“L’ammore nun è ammore” ovvero se Shakespeare fosse nato a Napoli

MILENA COZZOLINO | Il Teatro Bellini, centro propulsore del teatro internazionale a Napoli, fa rivivere alla città l’emozione della scena elisabettiana, trasformando la sua platea nello yard di scespiriana memoria per il progetto Glob(e) al Shakespeare. Intanto anche il resto della struttura diventa un moderno tempio del Bardo, realizzato dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli. Così il Piccolo Bellini, dal 17 al 28 ottobre accoglie la produzione poetica non teatrale di William Shakespeare. Quei sonetti che sembrano quasi il residuo sapienziale della scrittura del più grande drammaturgo dell’Occidente teatrale.

Shakespeare, un nome intorno alla cui esistenza si sono addensati misteri e leggende, è l’anima universale del teatro, quell’anima che come un nume tutelare guida l’esto di chi all’arte della scena ha dedicato la vita: attori, registi, drammaturghi, poeti e non solo. Così Lino Musella, interprete tra i più interessanti del panorama italiano, ne riprende la forza poetica e immaginifica attraverso la truduzione/tradimento di Dario Jacobelli, artista napoletano scomparso prematuramente nel 2013.

Jacobelli trasfonde la potenza espressiva del Bardo nel vernacolo partenopeo, attraverso una traduzione in dialetto che mette a confronto due culture teatrali: distanti e potentissime entrambe. Il risultato è sicuramente quello di una ricodificazione: la poesia diventa teatro, l’inglese napoletano, lingua della scena, corpo, frenesia, musica, incanto. Marco Vidino, alle percussioni e ai plettri, coadiuva con una forza quasi maieutica il lavoro di Musella, che viene alla luce piano piano, grazie alla musica che come voce dell’inesprimibile ne tira fuori il senso e lo guida come una nuova vita che emerge da quella preesistente.

Ecco allora che Shakespeare/Jacobelli si incarna in quelle forme rappresentative del teatro nostrano e si fa sceneggiata, farsa, commedia borghese, nuova drammaturgia napoletana: Scarpetta, Viviani, Nino Taranto, Eduardo, Moscato, Ruccello, Borrelli. Sono Tutti sulla scena, insieme, per una sera. Con loro, Shakespeare, che per l’occasione veste i panni di Lino Musella.

L’attore muta forma, codici e registri con una disinvoltura che fa vibrare d’incanto il Piccolo Bellini: recita, declama, canta, coreografa, 30 sonetti scespiriani, con una misura che sa d’ispirazione. E poi si abbandona alla poesia proprio verso il finale, quando bendato attraversa la sala aiutato dal pubblico e abbandonandosi ad esso: «’E tengo in capa l’uocchie, a quanno m’e lassato/ l’occhio ca tengo ‘nfronte e ca pare overo / nun funziona cchiù buon’ è nu poco cecato/ è n’occhio stutato, e fa ‘a vedè ca vede… »; e ancora quando si aggira tra il pubblico con uno strumento magico per distribuire solo a pochi fortunati le parole di un sonetto segreto. Piccolo stratagemma che induce gli spettatori ad un ascolto più profondo di quel bisbiglio non accessibile a tutti. A quel punto la poesia investe il pubblico e si fa immaginazione, attenzione verso un senso nascosto nell’intento di farlo emergere, ed è allora che non si può far a meno di pensare tutti che “siamo fatti della stessa sostanza della poesia”. E quindi anche dell’amore.

L’ammore nun’ è ammore
30 sonetti di Shakespeare
traditi e tradotti da Dario Jacobelli
con Lino Musella
e Marco Vidino (percussioni e cordofoni)
disegno luci Hossein Taheri
produzione Elledieffe
in scena al Teatro Bellini di Napoli
durata 60 minuti

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