“Va Pensiero” e il teatro come esercizio di cittadinanza

FRANCESCA GIULIANI | “Ci mancavano anche i bambini che vanno all’ospedale, che muoiano i bambini. Non mi importa dei bambini, si sentano male. Io li scaricherei in mezzo alla strada i rifiuti”. Potrebbe sembrare un dialogo tratto dall’ultimo lavoro del Teatro delle Albe, visto al Teatro Alighieri a Ravenna nello scorso week end. Purtroppo, sembra strano a dirsi, ma sono parole così agghiaccianti che né l’imprenditore ‘ndranghetista Antonio Dragone, vestito da Ernesto Orrico, né l’imprenditore quasi onesto Sandro Baravelli, l’attore Alessandro Renda, avrebbero potuto pronunciare in scena.

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ph. Silvia Lelli

Se non ci fossero state queste intercettazioni che testimoniano infiltrazioni mafiose in Toscana pubblicate su Repubblica proprio mentre scrivo, il racconto di Va Pensiero sarebbe iniziato così. In quella «[…] dolce cittadina, che è circondata da valli e specchi d’acqua, un paesello niente di più, […] al di qua del grande fiume antico, citra Padum, là dove il fiume dopo aver irrigato la pianura va a buttarsi nel mare […]» avvenne, nel primo decennio del millennio, la storia che verrà raccontata. Potrebbe sembrare l’inizio di un qualche romanzo storico di stile manzoniano; siamo invece dentro il primo coro del nuovo “romanzo teatrale” ideato e diretto da Marco Martinelli ed Ermanna Montanari. È il Coro delle Vertigini: tutti i dieci attori salgono sul palco come membri di quel coro “tragico” che riportandoci quasi alle origini del teatro apre un varco per farci entrare nello spettacolo quasi sentendoci chiamati in causa – oltre a questo ruolo, per tutte le tre ore di spettacolo gli stessi attori saranno anche servi di scena, modificando lo spazio dell’azione, quel luogo che è definito sul palco da un quadrato rialzato, a seconda delle didascalie proiettate sul velatino posto a metà della scena.

Un attimo prima Ermanna Montanari vestita con un abitino a fiori è stesa a terra. Si alza e ricade come se le gambe non reggessero un’emozione troppo forte. Gli altri le vanno attorno per festeggiarla. È “sindaca”. Un tuono dirompente infrange come a tradurre il clima austero che verrà narrato di li a poco. Il gruppo di attori all’unisono si blocca come immortalato nello scatto di una foto ricordo e si fa coro accompagnato dal suono di un armonio nascosto dal velatino nero. È la musica tratta dalla Traviata, intonata dal vivo dal Coro lirico Alessandro Bonci di Cesena, che dall’inizio alla fine tinteggerà di chiaro gli oscuri toni tellurici, composti insieme alle musiche da Marco Olivieri, che invadono a tratti il teatro: le atmosfere bucoliche suggerite dalle arie melodiose di Verdi – dal Rigoletto al Nabucco, da La Forza del destino al Trovatore – tenteranno di sedare i furori di scena donando una sorta di innaturale armonia idilliaca a un ambiente altrimenti tetro e stagnante.

La storia è semplice. Una storia tutta italiana. In una cornice storica che è reale – dove si intrecciano il caso Aemilia, la vicenda Ansaldo, le “Olgettine” e la storia di Donato Ungaro, vigile urbano e giornalista di Brescello – i personaggi e le vicende fittizi che colorano la favola noir delle Albe sdoganano le ombre che avvolgono la palude fangosa in cui cade continuamente la politica italiana. Rintracciando nell’impegno sociale di Dickens e nelle sue fosche ambientazioni londinesi quella bellezza che è necessaria per dire a parole dell’orrore quotidiano che oltrepassa il tragico, la scena di Martinelli narra di una sindaca che si fa chiamare sindaco: è la Zarina, come la definiscono i cittadini, eletta nel paesello per ricalcare le orme tracciate da quello che fu il governo socialista di suo padre. Di lui probabilmente resta solo l’austerità tradotta nello stare in un ruolo non cercato. Ciò provoca quella rabbia furibonda che tracima nell’arroganza di quella triste solitudine che può essere colmata solo dalla brama smisurata di un facile denaro. Intorno a questa figura di donna terribilmente aspra, che si svela debole solo durante i terribili incubi notturni che la travolgono, si muovono gli altri personaggi della vicenda – alcuni attori della compagnia storica insieme a nuovi ingressi che rendono ancora più reale la scena.

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ph. Silvia Lelli

C’è la segretaria Licia, l’attrice Laura Redaelli, un po’ stupida un po’ menefreghista; ci sono in Piazza Mazzini, sotto le finestre del palazzo comunale, Rosario e Maria, gli attori Salvatore Caruso e Tonia Garante, gelatai napoletani trasferiti al Nord per scappare alla mafia; c’è Edgardo Siroli, l’attore Roberto Magnani, ufficio stampa della Zarina impegnato nell’allestimento di una surreale festa che per riecheggiare i tempi della “dolce vita” felliniana immagina di ospitare in paese show girl  mezze nude che sembrano far parte di quel marcio che c’è nel mondo dello spettacolo e non solo raccontato così bene Sorrentino ne La Grande Bellezza; c’è la consulente finanziaria Stefania Sacchi, l’attrice Mirella Mastronardi, anch’essa assentata di potere e soldi facili. Infine c’è il vigile Vincenzo Benedetti, Alessandro Argnani, il “buono” della vicenda, l’unico che sembra non farsi corrompere dal richiamo del potere. Tornato al paese dopo aver vissuto a Milano ottiene il permesso dalla Zarina di scrivere sul Resto del Carlino locale perché confida in lui e nella sua buona pubblicità per il Comune. Così non sarà perché quello che farà Benedetti sarà fare quello che un buon giornalista deve fare, cioè informare – ricordando a tratti le parole pronunciate dal giornalista napoletano Giancarlo Siani in Fortapàsc di Marco Risi. Per questo verrà licenziato ma continuerà a combattere per la verità fino alla fine. Ma che cosa denuncia nei suoi articoli? Una terribile storia: la mafia, come le nutrie che tanto assillano l’amico d’infanzia della Zarina, Olmo Tassinari, l’attore Gianni Parmiani, sta invadendo la pianura padana con i suoi traffici illeciti di denaro, rifiuti e droga.

Ed è proprio questo parallelismo tra stati d’animo e natura – toccante lo sfogo iracondo della Zarina immersa in un vortice di lava  brulicante – tra azione della mafia e azione della natura a rendere ancora più forte, incastrando tra scenografia e azione i vari intrecci, una storia lunga e difficile da raccontare perché così troppo contemporanea e così troppo “nostra” da rendere, uno di quei cori, il più intenso, Le Tavole della Legge, dove Ermanna è la più sola e potente corifea, un sempre più affilato coltello che a ogni parola va giù a fondo nelle viscere di chi lo ascolta.

Così come in questo momento, il coro sarà per tutto lo spettacolo la cerniera tra noi e loro, tra la scena e la platea, richiamando spesso l’attenzione dello spettatore e del suo stare in una narrazione che lo riguarda. E in quel farsi luogo che è il nostro specchio riflettente, su quella scena il coro finale, quel Va pensiero accompagnato da una semplice fisarmonica che sa di “popolare”, che dal palco arriva toccando direttamente le corde vocali di tutti ci dice che quei prigionieri cantati da Verdi, quel popolo bandito dalla propria terra che rimpiange la “patria perduta”, siamo tutti noi, vagabondi in un oggi del quale non riusciamo più a trarre le fila, un mondo in cui – ci dicono le Albe sul finale – sono i buoni a vincere ma anche i cattivi la fanno franca.

Si potrebbe continuare descrivendo oltre lo spettacolo – e rimandiamo qui a Rossella Menna su Doppiozero – ma la chiusura, sempre difficile, non necessità di altro se non di precisare la bravura a tratti straniante di tutti in scena e di quel raro “ospite” che è Martinelli che accoglie a uno a uno i suoi cittadini-spettatori all’ingresso del teatro permettendogli di fare ancora più parte di quel “rito” moderno che di li a poco avrà luogo.

VA PENSIERO

di Marco Martinelli

ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari

in scena Ermanna Montanari, Alessandro Argnani, Salvatore Caruso, Tonia Garante, Roberto Magnani, Mirella Mastronardi, Ernesto Orrico, Gianni Parmiani, Laura Redaelli, Alessandro Renda

con la partecipazione del Coro lirico Alessandro Bonci di Cesena nell’esecuzione di alcuni brani dalle opere di Giuseppe Verdi soprani Cinzia Barducco, Ilaria Capelli, Maria Loria, Tiziana Lugaresi, Bianca Padurean, Sabrina Rossi, Deborah Salvi contralti Livia Arginelli, Gabriella Fiumana, Valeria Intrusi, Raffaella Molari, Carla Righi, Silvia Sintini tenori Daniele Ambrosini, Renato Bartolini, Salvatore Campus, Vilmer Castorri, Ermico Diavino, Gaspare Giovannini, Giuseppe Magnani, Valter Salvi, Pietro Terranova bassi Corrado De Cesari, Marcantonio Pistoresi, Andriy Schchrbyna solista Francesca Castorri maestro collaboratore Ilaria Ceccarelli

arrangiamento e adattamenti musicali, accompagnatore e maestro del coro Stefano Nanni

incursioni sceniche Fagio, Luca Pagliano

scene Edoardo Sanchi

costumi Giada Masi

disegno luci Fabio Sajiz

musiche originali Marco Olivieri

suono Marco Olivieri, Fagio

consulenza musicale Gerardo Guccini

editing video Alessandro Renda

assistente alle scene Carla Conti Guglia

tecnico luci Luca Pagliano

macchinista Danilo Maniscalco

elementi di scena realizzati dalla squadra tecnica del Teatro delle Albe Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Dennis Masotti

direzione tecnica Fagio

sartoria Laura Graziani Alta Moda

capi vintage A.N.G.E.L.O.

fotografie dello spettacolo Silvia Lelli

ufficio stampa Rosalba Ruggeri, Alessandro Fogli, Silvia Pacciarini

organizzazione e promozione Silvia Pagliano, Francesca Venturi

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro delle Albe / Ravenna Teatro

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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