Classico o contemporaneo? Il Mercante di Venezia di Filippo Renda

ROBERTA ORLANDO | Aveva già attirato i nostri sguardi l’anno scorso, quando dopo il debutto nel giugno 2016, sempre al Teatro Fontana di Milano, Renzo Francabandera ha intervistato il giovane regista Filippo Renda. Lo abbiamo rivisto qualche giorno fa nel riallestimento di questa stagione, che incorpora alcune significative modifiche registiche rispetto all’anno passato.

Il Mercante di Venezia, adattato e diretto da Renda, sembra nascere come esperimento sovversivo, non tanto rispetto al linguaggio, quanto più verso l’idea diffusa che esistano dei limiti entro i quali un testo classico, come questo capolavoro del Bardo, possa essere interpretato. Che il confronto (o lo scontro) con Shakespeare sia un rischio enorme, è un fatto; quando poi un regista under 30 dichiara l’intenzione di “violentare l’archetipo shakespeariano” e di portare in scena uno spettacolo “maleducato”, ci si aspetta di tutto, non senza un’innegabile preoccupazione di fondo.
Si tratta invece di una rielaborazione che, nonostante diversi tagli, integrazioni e una significativa riscrittura del finale, conserva a nostro parere un certo rispetto per il testo originale, usato come solido binario per una ricerca espressiva che tiene conto delle sue radici quanto del contesto attuale.

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Apre le danze Simone Tangolo, che a sipario ancora calato entra in scena con una chitarra elettrica per cantarci un prologo rock sul ruolo dell’attore. Un primo sipario si apre e ne rivela un secondo, più velato e bianco, dietro il quale intravediamo i personaggi “veneziani” in un fermo immagine che solo l’ingresso di Tangolo, nel ruolo di Graziano, attiverà. Sarà questo tendone candido a chiudere le scene ambientate a Venezia per fare da sfondo a quelle di Belmonte, luogo fantastico di purezza, ancora incontaminato dalla cruda realtà veneziana.
Nel primo caso, il palcoscenico è ricoperto di etichette di bottiglie di plastica, l’acqua sudicia e stagnante di una Venezia degradata, in cui i giovani fanno festa e si ubriacano per sfuggire alla tristezza. Gli attori si muovono su dei bancali, tutti tranne Antonio (un ottimo Sebastiano Bottari), che troviamo dapprima disteso nella sua barca, a riparo dall’ilarità generale, che recita la sua “parte triste”. Il suo amore impossibile per Bassanio non è sicuramente una chiave di lettura nuova, ma qui viene resa ancor più manifesta da un bacio tra i due. 
Spostandoci nella prima scena di Belmonte, le luci (di Marco Giusti) si rischiarano, in contrasto con l’atmosfera cupa precedente. Porzia e Nerissa (due divertenti Irene Serini e Francesca Agostini) giocano a Jenga, e saranno proprio le mattonelle di legno traballanti del loro gioco a costituire l’unico elemento scenografico, indice dello stato d’animo delle due donne e non del luogo sfarzoso in cui vivono. Sembrano due adolescenti, complici nel cercare espedienti per sfuggire ai doveri della vita sociale, al matrimonio, alla realtà. La recitazione della Serini risulta molto marcata, una scelta coerente se pensiamo che Porzia è il personaggio forse più m
etateatrale dell’opera: recita per fuorviare i pretendenti, così come quando si traveste da avvocato nella scena del processo; eppure recita per difendere il suo concetto di verità, come ogni attore che si rispetti.

mercante 2Amplificando il tema dell’attaccamanto al denaro, che veicola azioni e sentimenti dei personaggi, conseguono due risultati: in primo luogo, si attenua l’antagonismo (di per sé discutubile) di Shylock, l’usuraio ebreo che in realtà non chiede denaro, bensì vendetta per le umiliazioni subite, avendo l’unica colpa di essere uno straniero in terra cristiana. Beppe Salmetti ce ne regala una versione sarcastica e pungente. Inoltre, viene distrutto il plot romantico dell’opera. Non a caso Jessica e Lorenzo sono ridotti a comparse caricaturali (ed è usata con ironia la metrica classica delle loro battute all’interno di un linguaggio complessivo, come dicevamo, modernizzato). Secondo la stessa logica, Bassanio promette il suo amore a Porzia nonostante la delusione davanti al suo volto non più così giovane, per poi usare tutto il suo denaro e cedere persino l’anello, pegno del loro amore (rappresentato da un pezzo di stoffa, proprio per destituirlo del suo significato materiale a favore di quello simbolico).
Da questo momento epifanico, la scena finale riscritta da Renda subisce un rovesciamento inaspettato che a primo impatto disorienta: Porzia e Nerissa rifiutano i loro amanti. Lo stupore e l’energia che la vista del mondo fuori dal palazzo suscita nelle due donne lascia presto il posto alla disillusione, alla consapevolezza dei pericoli a cui vanno incontro e del cuore impuro degli uomini. Scelgono di restare al sicuro, ma qualcosa in loro è cambiato e il dolore di Porzia compone l’epilogo drammatico dello spettacolo. Un contrasto presumibilmente voluto, quello di chiudere con un pianto di solitudine una messa in scena così corale, di vivace fisicità e così coinvolgente da estendere lo spazio scenico anche alla platea e chiamare il pubblico a voltarsi per seguire le azioni. Ma Filippo Renda ci aveva avvertiti: “voglio che i miei spettacoli lascino un vuoto”. E il vuoto si avverte, anche se il suo sviluppo ammetterebbe maggiore chiarezza di intenzioni, poiché il passaggio dall’estasi al dramma, dalla dimensione del gioco al completo cedimento dei personaggi femminili risulta in alcuni momenti troppo rapido, spiazzando il sistema empatico.

Potrebbe esistere un riferimento, intenzionale o meno, alla città natale del regista, il capoluogo siciliano caratterizzato da una storia e una realtà (seppur in crescita) socio-politica complessa e problematica, a cui nonostante tutto (o forse, a maggior ragione) i suoi abitanti restano legati indissolubilmente, soprattutto perché “si è felici con poco”, un aspetto che Renda dichiaratamente associa alla sua rappresentazione di Belmonte, rifacendosi idealmente anche alle atmosfere cubane del documentario di Wim Wenders Buena Vista Social Club.
L’impressione è che questa giovane compagnia Idiot Savant, che qui si arricchisce della presenza di Irene Serini, anagraficamente e artisticamente più matura, abbia creato una rilettura onesta, capace di mettere in luce i temi più significativi dell’opera, come la libertà femminile, l’emarginazione sociale dello straniero, i sentimenti subordinati alla convenienza, che continuano a toccarci da vicino, superando il timore di inserire scelte estetiche ed espressive attuali: i costumi degli attori sono rossi come drappi veneziani ma fatti anche di jeans; le donne indossano gli anfibi sotto l’abito, due uomini si dichiarano amore reciproco senza la parvenza di sguardi giudici intorno, i Gorillaz fanno da sottofondo.

 

 

IL MERCANTE DI VENEZIA
da William Shakespare
adattamento e regia Filippo Renda
con Francesca Agostini, Sebastiano Bottari, Matteo Gatta, Mattia Sartoni, Beppe Salmetti, Irene Serini, Simone Tangolo
scene e costumi Eleonora Rossidirezione tecnica Rossano Siragusano
luci Marco Giusti
produzione ELSINOR Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Idiot Savant

 

 

 

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