Uomini e Pinocchi. A Firenze, dal Teatro delle Spiagge al Lavoratorio

MATTEO BRIGHENTI | Nel teatro piccolo c’è lo spettacolo coraggioso. Dove gli spettatori quasi si conoscono per nome, attenti, informati, curiosi: una comunità più che un pubblico, costruita attorno a un’offerta culturale che invita a non adagiarsi sulle sicurezze dell’opinione propria e comune.
A Firenze, nell’ultimo periodo, siamo stati in due di questi luoghi che considerano il palcoscenico prima di tutto un’opportunità di crescita e una sfida al fare teatro slegato dal proprio tempo: il Teatro delle Spiagge e il Lavoratorio. Tre contando, di recente, S. Salvi.
Lo specchio di cui parla Amleto a proposito dell’arte drammatica qui serve per mostrarci quanto i nostri occhi sono aperti. Se non lo sono abbastanza, ci aiuta a capire come aprirli di più.

I due spazi si trovano agli antipodi della città: le Spiagge nella periferia nord, via del Pesciolino 26, quartiere Le Piagge, sul tetto della Conad; il Lavoratorio a sud, via Giovanni Lanza 64/a, quartiere Campo di Marte. Il primo è nato nel 2010 ed è diretto e gestito dalla Compagnia Teatri d’Imbarco, mentre il secondo è stato aperto un anno fa da Andrea Macaluso nella vecchia ditta di suo nonno Mario Gianassi (progetto candidato da PAC al Premio Rete Critica 2017).
La distanza geografica si fa complementarietà artistica a ben guardare Ite missa est e Pinocchi, rispettivamente sul palco di via del Pesciolino e di via Lanza. Da un lato la finzione teatrale denuncia la realtà della dittatura e del potere, dall’altro la realtà filologica della scena smaschera la finzione economico-editoriale.

Ite missa est, regia di Jean Philippe Pearson, scritto e interpretato da Mauro Monni e Andrea Mitri, è un monologo dialogato a distanza tra un prete, Don Dario (Monni), e un giocatore argentino, Jorge (Mitri, lui stesso ex calciatore). I Mondiali del 1978 in Argentina, sotto il regime del generale Videla, s’intrecciano con la banca vaticana fondata all’indomani dei Patti Lateranensi del ’29, l’Istituto per le opere di religione (IOR).

Ite missa est

La scenografia è composta da materiali di risulta, un tavolo, una sedia e scatole di fogli di giornale, notizie passate di mano in mano, che confondono i ricordi alle verità. A destra Monni professa la sua confessione-richiesta di aiuto ai fedeli, a sinistra Mitri offre il suo racconto-espiazione ai tifosi. In mezzo, su uno schermo, passano immagini storiche e video originali che allargano il raggio d’azione della scena, portando gli attori ora in chiesa, ora in treno, ora su un campo da calcio.
Alla grande foga dell’atleta si contrappone la pacatezza dell’uomo di fede: Don Mario accetta il pesante fardello di lavorare al e per lo IOR fino a esserne sopraffatto, Jorge cerca di afferrare la responsabilità del suo Paese con la velocità della lingua, d’impasto e cadenza argentina.

Parlare dello IOR significa partire da papa Pio XII che specula su oro e valuta estera, e non prende alcuna posizione né contro Hitler, né contro il nazismo. Così, la sala del Teatro delle Spiagge piomba in una vertigine di ombre che inghiotte la storia dell’Italia contemporanea: Sindona, Marcinkus, Calvi, Andreotti che in TV di Ambrosoli, assassinato da un sicario di Sindona, dice: “se l’andava cercando”.
Il ponte con l’oltreoceano si scopre essere il ‘Maestro Venerabile’ Licio Gelli, ambasciatore italiano presso la Santa Sede in Argentina. Il potere è amorale sempre, che sia religioso o politico-militare. Videla sale al governo senza sparare un colpo, gioca a tennis con il cardinale di Buenos Aires, e dà al Paese (la vittoria a) un Mondiale per fargli credere di avere un futuro di unità e prosperità. Intanto, le torture si eseguono a 500 passi dallo stadio.
Non c’è assoluzione, gli uomini hanno dimenticato Dio, se non l’hanno definitivamente ucciso. Jorge fa le valige e abbandona l’Argentina, Don Dario fa la sua ultima omelia e va a cercare il perdono fuori dalla Chiesa. Non chiedere: cercare. La messa è finita, ma lui non va in pace. E noi nemmeno.

Diventano disumani i papi, prelati, gerarchi e faccendieri di Ite missa est, non diventa umano, invece, il burattino di Pinocchi, regia di Andrea Macaluso, con Giusi Merli, Mila Vanzini, Michele Demaria. La sua malefatta è l’estrema fiducia, credere che la sua bontà d’animo appartenga anche agli altri. Ma non è così. Il Campo dei miracoli non esiste, gli zecchini non crescono sottoterra e il male si nasconde dietro suadenti parole che ammantano la vita di semplicità.

Pinocchi

Il guadagno costa fatica, non promesse. Questo Pinocchio è un anti-eroe, un anti-modello da non imitare se non si vuole fare la sua stessa fine: morire assassinato. Pinocchi recupera infatti la prima versione del Pinocchio di Collodi pubblicato nel 1881 a puntante sul “Giornale per bambini” edito da Ferdinando Martini. Si tratta dei primi quindici capitoli del romanzo, che termina con il burattino impiccato alla Quercia grande dagli Assassini.
Il macabro finale, però, non soddisfa affatto i giovani lettori, che con le loro proteste convincono prima l’editore e poi l’autore a ‘resuscitare’ il protagonista. Le nuove avventure (capitoli I-XXXVI), a oggi tra le più lette, tradotte e conosciute al mondo, portano Pinocchio, in accordo con il nuovo proposito pedagogico, a diventare “un ragazzino perbene”.

Pinocchi affronta dunque il testo restando il più fedele possibile alla lettera e allo spirito originario di Collodi, un’operazione di riscoperta portata avanti già da Zaches Teatro con il loro Pinocchio ‘di figura’.
Se per il filosofo Emilio Garroni il burattino, alla luce della sua storia editoriale, è “uno e bino”, adesso sono in tre. “Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi” dice Geppetto. Padre, madre e figlio, cioè il nucleo della società, ma anche giovinezza, età adulta e vecchiaia, come le stagioni della nostra esistenza.
Tutti i personaggi prendono quindi di volta in volta voce e corpo diversi nei tre attori. Non c’è alcuna scenografia nella sala del Lavoratorio, soltanto qualche oggetto e la maestria interpretativa. Giusi Merli, in bianco, è il tempo, l’innocenza e la morte. Michele Demaria, in nero, è l’irriverenza, la furia e l’abbandono. Mila Vanzini, in verde e rosso, è il gioco, il divertimento e la paura. Insieme vanno incontro a perdifiato a un teatro fisico e di parola, tra fumetto, pantomima e clownerie.
La favola è nera, nerissima, la dolcezza muta di colpo in violenza e la morte stringe in un abbraccio fulmineo l’ingenuità e inesperienza del figlio con il fallimento educativo del padre. Il mondo è riprodotto in scala, ma sempre quello è, imperfetto e oscillante come il cappio attorno a un ciocco di legno al termine dell’impressionante corsa dei Pinocchi.


ITE MISSA EST
di e con Mauro Monni, Andrea Mitri
scenografia Francesca Leoni
disegno luci Claudio Fornai
video e regia Jean Philippe Pearson
produzione Attodue / Sine Qua Non
Visto venerdì 22 settembre 2017, Teatro delle Spiagge, Firenze.

PINOCCHI
con Giusi Merli, Mila Vanzini, Michele Demaria
costumi Alessandro Lai
luci Marcello d’Agostino
regia Andrea Macaluso
produzione Progetti Carpe Diem / La casa delle storie e Il Lavoratorio
Visto sabato 21 ottobre 2017, Il Lavoratorio, Firenze.

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