L’ultima Follìar di Astorri/Tintinelli: sull’orlo di un baratro sublime

ELENA SCOLARI | Quando un sentimento è sincero è giusto confessarlo. Costi quel che costi. E così non nascondo il fortissimo debole per un duo di attori milanesi che costruiscono i loro spettacoli dentro una ferramenta: la “Ferroteca” di Sesto San Giovanni, proprietà del padre di Paola Tintinelli.
Un luogo quasi mitologico, pieno delle adorabili chincaglierie che hanno sempre costellato le scenografie della Compagnia Astorri Tintinelli, da Mac & Beth a Woyzzecco, da I giorni fragili di Adamo ed Eva a Il sogno dell’arrostito: marchingegni romantici e fuori dal tempo.
Tra una cassettiera di viti e brugole spunta un cartello Teatro dipinto a mano in corsivo…

Ora che l’ho detto, ho il dovere di sustanziare coi fatti la mia dichiarazione. “È giusto”, direbbe il mimo di Follìar, ultimo spettacolo di Alberto Astorri e Paola Tintinelli visto al Teatro della Contraddizione di Milano. Teatro seminterrato. Anche questo è giusto.
Un capocomico e il suo mimo (che si chiamano tra loro zio e cugino) entrano in scena in camicia e mutande, sono male in arnese, tutt’altro che scintillanti di ribalta. Il primo è pure cieco e indosserà occhiali neri e smoking (sì, Hamm e Clov di Beckett non sono estranei), il secondo metterà bretelle e bombetta e appare più presente del capo. I due non paiono capirsi granché ma provano, provano incessantemente qualcosa, una specie di spettacolo, di cui non possiamo e non dobbiamo capire il senso. Proprio perché il senso è quello che non si trova. Nè sul palco nè in platea.

Follìar è effettivamente una follia teatrale, che incrocia il Re Lear di Shakespeare, nei suoi punti più belli. Re Lear è una tragedia, certo, ma guardate che anche A/T stavolta non scherzano. O meglio: scherzano, sì, col loro stile tra Andy Kaufman e Harpo Marx, ma ci vanno giù pesanti anche col dramma. Nonostante le affettuose (eravamo alla sera del debutto) e numerosissime risate in sala, lo spettacolo è oggettivamente tragico, per il senso profondissimo di autocancellazione dei due personaggi. E del teatro stesso.
Astorri blatera di un copione: Il dramma del pezzente ovvero la rottura del pignone ovverosia lo zen e l’arte di bere
– P.T: “Ma è lungo, zio”
– A.A: “Sono tornati di moda i titoli lunghi”.
Un copione nel quale un uomo torna a casa con la sua Guzzi perché ha rotto il pignone e trova sul tavolo della cucina di casa i suoi occhi, freddi, vuoti. E da uno degli occhi una vipera ordina all’uomo di fare cose strane, tremende… Tra scene di perfetto ritmo comico, nonsense e calembour verbali, si snoda insieme alla vipera uno spettacolo in cui si parla della miseria di morire, oscillando tra poesia “Avrei preferito morire come cade una stella, come si spegne una nota” e punte di oscuro disprezzo per “la grande opera” che è anche una grande umiliazione.
Ragazzi, qui è roba seria anche perché si passa da citazioni di Leo de Berardinis ad altre di Artaud, passando per Shakespeare. Per dire. Si colgano oppure no, i riferimenti non sono però mai sfoggio, sono biologicamente organici al lavoro.

Paola Tintinelli è bravissima nel suo essere giocoliere goffo e testardamente alle prese con l’illusione, Astorri è governato da una rabbia svagata, il suo personaggio non sa mai in che posizione stare, produce visioni angoscianti inframmezzate da battute su ciò che è avanguardia – o passa per tale – ed è quindi à la page. Finché, entrato nel cerchio della vera finzione teatrale reciterà un paio di brevi stralci del monologo di Lear, quando il re è lasciato fuori dal castello da una delle ingrate figlie a combattere le intemperie di una notte di tregenda:

Soffiate, venti, a squarciarvi le guance!
Cateratte del cielo ed uragani,
rovesciatevi a fiumi sulla terra,
fino a sommergere le nostre guglie
e ad annegarne i galli giravento.
Voi, fuochi di zolfo,
guizzanti rapidi come i pensieri,
avanguardie dei fulmini
che schiantano le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
E tu, tuono, che tutto scuoti e scrolli,
percuoti la rotondità del mondo
fino a schiacciarla tutta, fino in fondo,
stritola le matrici di natura,
spargi e disperdi in aria
tutti i germi che generano l’uomo,
mostro d’ingratitudine!

Ma, compassato, reciterà alcuni di questi versi con degli spaghetti in testa, che colano a terra come le battute di un attore gettate al vento sull’orlo di un baratro, l’abisso di un teatro che stritola e annichilisce, che innalza chi lo popola quando ci entra la vita e che vive anche di una vita propria. Ridicolo e doloroso, comico e funesto.

A/T, che ostinatamente vogliono rimanere compagnia indipendente, resistono in un panorama teatrale che il Bureau centrale di Roma vorrebbe principalmente dedito all’accumulo mercantile di spettatori. Fin dalla fondazione restano fedeli a una cifra ben riconoscibile e a uno stile inconfondibile, pregio di carattere ma anche un po’ gabbia, inevitabile effetto di economie di produzione modeste che non permettono di largheggiare sperimentando. Incredibile che due artisti così non siano mai stati programmati a Roma, miopia capitale.

La consapevolezza del rischio cristallizzazione ha però spinto i due artisti a un pensiero più estremo del solito: c’è di che far tremare le gambe, in teatro, quando lei dice che “Non c’è più niente da recitare”. Se ne Il sogno dell’arrostito l’inquadratura dei filmini proiettati era troppo stretta qui c’è l’esplicita affermazione di dover ricominciare per allargare finestra e orizzonte e cambiare panorama.
Proprio perché ironia e poesia sono gli strumenti abituali della compagnia più forti sono i gridi che lanciano con questo spettacolo, interrogativi ineludibili sull’arte, sull’uomo, su fallimenti e ricerche, sulla caparbietà necessaria per vivere e bruciare alla grande. Se “le emozioni sono sopravvalutate” come dice Harvey Keitel nel modesto Youth di Sorrentino, qui si elevano invece alte perché sostenute dal pensiero, non c’è la ormai dolorante “pancia” della platea da colpire, c’è il cuore in stretto contatto col cervello, qualcosa che arriva all’essenza di ciò che il teatro può dare.

La scogliera dove il cugino/Tintinelli accompagnerà lo zio (come Gloucester su quelle di Dover, dalle quali si getterà ma sarà salvato dal figlio Edgar con un inganno), è una voragine dell’anima, ma da lì tornerà. Anche se folle, tornerà.

Con Follìar Paola e Alberto dicono di aver voluto scendere fino in fondo, fino al fondo, per poi risalire. Perché ognuno si deve aprire il proprio cielo, bisogna insistere, cambiare ancora finestra.
È giusto.


Follìar
di e con Paola Tintinelli e Alberto Astorri
produzione Astorri Tintinelli
foto di Gabriele Lopez
Al Teatro della Contraddizione dal 2 al 5 novembre

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