“Mi feci entrare dove non sapevo”: la rinuncia a sé di Juan de la Cruz nel dittico di Lenz

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Fotografia Francesco Pititto

TANIA BEDOGNI|Dopo aver dato voce, nell’opera site-specific Paradiso. Un pezzo sacro, sia alle Sante, con le sensuali Noche Oscura e LLama de amor viva, sia a Dante, con il paradossale Monte Carmelo, le poesie del teologo cinquecentesco Juan de la Cruz ritornano negli spazi industriali di Lenz Fondazione sempre per mano di Francesco Pititto, che ne cura la traduzione e la riscrittura.

Canciones Del Alma e Fábrica Negra sono due trascinanti performance speculari l’una all’altra per una sola interprete: Sandra Soncini, attrice e danzatrice di ampia formazione, da anni presente nell’Ensemble Lenz. I testi, in cui si rintracciano più cantici spirituali del santo spagnolo, si saldano al corpo in scena, attraverso una regia, sempre di Pittito, che non concede sosta.

Rappresentate nella suggestiva Sala Majakovskij in chiusura dell’edizione autunnale di Natura Dèi Teatri, entrambe riconducono a quella che in questa stessa sala segnò l’apertura estiva della XII edizione del Festival: la conversazione con Tihana Maravić a cura di Michele Pascarella dedicata alla presentazione del testo Vado a prendermi gioco del mondo.

Allora, il racconto dell’autrice condusse lo sguardo verso i Santi Folli in Cristo, figure mistiche vissute tra il IV e il V Secolo. Nel loro ritiro dal mondo per praticare esercizi di avvicinamento al corpo del profeta possono essere paragonati al performer contemporaneo, che porta tutto se stesso nell’azione creativa. Il tratto che accomuna due figure così distanti nel tempo sarebbe pertanto il loro abitare uno spazio al limite tra ciò che è familiare e ciò che non lo è, tra l’umano e il divino.

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Fotografia Francesco Pititto

Interessante è quindi osservare che in questo spazio obscuro il regista inserisca una linea retta, bianca, al limite, appunto, dello spazio scenico, a ridosso del pubblico, tesa tra due tozze colonne metalliche a supporto delle uniche luci di scena, potenti e impietose.

Incollato a questo confine, un corridoio di luce a dispetto della profondità completamente in ombra, si dibatte lo spirito nel vincolo corporeo della performer. La poetica di La Cruz descrive infatti i sensi, il loro disordine di materia, come viatico per l’esercizio quotidiano della volontà che procede con rigore alla rinuncia di sé per incontrare Dio “non sapendo, tutta la scienza trascendendo”.

Gli spasmi che attraversano questo corpo di donna, protetto solo da un corto e aderente completo color carne, sono sempre più rapidi e ampi ad ogni passo che essa compie dal punto iniziale, a sinistra del pubblico, verso il lato destro. La cuffia che tratteneva i lunghi capelli a metà dello spettacolo cade, la canottiera leggera lascia liberi i seni, la materia tutta sembra disfarsi sotto la pressione di una voce che senza sosta sgorga dal profondo “dall’eterna fonte nascosta”.

La bocca lascia libere parole che cadono chiare come perle, rotonde, perfette, nonostante il ritmo incalzante e il corpo sfinito. Sfinito dall’ultima serie di ripetizioni di tutta la sequenza coreografica: avanti e indietro, a terra e in piedi, in ginocchio e a quattro zampe, nulla è lasciato, tutto è riattraversato e consumato.

Lo spirito ora leggero è negli occhi che brillano nel buio di una Sandra Soncini ebbra di estasi. La musica barocca di strumenti a corde, che si è alternata a suoni elettronici vibranti, ora è scomparsa, vinta dal ritmo di membra mortificate e ansimanti.

Se in Canciones del alma la linea retta di luce vincola e sfalda la materia, in Fábrica Negra, il corpo è vestito solo di ombra, di quella notte oscura che de la Cruz considera il luogo in cui i sensi prendono il sopravvento animati dal desiderio, dalla fame di contatto col Divino.

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Fotografia Francesco Pititto

Il corpo nudo ora è nel punto più lontano dal pubblico, addossato all’angolo destro della sala e parla rivolto alla parete. All’angolo opposto, un fascio di luce attraversa l’intera diagonale che conduce verso l’uscita, a lato della gradinata si sedie. I lunghi capelli sciolti danzano, sussultano, roteano al ritmo di una musica fremente. Le gambe prendono il posto delle braccia per incontrare sottosopra la parete ruvida.

Le strofe che provengono dall’ombra parlano d’amore, di corpi infiammati, ma è sempre più chiaro che da un incontro dei sensi, attraverso il percorrere e poi il percuotere le pareti con tutto il corpo, la spinta è verso ciò che è più alto pur nel limite umano: “quanto più alto toccavo, di questo audace tempo, tanto più basso e arreso, e abbattuto ero”.

Dal fondo la figura si stacca per attraversare infine lo spazio, in orizzontale, e conquista la diagonale che conduce verso l’uscita, reale, dalla scena, e simbolica, dal corpo.

Due forme riuscite per disegno ritmico, per generosissimo impatto dell’interpretazione e per la gorgogliante bellezza musicale dei testi. Più codici espressivi saldati insieme per esprimere in modo compiuto il travagliato percorso di rinuncia a quel sé che sa di conoscere pur non sapendo.

CANCIONES DEL ALMA e FÀBRICA NEGRA
da Juan de la Cruz
Performer Sandra Soncini
Traduzione e riscrittura Francesco Pititto
Regia Francesco Pititto

Lenz Fondazione
Durata 30’ per ogni performance

Visto la sera del 29 novembre all’interno della sessione autunnale della XII edizione del Festival Natura Dèi Teatri, Lenz Fondazione, Parma



Categorie:Danza, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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