Schüler, Michael Vogel, Nicolas Witte

con Anna Kistel , Marina Rodriguez, Llorente Melanie Schmidli, Matteo Fantoni, Sebastian Kautz, Daniel Matheus, Frederik Rohn, Nicolas Witte, Thomas Rascher, Fabian Baumgarten

Regia Michael Vogel

Maschere Hajo Schüler, Thomas Rascher

Scenografia: Michael Ottopal

Prod. Familie Flöz – Berlino

 

Visto al Teatro Petrarca, Arezzo il 7.10.2017 – FESTIVAL DELLO SPETTATORE

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