Pointed Peak: tra un mare di vetro e una barca sospesa Saburo Teshigawara danza il paradosso

1 © Toshiaki Yamaguchi

Ph. Toshiaki Yamaguchi

TANIA BEDOGNI | Un punto chiamato estremità che non esiste, è il titolo della poesia di Saburo Teshigawara che ha ispirato Pointed Peak, la sua creazione site specific in prima esclusiva italiana, allestita dal 1 al 5 novembre per e presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia.

Completiamo, con la visione di questo suo secondo appuntamento nell’ambito della IX edizione del Festival Aperto Dispositivi Meravigliosi, il nostro percorso iniziato con Tristan and Isolde, riprendendo di seguito in virgolettato alcuni estratti della conversazione fra l’artista e il critico Stefano Tomassini tenutasi al termine dell’ultima replica.

All’interno di un parco privato nella periferia ovest della città, l’originario stabilimento della casa di moda Max Mara ospita dal 2003 la collezione d’arte contemporanea del fondatore Achille Maramotti. Qui, ormai da dieci anni, sono ospitati progetti performativi con l’intento di sollecitare l’incontro tra la materia viva dei corpi e quella inerte dell’arte.

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Caspar David Friedrich- Das Eismeer

Il coreografo, affascinato da questo “luogo produttivo ora destinato a raccogliere l’armonia” ha scelto di dialogare con la nera barca sospesa di Caludio Parmiggiani. L’installazione di circa quattro metri per tre, che dal 1989 porta il nome del pittore romantico Caspar David Friedrich, trasporta tre tele dipinte del colore che tutti li somma, il nero, per significare un possibile viaggio della pittura, tutta, al di là di se stessa, verso l’infinito.

Nella stanza che si sviluppa verticalmente tra i due piani del corpo di fabbrica, sotto la chiglia di questa barca, l’autore ha ricoperto una sezione rettangolare del pavimento con una stratificazione di frammenti di vetro. Un esempio raffinato e coraggioso di uso di uno degli elementi che egli dichiara essere all’origine dello sviluppo coreografico: “l’atteggiamento di sospetto nei confronti del piano di appoggio, di cui non se ne conosce mai la possibile reazione fino a quando non lo si incontra”. Ecco che un suolo fragile come “il ghiaccio prima che si sciolga” sarà il paesaggio dove si danzerà il paradosso della coesistenza degli opposti.

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Ph. Alfredo Anceschi 

Tutto però inizia nell’ampio atrio del primo piano: confinati al bordo di un rivolo di schegge di vetro, si assiste al rintanarsi zizzagante di un uomo-topo tra sculture e installazioni. L’arte come contesto affine, il vetro come “cristallizzazione della luce” anticipano ciò caratterizzerà la scena performativa, ma il topo? Rimane un punto interrogativo nero che accompagna il pubblico a disporsi a terra lungo il piccolo mare azzurrognolo di circa sei metri per dodici. L’angolo di pareti bianche che fa da sfondo riceve i riflessi prodotti da piccoli spot luminosi disposti lungo tutto il perimetro interno di questo rischioso piano d’appoggio. Lei, Rihoko Sato, in attesa aderente al centro della lunga parete, indossa short e canotta effetto nudo dalla consistenza impalpabile, che la espongono ancor di più al prevedibile e temuto contatto con il vetro che la separa dal pubblico. Lui, con pantaloni e camicia neri, è immobile all’esterno della scena. Scarpe di pelle accollate, da studio, sono l’unica protezione calzata da entrambi.

I brani musicali, che spaziano da Schubert a Bach, sostengono gli accadimenti con tonalità intime, struggenti. Come la luce, sono segno presente ma non vincolante, non determinano, ma contribuiscono alla generazione di un flusso di movimenti di cui i corpi sono veicolo. Corpi che possiedono fin dall’inizio una opposta cifra stilistica che caratterizzerà tutta l’esperienza: liquida e delicata lei, impavido e sferzante lui.

Queste due entità non trovano mai fusione, ma costante e reciproca incompiutezza, dando consistenza coreografica al pensiero di Sabuto Teschigawara che vede nella preservazione della distanza la continua generazione del desiderio e nell’impossibilità di fermarsi in un abbraccio l’espressione della vitalità tipica del ritmo irregolare del respiro. Unico elemento comune è il rapporto non convenzionale con la fragilità del vetro. Dove quotidianamente si cerca di impedirne la rottura qui invece si osa, ma con due modalità diverse: lei sfiora, lui calpesta, lei scivola, lui trascina, lei tocca, lui morde. Testimone di questo incontro è il continuo suono freddo e scrosciante, a tratti tintinnante, prodotto da questa materia, il tutto però dosato con tale equilibrio da scongiurare l’appiattimento della performance alla sola inconsueta azione di frantumazione.

Questo artista, con le immagini della sua poesia rarefatta, ha anticipato ciò che si è potuto osservare: una danza che nasce, si sviluppa e si esaurisce dopo avere attraversato maschile e femminile, follia e quiete, vicinanza e distanza, contatto e rifiuto, ombra e luce. Il punto chiamato estremità che non esiste pare quindi non potersi collocare in un luogo preciso ma in una direzione: quella che si trova nel dialogo tra gli opposti che i due danzatori con tanta rigorosa maestria hanno condensato.


POINTED PEAK (durata 1 ora) 

performance site specific

prima esclusiva italiana

Saburo Teshigawara/Karas

ideazione e coreografia Saburo Teshigawara

interpreti Rihoko Sato, Saburo Teshigawara, Eri Wanikawa

progetto Saburo Teshigawara realizzato in collaborazione con Collezione Maramotti e Max Mara nell’ambito della IX edizione del Festival Aperto Dispositivi Meravigliosi a cura di Fondazione I Teatri Reggio Emilia

 

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