Il neo-umanesimo lirico di Celestini e del suo Pueblo

Pueblo-800x600LAURA NOVELLI  | Una tenda chiara, lunga fino al pavimento. Attraverso cui guardare la vita degli altri, immaginarne la sostanza, i dolori, le paure, le abitudini, le cadute. Una tenda che è anche palcoscenico nel palcoscenico. Luogo da cui si generano voce recitante e musica. Da cui quel guardare/dire/cantare si apre al mondo dei vivi così come al mondo dei morti. Perché  in fondo non c’è una grande differenza tra chi appare reale e chi si aggira sulla Terra sotto forma di ombra. Pueblo, ultimo lavoro di Ascanio Celestini debuttato il 17 ottobre al teatro Vittoria nell’ambito del Romaeuropa Festival 2017, è un monologo compassato, pietoso, assorto. Forse più intimo e malinconico rispetto ai precedenti assoli dell’autore e attore romano. Certamente, in questa partitura mossa dalle belle incursioni alla tastiera e alla fisarmonica di Gianluca Casadei  (anch’egli in scena), dalla voce registrata del piccolo Ettore Celestini e da brani canori eseguiti dall’interprete stesso, arrivano forti echi di Laika (2015), ma il tono è lievemente diverso: meno ironico, meno surreale.

Ascanio – sempre bravissimo, quanto mai naturale, pacato, sommesso – è il dirimpettaio di una donna che vive con l’anziana madre malata. Dalla sua finestra osserva esistenze estranee e misteriose e immagina storie. Il suo intento è già di per sé un segno di serena apertura verso il prossimo, verso gli ultimi, verso gli altri. Immagina la vita di Violetta, cassiera di un grande supermercato di periferia. Violetta, che quando stacca dal turno serale parla con il padre morto e se lo mette in tasca come fosse una statuetta votiva, un angelo custode portafortuna. In quel supermercato lavora anche uno scaricatore di colore, profugo da chissà dove. Ha il cuore di un uomo buono e si innamora di una barbona che vive da decenni nel gabbiotto di un uscere, mangiando cibo in scadenza e rovistando nei cassonetti come gli zingari. Si promettono amore eterno. Lui si gioca una fortuna alle slot machine. Presto sarà rimpatriato. Lei resta lì, a riempire un racconto biografico costellato di atroci sofferenze: l’abbandono della madre, la perdita del padre, l’esperienza di un collegio di suore dove  “Dio sta chiuso in cantina a mungere una vacca”, un amico di otto anni scaltro e furfante, la pizza buona del mercato del Quadraro.

ascanio-celestini-proust_IPA-640Ancora una volta Celestini allarga il tessuto della sua scrittura poetica costruendo un concerto di voci e visioni; da un particolare, il suo sguardo arriva all’universale, al nocciolo di un’umanità disperata ma vera. E ancora una volta la sua parola ci prende allo stomaco. Ci riguarda. Ci scuote. Con la morbidezza, però, di una maturità – artistica e personale – che predilige il lirico al prosastico, la compassione all’urlo politico, la ricerca dentro di sé alle sfide da barricata. Proprio come accadeva in Laika, questo “oratorio laico” – pur con alcune lungaggini che forse andrebbero limate – sa far combaciare le urgenze personali e profonde dell’artista con le urgenze sociali di oggi. Proprio come in Laika questo avvolgente effluvio di immagini, personaggi e suggestioni ci riporta al bisogno estremo di umanità che tutti abbiamo dentro e che dovremmo saper (e voler) esercitare nella vita quotidiana. Di nuovo rispetto a Laika c’è, però, qui un senso diffuso di morte. Una sofferenza più forte, ben dissimulata sotto l’andamento circolare e ritmato di una drammaturgia come sempre arguta, grottesca, lieve, densa di visioni. Di nuovo c’è qui quella “notte dei prodigi”, durante la quale la pioggia scarica gocce d’acqua che sono anime: i nostri Lari, i nostri morti. E trai nostri morti sfilano pure i corpi dei migranti. I corpi dei disperati. I corpi di chi non ha una casa, un lavoro, un luogo in cui riconoscersi. Non per niente il titolo del lavoro in spagnolo significa sia “popolo” sia “villaggio”: la consistenza di una tenda da cui guardare gli altri è dunque solo un telo di stoffa che chiunque può e dovrebbe oltrepassare. Essa diventa anche simbolo di una ricerca identitaria che guarda all’altro per meglio comprendere se stesso.

Quando scrissi di Laika (https://paneacquaculture.net/2015/11/24/un-cieco-una-folle-e-una-prostituta- salveranno-il-mondo-celestini-e-laika/), scrissi di pietas virgiliana. E non è certo casuale il fatto che sabato 28 ottobre Celestini sia stato ospite della trasmissione radiofonica Tutta l’umanità ne parla (RAI- Radio3) e raccontasse la propria esperienza di profugo senza patria dando voce proprio all’Enea di Virgilio. Nel commentare brevemente il poema e la figura dell’eroe troiano, ha detto una cosa semplice, ribadendo il bisogno che ogni profugo ha di essere accolto e riconosciuto non solo come straniero ma come persona, individuo, essere umano. Una cosa semplice che mi è parsa enorme e che, per certi versi, ha condensato in poche parole il significato profondo di Pueblo.


Pueblo

di Ascanio Celestini

con Ascanio Celestini e Gianluca Casadei

voce off Ettore Celestini

suono Andrea Pesce

produzione Fabbrica srl con il sostegno della Regione Lazio in coproduzione con Romaeuropa Festival 2017, Teatro Stabile dell’Umbria

Teatro Vittoria, 17-29 ottobre 2017

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