L’ultimo swing della “Lost Generation”

FRANCESCA GIULIANI | Nel buio, un incontro. Dal fondo della scena emergono due giovani eleganti che ballano lentamente un sempre più incalzante ritmo swing. A poco a poco le luci li accendono fino a scaraventare le loro ombre sempre più ampie e tenui sui muri. Una parola esce dominante dal primo scambio di battute: Fingiamo. Inizia così Lost Generation di Progetto Demoni – visto allo spazio Vulkano all’interno della stagione di Ravenna Teatri – giovane formazione di Lecce composta da Alessandra Crocco e Alessandro Miele (qui un’interessante intervista-ritratto di Lorenzo Donati ai due artisti).

Una donna e lo scrittore. New York e gli Anni Venti. Il jazz e i primi movimenti femministi. Il boom economico e il profumo del successo sempre in agguato. Poi il crollo e la crisi. Mettendo in scena le luci e le ombre di quella che fu, incastrata tra realtà e finzione, la coppia più chiacchierata d’America, Zelda e Francis Scott Fitzgerald, i due attori dipingono il chiaro scuro di un’epoca che a tratti appare come terribilmente contemporanea.

[cover Marco Smacchia]

In un collage narrativo fatto di attimi sentimentali strazianti affiancati a quelli che furono gli apici del successo amoroso e finanziario della coppia si susseguono i giochi tra i corpi in scena e le ombre (le luci di Angelo Piccinini) che da terra pennellano di bianco le nude pareti drammatizzano sempre più a fondo la doppiezza che vivranno i due amanti. I frammenti di queste vite si mescolano in uno spazio abitato dagli abiti che segnano i passaggi tormentati dei due “belli e dannati”. Crocco – viso angelico che fa da schermo a quegli occhi di ghiaccio che sembrano più spesso frequentare il vuoto – veste i panni di Zelda tracciandone con grande maestria quel percorso che la condurrà a una rabbiosa schizofrenia: dal rosso eccessivo degli “anni ruggenti” al tenue lilla della moglie disillusa, dal pacato grigio della crisi non solo economica alla sottoveste beige pastello che ne nasconderà il volto. Sempre elegante Alessandro Miele – rispecchiando a pieno quello che nelle cronache era descritto essere il portamento dello scrittore americano – con due cambi d’abito tinteggia di blu prima e di grigio poi il passaggio che segna la crisi “confusionaria” di Scott schiacciato tra l’amore furente e l’odio inconciliabile. In mutande si ritroveranno a un certo punto descrivendo precisamente non solo lo stato di salute della coppia ma di un paese intero, l’America del crollo del ‘29.

Tre piani temporali si intersecano a tratti nello stesso istante, a tratti uno dopo l’altro: la passione e il successo, il disfacimento e i rimpianti, il disprezzo. Suggestivo il momento in cui gli attori muovendosi su un triangolo immaginario gestiscono nello stesso attimo un litigio furibondo, un momento di calma apparente e un quasi addio mentre la musica incalza velocizzando le entrate e le uscite da una scena all’altra. Qui le parole pronunciate restano sospese galleggiando in aria come bolle di sapone pronte a deflagrare rompendosi in soffocanti grida.

“Prima l’ho uccisa e dopo l’ho baciata” canterebbe Brunori Sas. Magritte sembrano scegliere i due attori annunciando con il bacio degli Amanti quella che sarà la tragica fine dei due. Lo spazio viene lasciato al volto quasi assuefatto di Miele: piano piano l’occhio di bue si affievolisce con la voce nel buio chiamando quasi in raccolta lo spettatore e la sua attenzione con un potente monologo finale.

Dei personaggi di Fitzgerald Ferdinanda Pivano scriveva che sono “evocati da accenni parchi abbastanza da permettere alla fantasia del lettore di svilupparli a volontà con la propria immaginazione, un po’ come negli album da disegno che usavano chissà quanti anni fa, dov’era segnato soltanto il contorno e poi ciascuno doveva riempire il contorno con colori di sua scelta.” In questo teatro viene innescato lo stesso meccanismo. Non sembrano esserci i personaggi su questa scena; l’accento viene messo piuttosto sui sentimenti vissuti dai due falliti eroi di quella che venne definita l’“Età del jazz”.

 

LOST GENERATION

di e con Alessandra Crocco e Alessandro Miele
luci Angelo Piccinni
assistente alla regia Giovanni De Monte
grafica Marco Smacchia
produzione Progetto Demoni
con il sostegno di Kilowatt Festival

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